Alexandrie1L’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

La prima sberla è la vista del Consolato generale d’Italia con un enorme pannello che porta il nome della Bank al-Iskandariya, di proprietà del gruppo Intesa San Paolo. Con la Spending Review di Mario Monti, è stato chiuso il consolato storico di una città che era anche italiana, soprattutto italiana, la città di Giuseppe Ungaretti, Filippo Tommaso Marinetti, la città a cui sono legate le figure di Anna Magnani o Fausta Cialente, in cui ha lavorato l’architetto Mario Rossi, distintosi per le sue eleganti moschee. Ora, è di una banca, e vi hanno solamente lasciato la bandiera e un ufficio chiuso al pubblico per i funzionari pubblici di passaggio. Silvia, che lavorava al Consolato generale, ed il cui contratto non è stato rinnovato alla sua chiusura, in fondo è contenta così, ché non si è dovuta trasferire nell’inferno del Cairo. Al vedere l’ormai ex-Consolato al mio ritorno ad Alessandria d’Egitto mi fa molto male. Davanti a quell’edificio rischiai il linciaggio da parte degli scagnozzi di Mubārak durante la rivoluzione del 2011. Era il 2 febbraio. Stavo fotografando il muro di cinta del Consolato, inquadrandolo con il tricolore in alto e un graffito antiregime in basso. D’improvviso, sento qualcuno che mi afferra la spalla e mi gira. Sono due ragazzi.

≪Che fai? Chi sei? È vietato fare foto!≫

≪Vietato da chi?≫

≪E vietato. Mamnū‘u!

≪Ho sempre fatto foto con il cellulare, non potete impedirmelo. Questo è il mio consolato.≫

≪Sei italiano?≫

≪Sono italiano.≫

≪Perche non sei partito? Non puoi stare qui. È pericoloso.≫

≪Pericoloso? E perche mai?≫

Un gruppuscolo di adulti si avvicina. Il primo mi prende per la camicia e mi tira verso di sé con aggressività: ≪Cosa vuoi? Sei una spia, vero? Vuoi destabilizzare l’Egitto?≫. Alziamo la voce. La situazione si fa caldissima, sono da solo, loro sono in quindici, è questione di secondi.

≪Lasciami andare!≫

Uno dei due ragazzi che mi aveva fermato si rende conto che sto per fare una brutta fine, dà una manata all’uomo e tiene lontani gli altri. ≪È egiziano, lasciatelo andare.≫

≪Non è egiziano, è straniero.≫

≪Sono metà italiano e metà egiziano. Lasciatemi in pace.≫

Il ragazzo mi prende di forza e mi sposta di qualche metro.

≪Vai, scappa.≫

La seconda sberla, la prendo camminando per il centro della città, e notando che tutto è tranquillo, che tutto sembra tranquillo. Camminando, ero schiacciato dai ricordi di una città in cui avevo vissuto per più di otto anni. Era una malinconia struggente, e mi sembrava che la rivoluzione del 2011 non avesse mai avuto luogo. Sulla Corniche, dominano i cartelli di uomini facoltosi che celebrano i progetti della presidenza dell´ex-generale al-Sīsī. Uno di questi dice: «Il sogno degli Egiziani: il nuovo canale di Suez!». Il cartello è sponsorizzato da un uomo, probabilmente un politico, la cui foto appare sotto: è incravattato, goffo e grassoccio, la perfetta immagine della corte del Potere. Al Café de la Paix, Mahmoud Fārouq, un amico, mi spiega che il governo ha lanciato una campagna per chiedere agli Egiziani di prestare il loro denaro ed investire nella grande impresa. Sono allibito: «Scusa, ma il sogno degli Egiziani non è la giustizia sociale, un lavoro dignitoso, scuole e ospedali che funzionino?». Quando passo davanti alla sinagoga, è di nuovo il silenzio. Tutto chiuso, due poliziotti davanti e l’intero lotto della più bella sinagoga storica dell’Africa, l’ imponente ed elegante sinagoga Eliyahu Hanavi, immobile e vuoto, inaccessibile e distante, così come molti altri monumenti di Alessandria, perché la memoria della diversità e del cosmopolitismo non interessa ai regime corrotti e autoritari. Camminando per la via Nabī Dāniēl, ritrovo il popolo, il chiacchiericcio, il contatto fisico, ma provo le sensazioni dei tempi di Mubārak attraversando i quartieri con la vecchia e scassata tranvia o assaggiando i rituali della diplomazia al Consolato francese; ritrovo una città divisa tra poveri e ricchi.

La terza sberla la ricevo davanti alla nuova bilioteca, la grande Bibliotheca Alexandrina. È il 15 ottobre. Dovevo tenere la mia conferenza sul Mediterraneo visto attraverso gli sconvolgimenti del mondo arabo nell’auditorium, insieme allo scrittore egiziano Khāled al-Khamīsī; eravamo stati invitati dall’Istituto francese di cultura di Alessandria nell’ambito del festival Écrire la Méditerranée, e al mio arrivo trovo il grande piazzale della biblioteca completamente recintato da barriere di lamiera, inaccessibile alla vista dal mare e circondato dalla polizia. Durante la conferenza, i giovani egiziani presenti saranno pochi. Khāled al-Khamīsī mi dirà: «Cosa ti aspettavi? È sempre il simbolo del Potere, prima di Mubārak ed ora del nuovo presidente, una cosa per pochi, che non appartiene alla gente comune». Vicino alle entrate, stanno dei vigilantes armati di qualcosa che sembra un bazooka portatile, nero come la loro divisa. Sono quelli della Falcon, una società di sicurezza privata che operava attorno alle banche, e che ora affianca le forze dell’ordine e interviene in numerose situazioni. Il modello americano di privatizzazione della sicurezza è arrivato anche agli Interni egiziani. Anche la passerella sospesa che era stata costruita per collegare la biblioteca alla facoltà di Ingegneria è sbarrata. È l’immagine della rottura della relazione tra sapere e ricerca, cultura ed istruzione, nonostante l’ingresso della facoltà si trovi dalla parte opposta del marciapiede di via Porto Said. È l’immagine della militarizzazione dei luoghi del pensiero. Le università sono in fermento; il ministero degli Interni tiene in scacco gli studenti per impedire che escano a manifestare per le vie della città, e alla vigilia della nostra conferenza, ha lanciato un’operazione notturna che ricorda le modalità operative dell’esercito israeliano nei Territori palestinesi occupati. Le chiamano ʿAmaliyāt Zuwwār al-Fagr, operazioni «I visitatori dell’alba», già applicate dagli Interni ai tempi di Mubārak. Entrano d’improvviso nelle case degli studenti e degli attivisti con l’accusa di essere dei sostenitori dei Fratelli musulmani e li arrestano. In quelle ore, ne avevano arrestati circa quaranta, facendo esplodere poi in pieno giorno la rabbia degli studenti della facoltà, a cui le forze dell’ordine hanno risposto con cartucce e lacrimogeni.

Sberle, ricordi, sberle. Non so se conoscete il comico Bāsem Yousef, grintoso interprete delle follie e delle miserie del Potere, che si burla(va) dei politici egiziani. Dopo essere stato licenziato dalla televisione egiziana OnTV, all’inizio di quest’anno venne assunto dal canale satellitare privato saudita MBC. Il generale al-Sīsī, in campagna elettorale, chiamò il re Faysal, il re Faysal chiamò il proprietario della MBC, e il proprietario della MBC chiamò Bāsem Yousef. Il quale ha riscosso il compenso milionario del suo contratto biennale senza poter più apparire in televisione; ovvero, è stato pagato per stare zitto.

Poche prima di ripartire per l’Europa, canto Bella ciao! dal palco dell’Istituto francese di cultura, su richiesta degli organizzatori della serata Karaoke sulla canzone mediterranea, e fumo la pipa ad acqua con alcuni amici. Lo faccio per dimenticare, per lasciarmi andare alla dolcezza di questa città maledetta. Ordino del tabacco alla pesca, profumato e intenso. Ad Écrire la Méditerranée, Yvan Gastaut ripercorre le figure di alcuni protagonisti della canzone mediterranea, espressione del cosmopolitismo di questa regione.  Parla della bella Dalida, nata al Cairo, di Dahmāne el-Harrāshī, di Bob ʿAzzām, l’alessandrino che cantava «Chérie je t’aime, chérie je t’adore, como la salsa de pomodoro… Yā Mustafā, yā Mustafā, Anā buhibbuk yā Mustafā», e mostra un filmato con Claude François in stile anni ’70, capello lungo a caschetto, che tra ballerine dalla coscia lunga e dalle tutine luccicanti canta «Alexandrie Alexandra», esaltando la bella vita alessandrina. Sembra un marziano venuto da un altro pianeta e da un’altra era, con quei suoi movimenti ritmati, che canta una città-cartolina che non esiste più, dove le macerie morali e materiali stanno in piedi tra ristoranti alla moda, campagne invase da detriti e sacchetti di plastica, e immagini del nuovo Ra’īs.

ʿAbdallah Dawastāshī, amico fotografo e regista, mi ha raccontato di aver parlato pochi giorni fa con un commerciante, che esibiva l’icona di al-Sīsī nel suo negozio, ma, in conversazione privata, insultava e malediva con veemenza il presidente della repubblica araba d’Egitto. «Dateci tre anni, e tornerà la rivoluzione» mi annuncia ʿAbdallah. «Temo, però, che sarà molto più violenta dell’ultima».

Napoli, 25 ottobre 2014.

One thought on “Inside Italy: «Alexandrie, Alexandra»

  1. J’ai trouvé votre texte, que j’ai d’abord lu sur babelmed, poignant. Quel écart entre votre culture et le réel lamentable que vous décrivez. Merci de l’avoir écrit

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