Lampedusa2

L’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Tutti aspettavano il ministro degli Interni, ma questi stava invece a Tunisi. Sono arrivati quantomeno il presidente del Parlamento europeo, la presidentessa della Camera dei deputati, la ministra degli Affari esteri e neo-responsabile della PESC e il viceministro degli Interni. Davanti all’ingresso dell’aeroporto di Lampedusa, stavano una cinquantina di manifestanti che aspettavano l’arrivo delle autorità nel giorno del primo anniversario del Grande Naufragio, che costò la vita a quasi quattrocento migranti. Un cartello dice: «Falsa accoglienza, vero affare di Stato». Un altro: «Lampedusa caserma a cielo aperto». La cittadina è effettivamente piena di uomini in divisa. Al piano superiore si svolgono i lavori di Sabir – Festival delle culture mediterranee promosso da Arci Nazionale. Sono arrivate centinaia di esponenti di movimenti sociali progressisti, sindacati, associazioni e partiti di Sinistra soprattutto da Italia, Maghreb e Europa occidentale, ma anche da altri Paesi mediterranei della sponda meridionale e orientale. Lunghe sessioni si svolgono in tre spazi, è una sorta di riproduzione in miniatura del Forum sociale mondiale di Tunisi, mentre il tardo-pomeriggio gli eventi culturali hanno luogo su via Roma. La sera prima avevo parlato di Riscatto mediterraneo in un dialogo con lo scrittore egiziano emergente Mahmoud Hassan. Mahmoud, autore di The Remaining Stories of What Happened, è di Alessandria d’Egitto, e comincia a raccontare in un inglese intermittente dell’ennesimo naufragio avvenuto al largo delle coste alessandrine in quelle ore. Erano siriani, egiziani e iracheni. Poi tira fuori una foto del 1951 che ritrae un corteo di manifestanti sul lungomare della nobile città egiziana con uno striscione in arabo e in greco che dice: «I greci di Alessandria in solidarietà con i fratelli egiziani contro l’Occupazione britannica». Quella vecchia foto in bianco e nero mi ha riportato all’aeroporto di Lampedusa. Sono davanti agli arrivi quando si aprono le porte e Tami, uno dei sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre 2013 viene abbracciato dai vecchi dell’isola. Lacrime e risa si mescolano, è un momento di pura felicità. Le camere dei giornalisti intorno non li mollano di vista. Sono come le mosche sulle vacche alpine al pascolo.

Tra i cartelli in legno e cartone alzati dai dimostranti, ve n’è uno che protesta contro le nuove installazioni radar di Capo Ponente, affiancato dalla bandiera dei NO-Muos. Un volantino denuncia la firma da parte della Giunta municipale di due convenzioni con la fondazione Open Society di George Soros, definito «guerrafondaio e organizzatori di colpi di stato antidemocratici, arricchitosi sulle disgrazie altrui». «Sono gli imprenditori aizzati dal rivale politico del sindaco» mi spiega il caro amico Filippo Miraglia, ora vice-presidente dell’Arci. Un altro volantino del Collettivo Askavusa (che vuol dire «scalza» nel dialetto locale) prende le distanze dal festival Sabir, denuncia il fatto che una giornata che doveva essere di silenzio e riflessione venga utilizzata come passerella e riprende: «Soros si è macchiato di speculazioni finanziarie e ha destabilizzato militarmente interi territori, causando le migrazioni di centinaia di migliaia di persone». Ho cercato su Internet e ho trovato molti link che riporterebbero l’ammissione di Soros di aver finanziato quei gruppi che hanno provocato la caduta del governo ucraino con l’assedio del centro di Kiev, a cui abbiamo recentemente assistito in televisione. È difficile capire quanto di vero ci sia in questo, ciò che è certo è che gli interessi stranieri intervengono sempre in situazioni di disordine e transizione per portare un determinato paese in una direzione piuttosto che in un’altra. Non sottovalutiamo però la volontà popolare e l’energia della protesta sociale, non delegittimiamola così facilmente. Che George Soros abbia sostenuto le rivoluzioni colorate post-comuniste è risaputo. Che i regimi accusino tutti i movimenti di opposizione di essere agenti di potenze straniere e brigate complottistiche è però altrettanto vero, e questa costituisce un’arma propagandistica già largamente sperimentata dai dittatori dei paesi della Primavera araba. Che Soros si sia arricchito con la speculazione finanziaria è pure risaputo… Forse ora vuole riscattare la propria sporca coscienza promuovendo i diritti di cittadinanza… «La polemica sui finanziamenti di Soros al festival Sabir è strumentale. Con i finanziamenti della Open Society, ventimila euro, copriamo solamente il 4% dei costi del festival» aggiunge Filippo. «Due festival, uno scoglio» ha intitolato il giornalista cosentino Matteo Dalena in un suo articolo. Un’isoletta piccola e due festival uno dietro l’altro, che lasciano una scia di polemiche tra finanziamenti, sovrapposizione con altre rassegne, titolarità del nome «Sabir» e presenze istituzionali scomode. «È vero che non si è fatto più il festival O’Scià di Claudio Baglioni, ma tra Baglioni e Ascanio Celestini, vuoi mettere la differenza rispetto al messaggio di denuncia civile?» reagisce Francesca, un’attivista Arci. Ed Ascanio c’è stato al Sabir, ed ha portato in fondo a via Roma, con attori in sella a alcune biciclette con una lanterna davanti appesa ad una canna da pesca, uno spettacolo che mette in scena storie raccontate da alcuni lampedusani.

L’altro festival, quello che ha raggiunto la VI edizione e si è tenuto fino al giorno prima dell’inizio di Sabir, si chiama Lampedusainfestival, una rassegna low-cost di cinema e migrazioni, parte della Rete del Caffè sospeso, che raggruppa diversi festival cinematografici di diritti, migrazioni, impegno civile e sviluppo responsabile in Italia. Gli organizzatori, tra cui si annoverano la Rete dei Comuni solidali e il Collettivo Askavusa, tengono a precisare nel programma cartaceo che Lampedusainfestival è stato organizzato «senza» il contributo del Comune di Lampedusa. Li avevo conosciuti nel 2011, la prima volta che venni sull’isola per fare l’osservatore al Centro di pronto soccorso e prima accoglienza dei migranti a Contrada Imbriacola. Ero osservatore Arci, e Askavusa stava aprendo un museo dei cimeli di migranti e naufraghi. La sera, si andava a cena da loro, e nessuno avrebbe mai immaginato che ci sarebbero stati pochi anni dopo due festival su, appunto, uno scoglio. Questo pasticcio, forse, si poteva evitare. Non ha fatto bene a nessuno tra coloro che sostengono da tempo i diritti dei migranti. La presenza dei politici di mestiere in questi giorni ha certamente diviso, alcune scelte della Giunta non sono state capite, o forse sono state inopportune. A Lampedusa, in questi giorni, ci sono comunque persone che meritano di essere incontrate, che significano qualcosa tra chi lotta per il diritto alla mobilità, i diritti economici e sociali e l’umanità al di là delle frontiere. Ci sono pure degli algerini ed un libico, si ascoltano diversi dialetti arabi, e ci sono alcuni di coloro che sono passati per Contrada Imbriacola. Sono mancati, forse, nelle sale dell’aeroporto, i lampedusani, certamente stanchi di veder arrivare eserciti di forze dell’ordine, attivisti, giornalisti e politici. Vogliono solo il silenzio, su un’isola dove i ritmi del giorno e della notte sono dettati dal passaggio delle navi, e si rispetta una legge che i marinai conoscono da sempre e non discutono: uomo in mare dev’essere salvato.

Quanti ricordi, anche per me. Nell’agosto del 2011, sulla strada costiera che costeggia la pista dell’aeroporto di Lampedusa, mentre mi dirigevo in bicicletta verso Cala Francese incontrai una lapide dedicata a un ragazzo italiano prematuramente scomparso. Aveva la forma di un libro di marmo aperto, su cui stava scritto: «Il tuo fiore avrebbe potuto sbocciare da ogni lato, se un vento crudele non avesse intristito i tuoi petali». Questo libro aperto era rivolto verso il mare, e le sue parole prendevano la direzione del Sud. Per un momento avrei voluto svelare ai miei lettori, in quell’epoca tenevo un diario online su Lampedusa e Contrada Imbriacola, dove si trovasse quella lapide, ma poi me ne vergognai terribilmente. Lasciamo che altri la notino, d’improvviso, e si facciano domande sulle storie di quest’isola e del mare cha la circonda. È forse questo lo stesso spirito con cui alcuni dei soccorritori che salvarono la vita a molti passeggeri dell’imbarcazione che affondò un anno fa si sono rifiutati di partecipare alle celebrazioni per il primo anniversario del naufragio. «Ho deciso di non partecipare per ribellione e per la mancanza di rispetto che le istituzioni hanno avuto nei miei confronti e in quelli dei miei amici […] Non vogliamo medaglie, vogliamo rispetto, ma il rispetto lo abbiamo già ricevuto da chi abbiamo salvato» dice uno di loro a un giornalista di La Repubblica. Chi alza la voce in segno di rabbia e protesta, chi organizza dibattiti e seminari sui diritti dei migranti, chi racconta le loro storie e chi preferisce ricordare nel silenzio, tutti questi meritano la nostra considerazione, se lo fanno con onestà e senso della dignità. Ognuno sceglie il modo di esprimere il proprio appoggio a questi giovani in cerca di una vita migliore nel modo che gli è più consono. Coloro però che legiferano e pontificano su frontiere e permessi di soggiorno, tra una riunione di partito e un pranzo di lavoro a base di pesce spada e vino delle migliori cantine, dovrebbero semplicemente fare due cose: andare in barca una settimana a cercare i cadaveri che ancora galleggiano, e prestare servizio ai sopravvissuti in infermerie e centri di accoglienza un’altra settimana. È quello che si dice unire il lavoro intellettuale con quello manuale, capacità di sintesi di cui sentiamo la mancanza, o sbaglio?
Quel soccorritore di cui parlavo prima ricordava al giornalista di quando i sopravvissuti lo chiamavano «Papà», aggiungendo: «E questo, per me, era toccare il cielo». Quanti di noi, come lui, hanno mai toccato il cielo, così imponente sopra mare e terra?

Lampedusa, 3 ottobre 2014

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