Sicilia orientaleL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Vizzini – Buscemi, via Buccheri. Si incendiano paglia e fieno accatastati all’esterno, tra due piloni della nuova infrastruttura di comunicazione. A causa dell’incendio, si rovina il manto stradale ed uno dei piloni autostradali, l’Anas è obbligata a chiudere la nuova strada e a riattivare la vecchia carrozzabile, e fa causa al proprietario della paglia. Questi, però, non pagherà più i danni, per via di lungaggini e cavilli burocratici: il risultato è che – da cinque anni – la strada è inagibile. La tratta a viadotto Vizzini-Buccheri, sull’ultima pendenza che raggiunge Monte Lauro, cima della Sicilia interna sud-orientale, era stata precedentemente aperta al traffico senza che vi fosse stata mai un’inaugurazione. Ve ne sarà ormai una?

Lentini, sulla Catania – Ragusa. Fabbrica di produzione di imballaggi, in particolare di cassette di plastica per le arance. Dopo anni di attività produttiva, viene bloccata perché il tetto è in Eternit, e l’attività si deve spostare. Il capannone, vuoto, gigantesco, resta però lì per sempre, mentre ad aprir finestre continua a pensarci il vento, che «genera» spazi nelle immense pareti, esse stesse in pericoloso Eternit.

Bivio tra la Catania – Ragusa e la Catania – Siracusa. D’improvviso, un curvone ti costringe quasi a piegarti con il corpo per potere controbilanciare l’inclinazione del fondo stradale. È un difetto vistoso di progettazione, chi conosce la strada lo sa e aggiusta la propria posizione rispetto allo sterzo. Chi la percorre per la prima volta, ci si trova «sbandato» e non può non chiedersi a cosa cavolo serva «quella» curva. Nonostante questo, però, non vi è neppure un segnale luminoso di pericolo.

Negli anni ’70, nel comune di Caltagirone viene aperta l’ASI, Area di sviluppo industriale. È un grande comprensorio, ma gli accessi ai vari lotti ha dei caselli di controllo molto stretti che non permettono ai camion di entrare. Fu una «cattedrale nel deserto», e ora molti lotti li devono tenere chiusi perché altrimenti portano via anche le pietre. Volevano portare l’industria, fare della ceramica, gioiello di Caltagirone, una grande industria secondo i canoni moderni della produzione, e invece l’hanno colpita alla schiena. Se quindici anni fa vi erano 217 ceramisti, i quali lavoravano nel sottoscala della propria casa, ora ne sono rimasti solo 15. Sebastiano Granieri, queste cose le sa, perché all’epoca era segretario verbalizzante della società di promozione della ceramica di Caltagirone.

Con lui, attraversando le campagne tra Caltagirone e Gela, scopri tante piccole cose della malamministrazione, la pressapochezza, il malaffare, come quando imbocchiamo la E45 uscendo da Modica,  una strada piuttosto larga, dove attorno al manto stradale sono cresciuti cespugli giganteschi che oltrepassano il guard-rail; sembra di entrare in un bosco, e la ragione è che l’Anas non fa manutenzione perché la strada, che doveva essere di scorrimento veloce, la usano in pochi, e quindi non vale la pena ripulirne le banchine. «È una di quelle strade che si facevano i sindaci amici per andare a prendere il caffé insieme» ironizza con ragione Sebastiano. Mentre lui guida, vi è una spiegazione per tutto, anche per gli incendi. «Bruciano per rabbia, lo fanno come quelli che buttavano le pietre sull’autostrada; lo fanno per rabbia». I boschi bruciano perché gli operai forestali appiccano il fuoco, soprattutto dopo i tagli al personale decisi dal presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta. Vi erano ventimila operai forestali, troppi per boschi che non esistono più da tempo…

La morale della favola, è che non vi è nessuna manutenzione del territorio. Granieri è un uomo ben messo che macina chilometri su chilometri nella sua Sicilia. Specializzato in psicolinguistica, si occupa di disabilità per conto della provincia regionale di Catania, oltre che dedicarsi a tante cose come la critica letteraria! Ha una figlia disabile, e quel suo stare con chi non ha le stesse facilità di movimento ed ha delle deficienze intellettuali o comunicative gli permette di vedere le falle del sistema in modo puntiglioso, proprio laddove gli altri non ci fanno più caso. L’associazione che ha contribuito a far crescere si chiama guarda caso «il Pungolo», e il suo simbolo è un’ape con un grosso pungiglione, che serve a pungolare le amministrazioni pubbliche sulle questioni relative alle disabilità. A Gela, in una bellissima area comunale di nome Montelungo, vuole creare un parco inclusivo per l’accudimento di famiglie, al cui interno vivono ancora delle persone con disabilità, cui destinare anche la realizzazione di attività ricreativo-educative. L’area, poco distante dal quartiere residenziale ENI di Macchitella, sta tra la foce di un fiumiciattolo che si butta in mare, una spiaggia selvaggia unica nel suo genere e un dosso panoramico su cui sono installate delle antenne. Gli dico: «Fate il recupero ambientale, rinaturalizzate il contesto, iniziate delle attività di educazione ambientale e i disabili ne beneficeranno moltissimo, insieme all’ambiente».

Il giorno in cui visito il centro è una domenica, e le famiglie del Pungolo si trovano con i propri figli disabili per mangiare insieme e svagarsi un poco, dopo che molti di loro hanno partecipato alla presentazione del mio libro a Gela presso la chiesetta di san Biagio, in presenza del Sindaco Angelo Fasulo, che ha sostituito Rosario Crocetta nella sua città d’origine. Sarà attorno al riscatto di chi è disabile che verterà buona parte del dibattito. Il disabile, si dirà in sala, è più sensibile alla crisi attuale, più vulnerabile, e dunque può aiutare a capire meglio le conseguenze che la crisi produce sui più deboli della società e le loro necessità; il disabile svolge in un certo senso la funzione di «cartina di tornasole», per misurare l’impegno delle istituzioni e della comunità nei confronti delle fasce più vulnerabili e in difesa della coesione sociale, un poco come l’immigrato o il precario… Sarà una carrellata di voci di persone in carrozzella, come il presidente del Pungolo Gaetano Passanisi, o non-vedenti, come Tommaso Gucciardi, a animare il dibattito sui diritti. Il karaoke, poi, renderà la domenica delle famiglie del Pungolo nell’area di Montelungo straordinariamente divertente, con giovani portatori di handicap che seguono le esibizioni battendo le mani o partecipano alle danze. Quella gioia del vivere, però, rischia di non potersi più manifestare in quell’area, la cui concessione all’uso scadrà a breve. Salvo che si riesca in un progetto integrato e sistemico. Persone come Sebastiano Granieri dovranno ingegnarsi per proporre un progetto di sviluppo alle autorità che dia ai disabili la possibilità di trasformare l’area, renderla usufruibile e utilizzarla nel lungo periodo.

Alle difficoltà, però, piccole e grandi, i disabili e chi vive con loro ci sono abituati. Per questo, attraversare la Sicilia orientale con Sebastiano significa fare un tour in cui ogni inefficenza o malaffare a spese della collettività viene ricordato con ferrea memoria. «Non vi è nessuna manutenzione del territorio e delle città» mi ricorda di nuovo al volante della sua AudiA4 con moglie e figlia, di ritorno da Gela. È così che vola tra curve improbabili, sempre diretto a un prossimo incontro con delle associazioni o delle istituzioni della sua terra, senza farsi perdere un altro karaoke. I siciliani hanno questa capacità di generare vita dalle difficoltà. Lo chef Carmelo Chiaromonte, che si dedica a riscoprire piante commestibili autoctone dimenticate dalla società dei consumi, racconta che alle Eolie si prepara la «zuppa di pietre»: si fanno bollire nell’acqua dei sassolini con le alghe attaccate che vengono raccolti in mare, aggiungendo olio e cipolla, e si consuma con pane. È una profumata zuppa di niente, semplicissima, ma con dentro tutto il sapore della vita.

18 novembre 2014, a casa.

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