SardegnaL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Tanti luoghi impenetrabili, tante storie incomplete, tanti misteri ha la Sardegna quante le sue rinomate bellezze, e certi sardi di provata testardaggine cercano di raccontarli o di lacerare il velo che li ricopre. A Carbonia, ad esempio, puoi addentrarti ancora nelle antiche miniere di carbone, dove in molti hanno sacrificato una vita intera alla ricerca di quel minerale prezioso. Al Centro italiano della cultura del carbone, museo e spazio di attività culturali aperto nel novembre del 2006 dove sorgeva la grande miniera di Subariu, puoi scendere trenta metri sottoterra e visitare le gallerie scavate dai minatori. Il Sulcis è un luogo frequentato da ricercatori, giornalisti e artisti che vogliono tuttora raccontare dell’epopea del carbone, nonostante la produzione sia cessata nel lontano 1964 e la miniera ufficialmente chiusa nel 1971, perché, con l’entrata dell’Italia nella CECA, il carbone del Sulcis, lignite dunque ricca di zolfo ed altre scorie, fu destinato a perdere mercato. Dopo anni di abbandono e spoliazione che avevano portato alla rovina edifici e macchinari, il Comune riuscì ad acquisire il sito e a iniziarne il recupero, completato con l’apertura appunto del CICC, il Centro italiano della cultura del carbone. È lì che parleremo di Mediterraneo.

Una rete di insegnanti guidata dalla combattiva Anna Lai ha accompagnato questa volontà di riscatto locale dall’oblio. Anna è un’insegnante che insieme alle donne della libreria Lilith e dell’associazione Libriamoci [1] organizza da sei anni la rassegna «La città che legge», che cerca attraverso la letteratura di promuovere la diffusione della lettura e di animare la coscienza cittadina tra gli studenti della sua zona. In questi anni, ha coinvolto centinaia di insegnanti e ventimila studenti, contribuendo a rompere l’isolamento di questa parte della Sardegna e a mostrare che Carbonia non è solo il passato, storie di carbone o memorie di una comunità che non esiste più. Al museo, ti trovi circondato da lampade da miniera, attrezzi da lavoro, oggetti di uso quotidiano, fotografie, documenti, filmati d’epoca e videointerviste ai minatori. Lo stanzone delle docce è particolarmente impressionante. Lungo, ricoperto da piastrelle di ceramica bianca, non so perché mi ha fatto pensare a quello stanzone nel film Schindler’s List (1993) nel quale i prigionieri ebrei vengono buttati nudi a farsi una doccia, senza sapere se le tubature avrebbero fatto uscire dell’acqua o del gas.

Nei giorni in cui stavo sull’isola, sui giornali sardi grandi titoli denunciavano il fatto che circa il 20% dei suoli dell’isola sono contaminati e richiedono una bonifica[2]. Molti di questi suoli si trovano nel Sulcis-Iglesiente, il comprensorio di Carbonia… Un altro dato merita di essere citato, ovvero che la Sardegna ospita il 60% delle servitù e delle aree militari dello Stato italiano, pari a 350 km² di territorio militarizzato. La presenza militare è un giogo che l’isola sopporta da molto tempo, che ha fatto della stessa uno snodo di molti collegamenti politico-militari, e dunque di molti segreti negati ai cittadini della storia repubblicana italiana. È quasi un mistero capire come sia stato possibile che l’isola diventasse un luogo dove insediare così tante produzioni industriali e poligoni off-limits che ora rappresentano una pesante e costosa eredità, sia dal punto di vista ambientale che socio-economico. L’isola è stata oggetto di saccheggio sia prima che dopo la nascita della Repubblica italiana, e non è difficile incontrare persone che ti raccontino storie che lo comprovino.

Alla fine di una delle presentazioni del libro in Sardegna, conosco una persona che attorno ad un bicchiere di vino riporta un pezzo di vicende di cui non sono abituato a parlare: la prima riguarda l’affare Hyperion, la seconda una questione di faccendieri e affari immobiliari.

Hyperion, nata in Francia, era stata descritta come un centro di scambio e coordinamento tra varie formazioni terroristiche nazionali (Brigate Rosse) e internazionali (ETA, IRA e OLP), ma secondo alcune ricostruzioni sarebbe stata una camera di compensazione dei servizi segreti di Est e Occidente per mantenere gli equilibri mondiali del dopo-Yalta[3]. Sarebbe servita, secondo altri, per tenere alta la minaccia terroristica attraverso operazioni paramilitari o attentati che orientassero l’evoluzione politica e limitassero sgradite conseguenze di esiti elettorali[4]. Su Hyperion, non vi è mai stata in Italia una vera e propria indagine portata fino alle sue estreme conseguenze. Se andate su Internet, non troverete che riferimenti che portano alla Francia. Il regista Giuseppe Ferrara  – prosegue il mio compagno di bicchiere – ne voleva fare un film. Un giorno, ricevette la chiamata da uno sconosciuto che gli chiese di venire in Sardegna dove lo avrebbe ricevuto nella massima discrezione, per dargli informazioni essenziali sulla vicenda. Questi prende l’aeroplano, si presenta nel luogo pattuito, ma il personaggio non si fa vivo. Il personaggio lo richiamerà per scusarsi, informarlo che sapeva che si era recato sul luogo dell’appuntamento, che, lui, non si era presentato perché voleva metterlo alla prova, e che l’avrebbe richiamato per dargli un secondo appuntamento, questa volta quello buono. Il secondo appuntamento non verrà mai fissato. Al regista, verrà invece recapitato il messaggio che fosse meglio che non toccasse quel tema.

Il secondo episodio è viceversa capitato direttamente alla persona che incontro, quando dirigeva un’associazione che, in virtù della sua missione, faceva progetti finanziati anche dalla Regione Sardegna, e conosceva dunque l’allora presidente Renato Soru. Il mio interlocutore conobbe per caso in una località balneare dell’isola un giovane benestante, accompagnato da fidanzata e auto di lusso, con amicizie importanti come Flavio Carboni, e che dopo poche ore che si erano incontrati, ritrovatisi a cena, gli chiese se poteva presentargli Soru, perché voleva promuovere un investimento turistico-immobiliare di alto livello, e aveva bisogno di parlarne ai più alti livelli. Naturalmente, il giovane benestante non chiedeva nulla di più, semplicemente un contatto, e assicurava che sarebbe stato molto generoso per questo, vantando il fatto che, per un servizio simile in altra regione del Meridione governata dal Centro-Sinistra, aveva ricambiato il favore con una donazione di 80.000 € nei confronti dell’organizzazione di chi gli aveva facilitato il contatto. Il mio compagno di bicchiere prese tempo e, terminata la cena, cancellò il numero del giovane benestante dalla rubrica personale. Un minatore della miniera di carbone di Nuraxi Figus, situata tra Iglesias e Carbonia, arriva a guadagnare circa 1.600 € al mese[5]. Il salario medio di un  professore di scuola superiore con laurea universitaria è di circa 31.622 € annuali[6]. Per divertimento, ho fatto il calcolo seguente: 80.000 € per un appuntamento corrispondono a 50 mesi lavorativi di un minatore del Sulcis, e a 30 mesi lavorativi di un insegnante di scuola superiore. Quando si dice che non ci sono i soldi… Per transizioni di quel genere, dove territorio e abitanti dello stesso contano come il due di coppe, i soldi ci sono. Per le scorrerie senza scrupoli i soldi ci son sempre stati.

La Sardegna è un tesoro, una grande dote di cui impossessarsi, lo era già al tempo dei Fenici per l’argento, lo è stato per carbone e legname fino al secolo scorso, lo è diventato da alcuni decenni per le sue spiagge, e lo è tuttora per quel suo territorio vuoto in cui piazzare industrie inquinanti, basi militari e reti segrete che incrociano affari e interessi.

Anche se territorio e abitanti dello stesso contano come il due di coppe, è solo da loro che può partire il riscatto, un riscatto che faccia onore alla storia delle genti di quest’isola. Ho avuto la fortuna di visitare altri luoghi a cavallo tra memoria e presente, di una bellezza e di un’energia straordinari, come la frazione di Rebeccu, un paesello posto nel comune di Bonorva (SS), a mezza costa del monte Cuccuru de Pischinas, con una vista mozzafiato sulla verdissima piana di Santa Lucia. L’inizio della sua decadenza risale già alla fine del ‘400, quando cessa di essere l’insediamento più frequentato e popolato della comarca, e se nel censimento del 2007 veniva registrato un solo residente, attraverso la cultura Rebeccu ha recentemente cercato di recuperare la sua dignità. Il ristorante Su Lumarzu, dove si mangia Su pane e fittas, è stato al centro di un’esperienza di festival di cinema di impegno che ha portato in questo borgo medioevale silenziosissimo d’inverno migliaia di persone. Conosciuto per le sue pietanze regionali prelibate, il ristorante ha fatto da traino per portare il cinema negli spazi silenziosi del borgo, situato a una cinquantina di km da Sassari. «Buon cinema, trenta case, un solo abitante» era il sottotitolo della rassegna che l’anno scorso aveva raggiunto la sua settima edizione, e che era dedicata all’indagine cinematografica sulle città contemporanee, raccontate attraverso autori coraggiosi e indipendenti. Per mancanza di risorse, la rinascita di questo borgo si è temporaneamente fermata al 2013, e quest’anno non si è ripetuta. Forse, però, si tratta di una pausa nella lunga marcia secolare di questo gruzzolo di case situate davanti ad un paradiso terrestre. Scopro Rebeccu grazie a Franco Uda, segretario generale di Arci Sardegna. Ve ne sono tanti di luoghi così, in Sardegna, un’isola divisa tra cattedrali nel deserto, poligoni militari e appezzamenti di paradiso terrestre sfuggiti agli appetiti di qualche procacciatore o beneficiario di affari sovente di carattere speculativo.

I sardi che resistono con un’altra idea di sviluppo in testa e nel cuore sono numerosi. Prendete il Gruppo d’intervento giuridico sardo degli Amici della Terra, animato da Stefano Deliperi, e di cui sono immeritatamente membro per essermi occupato di vari affari speculativi che infringevano le direttive comunitarie quando ero consigliere politico al Parlamento europeo. Il Gruppo d’intervento giuridico fa un lavoro straordinario per la tutela del patrimonio storico, culturale e naturalistico dell’isola, sovente contro amministrazioni, imprenditoria e mezzi di informazione, e che ha prodotto molte indagini sullo stato di rapina che ha caratterizzato diverse pagine della storia del territorio sardo. Sovente, anche in questo caso, si tratta di portare alla luce ciò che è nascosto, come la storia – di cui mi occupai personalmente – del campo di golf e complesso alberghiero di Is Arenas, nel Sinis, in una zona boschiva costiera tutelata dalle direttive comunitarie in materia di biodiversità[7], e in cui aveva iniziato a costruire una società registrata in Svizzera, e con ramificazioni finanziarie in diversi paradisi fiscali.

Sono questi modi diversi di indagare sulla realtà o raccontarla per ridare un senso al passato o lacerare un velo che ne celava i misfatti, e difendere la cultura e l’umanità dell’isola da altri interessi. C’è chi ritiene che guardarsi indietro sia inutile e che certe cose non verranno mai alla luce. Certe volte, però, non è così, e l’ho sperimentato proprio in questo viaggio.

Sulla strada per Sassari, Franco Uda ed io avevamo lasciato Cagliari da circa quaranta km, ci fermiamo ad un distributore di benzina all’altezza di Sanluri. Franco, sceso dall’auto, si accorge che manca la targa anteriore. Che facciamo? «Torniamo indietro e proviamo a cercarla in tutti i luoghi in cui è stata parcheggiata l’auto ieri e stamattina» dice Franco. Abbiamo tempo e riprendiamo la direzione opposta. Trovo l’idea di Franco vana e inutile, ma per simpatia non obietto nulla. La targa non si troverà in alcuno dei quattro o cinque posteggi frequentati nelle ore precedenti. Ormai persa la speranza, riprendiamo la via d’uscita dalla città, percorrendo viale Trieste. Per non so quale ragione, mentre Franco preme sull’acceleratore, giro la punta dell’occhio sul mio lato destro.

«Fermati, l’ho vista» grido.

«Cosa? Dove?» responde Franco.

«Fammi scendere, c’era una targa per terra».

«Non ricordo di aver parcheggiato su questo viale».

Scendo e corro indietro per venti metri, raccolgo una targa, la confronto con quella posteriore dell’auto di Franco, e il numero corrisponde! Solo più tardi, passato il primo stupore, Franco si ricorderà di aver sostato brevemente sotto quegli alberi prima di raggiungermi alla presentazione del libro del giorno precedente.

Questo episodio sorprendente ci porta – per ammazzare il tempo di viaggio – a parlare di altre storie altrettanto sorprendenti, come la fine dei rapimenti in Sardegna. L’ultimo avvenne più o meno diciotto anni fa. I sequestri terminarono nello stesso periodo del suicidio commesso dal giudice Luigi Lombardini, nel 1998, prima di essere interrogato poiché sospettato di estorsione nell’ambito di un sequestro. Lombardini era stato incaricato di praticamente tutte le indagini sui sequestri di persona avvenuti in Sardegna nel ventennio precedente, ed era depositario di conoscenze e contatti essenziali. «Forse, fu il garante dell’equilibrio tra legalità e illegalità a beneficio di qualcuno. Non fu Graziano Mesina, il re del banditismo sardo, “assoldato” in alcune operazioni dai servizi segreti italiani?» si chiede Franco, mentre sfrecciamo verso Sassari.

Chi cerca la verità, in quest’isola, non si deve scoraggiare, le cose possono venir fuori quando meno te l’aspetti, e la sua determinazione ne sarà ripagata. Si considera la Sardegna un’isola periferica, ma forse contiene una parte delle risposte su questo Paese che molti di noi cercano. Si tratta di cercare le targhe nei posti giusti. E la buona sorte, così facendo, sarà di aiuto. Forse.

 

Sulle montagne del Mugello, dicembre 2014.

 

[1] «Tutte rigidamente donne, non perché l’abbiamo voluto, ma perché pare che ai carboniensi lavorare con noi alla diffusione della lettura non interessi» spiega Anna Lai.

[2] Stiamo parlando di più di 4.470 km², pari al 18,5% del territorio sardo, che fanno della Sardegna la regione italiana con la maggiore estensione di siti contaminati. Fonte: Gruppo di intervento giuridico – Amici della Terra Sardegna.

[3] Secondo Giovanni Pellegrino, ex-presidente della Commissione Stragi (cfr. Wikipedia alla voce «Hyperion (Parigi)»).

[4] Tra cui, il rapimento del presidente del Consiglio Aldo Moro. Cfr. Daniele Scopigno, « Spie, Brigate Rosse e Aldo Moro, i misteri di Hyperion», in Lettera 35, 29 marzo 2014. Ne è uscito anche un libro (Chi manovrava le Brigate rosse? Storia e misteri dell’Hyperion di Parigi, scuola di lingue e centrale del terrorismo internazionale), di S.De Prospo e R.Priore, ed. Ponte alle Grazie, 2011.

[5] Cfr. Monia Melis, «Sulcis, speranza sottoterra. Prosegue la protesta dei minatori» in Lettera 43, 29 agosto 2012.

[6] Cfr. Redazione Scuola, « Stipendi insegnanti, monito UE: “In Italia sono congelati” », in Corriere della Sera, 3 ottobre 2014.

[7] Cfr. Direttiva Direttiva Habitat (direttiva n. 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche).

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