OLYMPUS DIGITAL CAMERAPer an-Nahdha è il nono congresso, ma il primo in Tunisia; un evento storico, dunque, nel palazzo delle Esposizioni della capitale, tra hostess con velo azzurro e abito scuro e più di un migliaio di congressisti. Per entrare, Ilyēs il social-liberale e io abbiamo dovuto bleffare, prendendo l’ingresso del parcheggio posteriore, e intavolando lunghe spiegazioni su chi fossi io e chi lui, perché non avevamo accreditamento. Enfin, siamo entrati. L’attenzione non cala quando al-Ghannūshī, che parlerà per quaranta minuti prima di lasciare la parola a ‘Abdel Fattāh Mūrū, spiega le ragioni della rivoluzione: «Lo sconforto del popolo per l’impossibilità di quel regime corrotto di evolvere verso la democrazia e il fatto che le opposizioni, malgrado la divisione tra islamisti e non, coincidessero attorno ai Documenti del 18 ottobre furono la culla della rivoluzione del 2011». Poi difende il percorso di an-Nahdha quale progetto nazionale di unificazione delle forze fondamentali del Paese che eviti quelle polarizzazioni attorno alla Sharīʿa che hanno diviso i tunisini in blocchi, indebolendo la democrazia e la rivoluzione. Ilyēs ascolta, ma continua a guardarsi intorno, con la sua straordinaria massa corporea, come infastidito da qualcosa. «L’Islam non è oggetto di discussione in an-Nahdha, così come non lo è la democrazia, in quanto tutti credono nello Stato secolare. Come nessuno in an-Nahdha mette in dubbio che la Tunisia sia uno Stato nazionale, né che faccia parte del mondo arabo e islamico.» Quando la sala è invasa da applausi assordanti, Ilyēs mi traduce alcune espressioni per me astruse, poi mi sussurra all’orecchio: «Qui dicono una cosa, altrove ne fanno un’altra».

Sarà ʿAbdel Fattāh Mūrū a scuotere il campo islamico, parlando delle difficoltà del passaggio da un movimento di opposizione a uno di governo: «Ai nostri quadri era vietata la pratica politica e amministrativa, ai trentamila giovani imprigionati era vietato lo studio, e a chi riusciva ad avere un posto veniva ostacolata la carriera. Non abbiamo potuto esercitare un ruolo nella vita pubblica, per cui non possediamo le facoltà e le conoscenze per operare con la rapidità che ci viene richiesta. E l’impatto si misura nel grado di tentennamento che è stato imputato ai nostri Governi». Mūrū è un predicatore straordinario. Co-fondatore del movimento, ritiratosi dopo aver provato la prigione per l’affare di Bāb Suwīqa, ritornerà alla politica dopo la rivoluzione come indipendente. Vederlo al congresso al fianco di al-Ghannūshī, con la tunica bianco avorio di chi merita rispetto, è una sorpresa per tutti, perché sarà in quei giorni che si riavvicinerà a an-Nahdha, senza però rinunciare al suo sguardo critico verso ogni fondamentalismo: «A fianco di chi crede che l’Islam sia modernità, ci sono dei fratelli in sincerità, fede e dottrina. Non dubitiamo della loro appartenenza islamica, ma questi sono pronti a edificare l’Islam senza cambiarlo. Portano con sé il progetto di Sultanato del Māwardī, progetto di undici secoli fa, e pensano che sia buono per la vita di oggi. Pensano che né il Governo, né la società, né l’economia contino, e che le uniche cose importanti siano il comportamento personale e l’attenzione alle apparenze. Ebbene, rappresentano un ostacolo alla nostra opera!».

Tre settimane più tardi, un militante islamista radicale lo ferirà alla testa. «Davanti a noi, abbiamo geniali pensatori dell’epoca che si sono sforzati di studiare i testi sacri e li hanno fatti uscire dal loro contesto iniziale per utilizzarli in quello in cui vivevano. Non è forse Mālik bin Anas uno di loro? Non è forse Abū Hanīfa uno di loro? O as-Shāfiʿī? Noi, invece, abbiamo sospeso il nostro giudizio e il progresso del nostro diritto si è fermato con il manuale Mukhtasar al-Khalīl.» Il pubblico è più rumoroso e commenta le provocazioni, e lui si fa più esplicito: «L’idea di uno Stato dogmatico esteso dalla Cina al Marocco non esiste più. Quando arrivarono i francesi, nel 1881, eravamo parte del Sultanato ottomano e non percepivamo che la nostra fosse una nazione a sé, con delle frontiere; ma quando ci siamo liberati della colonizzazione, nel 1956, ci siamo ritrovati in uno Stato subregionale, in cui non c’era più futuro per un progetto dogmatico».

Mūrū scuote la coscienza del pubblico rivolgendosi agli ‘Ulemā’, i dottori della legge, presenti numerosi nella sala: «I nostri dottori legiferano sul giuramento del divorzio o parlano di chi rompe il digiuno durante il giorno di Ramadhān. D’accordo, ma dove sono quando si deve parlare dei diritti umani fondamentali? Dove sono rispetto alle controversie sull’informatica o sulla previdenza sociale? Osserviamo gli altri mentre tessono e noi siamo pronti a vestire i loro vestiti». Annuisco con la testa, mentre Ilyēs resta per la prima volta immobile. Uomo saggio, Mūrū sa che un movimento che non ha ‘Ulemā’ non può aver successo, né imporre il proprio progetto di civiltà. Questa è la sfida che sta davanti a an-Nahdha: accompagnare la modernità e generare uomini di pensiero e di visione capaci di elevare i testi della legge alla pratica che richiede il nostro tempo, in un vero e proprio ruolo civilizzatore. La sua voce cresce di volume, gli applausi lo interrompono sovente per manifestare la simpatia di un pubblico che traspira in una sala ormai torrida, dove tutti vengono richiamati alle proprie responsabilità, anche nel fronte laico: «Non abbiamo raggiunto una fase di stabilità politica che ci permetta di parlare di maggioranza o minoranza. Siamo in una fase transitoria, che richiede che tutti noi facciamo la nostra parte. Non possiamo permetterci di sostenere da soli il fardello della costruzione, mentre gli altri politici vestono tute sportive, si siedono all’ombra e prendono nota dei nostri errori».

[…]

(capitolo: Autunno arabo: chi riscatterà l’Islam politico?)

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