Picart_alpheus_arethusaL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Se passate per Siracusa, io l’ho fatto partecipando a Oltremare Festival, andate alla fonte Aretusa, dove, sull’isola di Ortigia su cui è stata edificata la città, sgorga una sorgente sotterranea che si butta a mare. Acqua fresca che d’improvviso si confonde con le acque salate, e dove crescono stupendi steli di papiro. I poeti nei secoli hanno vagheggiato davanti a queste chiare e dolci acque che d’improvviso si mescolano con il Mediterraneo. In tempi di crescente rarefazione delle risorse idriche, è quasi un miracolo ammirare ancora la fonte appoggiandosi al belvedere. Pare che il papireto di Siracusa – alla fonte Aretusa e sul fiume Ciane – sia insieme a quello del fiume catanese Fiumefreddo l’unico presente in Europa. Un pezzo dell’ecosistema del Nilo che ha attraversato il mare: è meraviglioso pensarlo. Aretusa è un personaggio della mitologia greca. Giovane e bella ninfa di cui si innamora Alfeo, figlio del dio Oceano, spiandola mentre faceva il bagno nuda, Aretusa fugge al suo corteggiamento e si rifugia a Siracusa, dove viene trasformata in fonte dalla dea Artemide. Zeus, commosso dal dolore di Alfeo, lo muta in fiume a sua volta, permettendogli così, dal Peloponneso passando sotto le acque del mar Ionio, di sfociare appunto sull’isola di Ortigia, dove avrebbe incontrato di nuovo la sua ninfa. Qui, si sono dunque incrociate le acque divine della Grecia e le ricercate essenze botaniche dell’Africa, generando ricchezza e bellezza.

Il giorno seguente il mio passaggio per Siracusa, il 6 settembre u.s., Oltremare Festival si è spostato a Pozzallo, dove questo mistero dell’incrocio di rotte e culture continua a prodursi. Pozzallo è uno dei punti di arrivo degli scafi di migranti più frequentato della Sicilia. Mentre scrivo  queste righe, 504 migranti hanno appena raggiunto le coste del Ragusano, e questo è solo uno dei tanti sbarchi che hanno interessato Pozzallo. Paola Ottaviano, di Borderline Sicilia, durante il festival denuncia i trattenimenti illegittimi nei centri di accoglienza e i respingimenti differiti, praticati anche nei confronti di donne incinte o giovani provenienti da paesi sotto un regime dittatoriale. Gli incroci di cui metaforicamente ci ricordiamo quando ammiriamo la fonte Aretusa sono visti in questi giorni con diffidenza. Parlare però di invasione da cui difendersi è assolutamente fuorviante, e non dà ragione delle dimensioni, né  della tragicità degli eventi. La prima ragione è che molti di coloro che tentano la traversata del Mediterraneo non giungono a destinazione. Paola segnala che dall’inizio dell’anno ad oggi tra le duemila e le tremila persone sono morte in mare nel tentativo di raggiungere le nostre coste. La seconda ragione è che i flussi di rifugiati e sfollati toccano il nostro Paese in misura marginale rispetto ad altri. Prendiamo le vittime del disordine siriano, di cui il regime al potere ne è il principale responsabile. Mattia Toaldo, dello European Council on Foreign Relations di Londra, stima in 6,5 milioni gli sfollati interni alla Siria; 3,5 milioni i rifugiati tra Giordania, Turchia e Libano; diecimila i profughi siriani che hanno raggiunto l’Italia. Le cifre sono incomparabili.

Qualche giorno fa, le istituzioni europee ed italiane hanno ricordato a Lampedusa il naufragio che il 3 ottobre 2013 provocò la morte di quasi quattrocento migranti, che con un’imbarcazione proveniente dalla Libia si apprestavano a raggiungere l’isola. Quell’anniversario pesa gravemente sulle coscienze di noi cittadini della «Fortezza Europa», eppure dal 13 al 26 ottobre, diciottomila agenti di polizia di tutti i Paesi membri dell’Unione e quelli associati all’accordo di Schengen saranno mobilitati – a spese dei contribuenti – per dare la caccia ai «migranti irregolari» e ai sans-papiers di tutta Europa. Controlli forzati, posti di blocco, interrogazioni e probabile detenzione nei CIE (Centri di identificazione ed espulsione), in attesa di espulsione e arresti, sono previsti nelle stazioni e aeroporti del continente, ai confini dell’Unione così come all’interno dello spazio di circolazione di Schengen. L’hanno battezzata Operazione Mos Maiorum, che in latino significa «costume degli antenati», e fa riferimento alla morale tradizionale della civiltà romana. Il senso della scelta di questo termine sta nella volontà di far rispettare le leggi agli immigrati con un’operazione di scala europea, concepita durante la presidenza greca dell’Unione europea e applicata durante quella italiana. Quale atto di richiamo al diritto romano, proprio da parte dei governi di Paesi le cui civiltà diedero corpo nella storia all’idea del Mediterraneo come spazio comune! Vale la pena ricordare quali fossero i valori che stavano alla base del diritto che distingueva il buon cittadino romano: fides, ovvero l’incontro tra verità, onestà ed affidabilità; pietas, ovvero rispetto verso gli dei, la res publica e la famiglia; maiestas, ovvero la dignità dello Stato come rappresentante del popolo e il senso di appartenenza ad esso; virtus, ovvero valore e eccellenza soprattutto a vantaggio della comunità; gravitas, ovvero dignità, compostezza ed equilibrio. Sono forse gli immigrati i peggiori nemici dell’etica romana? O non sono piuttosto gli stessi politici, che hanno sostituito se stessi allo Stato? Se abbiamo bisogno di un’operazione Mos Maiorum, di una grande retata europea di grande scala, è nei confronti della classe politica corrotta, di quella imprenditoriale che ha sostituito il profitto al lavoro e sottratto i capitali alla fiscalità pubblica, e delle mafie che vivono sulle risorse pubbliche. Questa sì che sarebbe degna di quel nome di romana reminiscenza… Invece, ce la prendiamo con i più deboli. Vergogna! Vergogna per aver reso il Mediterraneo una frontiera militarizzata, dimenticando la storia e l’identità plurale, ma condivisa, in termini geografici, culturali e di costumi che caratterizza la regione!

Se pensiamo che il Mediterraneo ha inventato l’economia, che i fenici hanno inventato il commercio internazionale, ci rendiamo conto della miopia con cui teniamo a distanza i nostri vicini mediterranei, tradendo le peculiarità della vita sociale ed economica della regione, nella quale invece potremmo trovare un’ispirazione per superare un modello di sviluppo che genera disoccupazione, ingiustizie sociali, depauperamento delle risorse e flussi migratori nella ricerca di una vita decente. L’economista Luigino Bruni identifica nelle seguenti caratteristiche la specificità di un’economia mediterranea: esistono le comunità e non solo gli individui, l’economia non è fatta da singoli individui, bensì da associazioni imprenditoriali, confraternite o corporazioni di arti e mestieri; lo scambio non è solo trasferimento di merci, ma anche incontro tra persone, dove la fiducia si costruisce attraverso l’incontro tra sconosciuti, dove gli scambi generano stabilità, pace e accettazione mutua; la ricchezza è una faccenda di rapporti umani, la ricchezza si misura in quante relazioni hai, non necessariamente in quanti soldi hai; e infine, l’economia genera luoghi di libertà, il commercio in particolare si presta alle città, alla millenaria cultura urbana che attraversa i porti e le piazze del Mediterraneo.

Se vogliamo sperimentare relazioni che generino ricchezza diffusa, stabilità e coesione in questa regione, dobbiamo produrre flussi, commerci, e non vivere di rendita o chiudere le frontiere. Dobbiamo investire nel Mediterraneo e costruire progetti di sviluppo transmediterranei che riprendano i valori del fare economia nella regione, facciano viaggiare persone e beni, e combattano la speculazione e la rendita, che stanno alla base della cultura della sudditanza, della corruzione e delle mafie. Questi sono i Mos Maiorum che meritano il nostro sostegno, non altri. Di questi giorni, Aretusa non avrebbe probabilmente mai raggiunto Siracusa, respinta con un’ordinanza prefettizia, o lo sarebbe stato l’amante Alfeo, a cui sarebbe probabilmente stato negato il ricongiungimento. Siracusa non sarebbe diventata la capitale della Magna Grecia, e il Mediterraneo la culla di molte civiltà.

Firenze, 4 ottobre 2014.

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