M5SQuando manca forse mezz’ora al silenzio elettorale, il numero dei collegamenti in streaming con piazza San Giovanni è salito a 150.000, e in piazza vi sono ottocentomila persone. «Dio mio, che cosa abbiamo fatto!» grida Grillo sorpreso dalla portata degli eventi. Allora, la domanda che vorrei pormi, e che mi interessa per trovare un filo conduttore rispetto a quanto succede nella regione, è la seguente: quante delle rivendicazioni dei movimenti sociali emersi in questi ultimi anni nel Mediterraneo sono un cavallo di battaglia del M5S? Ascoltando gli interventi di piazza San Giovanni, ritornano i temi della democrazia diretta, dell’acqua bene comune, della riduzione del consumo di risorse naturali, della trasparenza nella gestione dei fondi pubblici, del rifiuto delle grandi infrastrutture che avvantaggiano i costruttori e distruggono il territorio, della partecipazione dei dipendenti alla proprietà delle aziende, del taglio dei costi dell’apparato partitico, della riduzione delle differenze remunerative tra dipendenti e manager, del reddito di cittadinanza e della riduzione del tempo di lavoro, del sostegno alle imprese piccole e cooperative. A questi si aggiungono temi molto italiani, come la salute alimentare e la produzione a km zero, la semplificazione del sistema giudiziario, il contenimento dell’infiltrazione mafiosa, la verifica dei guadagni della classe politica, o il rifiuto della macchina televisiva della persuasione. Una frase su tutte emerge nell’enfasi del momento: «In questo tempo di crisi, scavata da politici e banchieri, il futuro sarà forse più povero per tutti, ma certamente più felice». Il M5S è riuscito in quello in cui altri movimenti di protesta non è riuscito, ovvero competere con una classe dirigente in cui non si identificano più, e sottrarre loro spazi di rappresentanza in enti locali e parlamento. Per questo, il M5S ha ora una responsabilità che va oltre le frontiere nazionali.

Può forse rappresentare un modello? Dopo il Forum sociale celebrato a Tunisi, cercai di tastare il terreno per capire se il M5S potesse contribuire a far maturare una visione nuova per l’Italia nel Mediterraneo. Elaborai una proposta, la convocazione in Italia di una sorta di assise dei movimenti sociali del Mediterraneo, e la trasmisi a Beppe Grillo attraverso un’amicizia comune. Il fondatore del movimento rispose all’inizio positivamente, ma poi non diede più seguito. Presi allora contatti con il consulente per la comunicazione del M5S Claudio Messora, originario di Alessandria d’Egitto, poi con il deputato di origini egiziane Girgis Sorial, poi con un deputato sardo, ma senza successo. Non mi detti per vinto, e mi rivolsi al deputato Alessandro di Battista, membro della commissione affari esteri, che dopo avermi risposto interruppe il dialogo; allora andai a trovare il senatore piemontese Marco Scibona a palazzo Madama, ma anche quell’incontro non produsse frutti duraturi. A quel punto, mi fermai. Le difficoltà di interazione con il M5S che avevo sperimentato alimentarono in me qualche titubanza sulla struttura del movimento e sul suo grado di apertura, una sensazione questa vissuta anche da altri. Il fatto di avere un’indiscussa figura carismatica lo rendeva egualmente diverso da altri movimenti sociali, e l’enfasi sulle procedure decisionali elettroniche un pò troppo freddo rispetto ad altre modalità di interazione e coinvolgimento della società. Giuliano Santoro, autore di Un Grillo qualunque, dice in un’intervista: «La verità è che assistiamo a una sorta di delega della trasgressione: “Io non voglio trasgredire, ma faccio trasgredire il mio leader che è bravissimo a trasgredire e a mandare a quel paese la casta e i suoi dirigenti”».

Resta il fatto comunque che molti temi, che ho elencato qualche riga sopra, sono quelli di molti movimenti che sono nati in Nordafrica come in Grecia o in Portogallo. Se diamo dunque per certo che il M5S condivida temi comuni con movimenti di protesta nella regione, perché non chiedersi se l’esperienza del M5S possa insegnare qualcosa, in un contesto diffuso di crescente frustrazione per l’incapacità delle strutture classiche della democrazia formale di affrontare le crisi contemporanee, o per la loro inclinazione a ripristinare l’ordine e a procrastinare l’innovazione e il cambiamento? Il fatto che il M5S sia riuscito a creare un ponte tra lo spazio dell’indignazione e della mobilitazione e quello del governo è una novità unica, che dà una legittimità internazionale al movimento rispetto a quanto succede attorno al Mediterraneo, e apre nuove prospettive di organizzazione e coordinamento tra movimenti per cambiare le relazioni tra cittadini e istituzioni, e ridare ossigeno alla democrazia. Avrebbe il M5S le qualità e la credibilità per lanciare un processo federativo che metta in relazione le varie esperienze di resistenza, protesta e iniziativa popolare che abbiamo conosciuto in questi ultimi anni? Alcuni, voci radicali del pensiero politico italiano, sollevano dei dubbi: «Ho votato per loro, ma cominciano a non piacermi. Sono affetti da una sorta di ingenuità, un’ingenuità leghista, dell’onestà del funzionario, che non permette di coltivare un serio interesse a investire nei movimenti sociali» mi dirà lo scrittore e agitatore culturale Franco Berardi detto Bifo, autore di The Uprising, tre mesi dopo le elezioni politiche. Mentre scrivo queste righe, sappiamo già che governo si è dato l’Italia dopo l’appuntamento con le urne del 24-25 febbraio 2013, anche se non sappiamo quanto durerà. Molte cose, quando uscirà questo libro, saranno nel frattempo successe. Di certo, un’altro punto di non-ritorno è stato scavalcato, un certo complesso di inferiorità nei confronti dell’istituzione, del partito, dello “sviluppo necessario” servito dai politici a nome di gruppi di interesse, dell’Homo televisivus è stato infranto anche in Italia. E sebbene i giovani eletti con questo movimento parleranno con un’investitura istituzionale, mi auguro che penseranno strategicamente, per scatenare un’effetto di moltiplicazione del loro modello in altri paesi in crisi politica ed economica, per quell’occupazione delle istituzioni che non sono ancora riusciti a produrre neppure i ragazzi delle rivoluzioni arabe. Se il Movimento 5 Stelle vuole un cambiamento radicale, deve accompagnare e organizzare la protesta sociale perché possa riappropriarsi delle istituzioni, sottrarle ai circoli di partito, altrimenti altri lo dovranno fare. Per salvare la democrazia, è il principio stesso dell’azione partecipativa permanente e dell’iniziativa cittadina, che unisce invece di dividere, che deve essere rivisitato, e la e-democracy non è certo sufficiente!

[…]

(capitolo: Piazza San Giovanni, dicci: è il M5S rivoluzionario? – ebook)

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