OLYMPUS DIGITAL CAMERAPerché quello che è successo in Palestina dopo le rivoluzioni arabe è una forma di rivoluzione tutta particolare, al femminile. Prendiamo Hebron, che in arabo si chiama al-Khalīl, in onore del beneamato patriarca Abramo, sepolto, si dice, insieme ad altri patriarchi biblici nella città della Cisgiordania meridionale; una città di commercianti, divisa in due per proteggere la presenza di coloni disposti a tutto, e dai costumi molto conservatori. Ebbene, in questa città Maysūn al-Qawāsmī ha presentato una lista di sole donne, contemporaneamente a Banāt al-Balad, le “ragazze del Paese”, presentatasi nel villaggio di Saffā. Non hanno ottenuto seggi, ma hanno sconvolto il modo di fare politica.

≪Sai quanti voti abbiamo ottenuto, senza appoggio di partito, in una società organizzata in tribù, con l’Occupazione e la città divisa tra amministrazione israeliana e palestinese? 503 voti, il 5% dei voti espressi, mentre tre partiti di Sinistra insieme in coalizione hanno ottenuto complessivamente 840 voti. Un risultato! La gente mi diceva: sei pazza! Ma cosa penseranno gli uomini?≫ racconta con entusiasmo questa donna matura, di grande determinazione, mentre mi riceve a casa sua alle porte settentrionali di Hebron.

≪E quali sono state le reazioni delle donne?≫ le chiedo.

≪Quando sono scesa in campo, mi dicevano: sei molto coraggiosa, ma temiamo per te. Pensavano che non avrei ottenuto piu di ottanta voti. Altre dicevano: come ha potuto suo marito lasciarle fare questo?≫

Il movimento femminile locale, ovvero i comitati di donne legati ai partiti rappresentati a Hebron, ha cercato di persuaderla ad aspettare: bisogna attendere ancora quattro anni, abbiamo già ottenuto le quote rosa, eccetera. Ma lei è andata avanti. Insieme alle altre undici candidate, in due settimane ha reso visita ai Dawāwīn di tutte le trentacinque tribù locali, alle associazioni, alle istituzioni femminili. Ogni giorno passavano un’ora al mercato, distribuivano dépliant (costati la miseria di 600 NIS il grande e 150 il piccolo) e per tre giorni hanno diffuso uno spot alla radio. Niente di più: in totale cinquemila euro messi di tasca propria. E questo in una situazione dove, nel distretto di Hebron, ha votato meno del 50% degli aventi diritto al voto e nel municipio meno del 30%, in segno di protesta per la riconciliazione nazionale incompiuta tra Fatah e Hamās.

≪Io stessa ho perso i voti di molti amici che non hanno voluto votare senza riconciliazione≫ aggiunge la nostra paladina.

La Commissione centrale palestinese per le elezioni ha annunciato che le donne elette complessivamente sono state 375 (il 53% delle candidate), mentre gli uomini a ottenere un seggio sono stati 1396 (il 72% dei candidati). Il 21% degli eletti, dunque, sono donne: sembra una buona media, risultato di una legge elettorale che impone quote rosa alle liste bloccate, ma Maysūn svela il segreto: ≪La legge non dice in che posizione debbano stare le candidate, per cui i politici le mettono nelle posizioni meno favorevoli, oppure scelgono donne deboli perché temono le candidature forti. La donna non è pratica di favoritismi, è piu ostile alla corruzione, per questo non piace. Vogliono donne che dicano: siamo con voi, vi assistiamo≫.

Anche a lei ho posto la domanda sulla Primavera araba, mentre Tāreq at-Tamīmī di Volunteering for Peace, che mi ha accompagnato fino a casa di Maysūn, ascolta con attenzione: ≪Per trentasei anni non ci sono state elezioni al municipio di Hebron. L’ultimo sindaco eletto è stato Fahd al-Qawāsmī, il padre di mio marito. Fu il nostro modello. Nel 1980 venne deportato dagli israeliani. No, non è stata la Primavera araba la ragione principale della nostra decisione di concorrere alle elezioni del 20 ottobre 2012. È l’Occupazione, che ce ne ha dato la motivazione. La volontà di cambiamento era già presente in noi, e come donne ci siamo chieste: a che punto siamo?≫. Già, a che punto sono le donne in Palestina?

≪La donna è stata utilizzata per rinforzare le file della resistenza≫ aggiunge Maysūn. Come? Andando alle manifestazioni, facendo sit-in, giocando il ruolo della madre di un arrestato, rendendogli visita, facendo la parte della madre di un martire. ≪Ma questa non è partecipazione politica. Partecipazione è prendere le decisioni.≫

≪Maysūn ha ragione≫ aggiunge Tāreq. ≪La donna vuole pensare e decidere perché ha altre visioni su come resistere all’Occupazione.≫

Tāreq era piuttosto scocciato mentre guidava la sua Peugeot bianca in direzione di Hebron. Mi indicava tutte le colonie, e i loro mezzi di trasporto pubblici. Da Hebron a Gerusalemme un colono paga quattro shekel sugli autobus israeliani, mentre un palestinese non è autorizzato a salire su quei bus, e per la stessa tratta ne paga venticinque usando mezzi palestinesi. L’apartheid si insinua tra i vicini attraverso prezzi differenziati. Ai mercati, vige la stessa logica: un chilo di cetrioli prodotti dai contadini palestinesi costa cinque shekel, ma quelli sovvenzionati prodotti in colonia si vendono a tre. È questo lo sviluppo economico proposto da Netanyahu in cambio della rinuncia alle rivendicazioni nazionali?

[…]

(capitolo: La Primavera è di sesso femminile)

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