afsL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Intercultura sta in un bellissimo palazzo signorile nella parte alta di Colle di Val d’Elsa. Era un convento che è poi passato nelle mani dello Stato e quindi acquisito dall’organizzazione. È tanto spazioso quanto grande è diventata questa organizzazione.

Intercultura è il socio italiano di American Field Service (AFS), e quest’anno ne celebrano il centenario. Nell’ autunno del 1914, alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale, un gruppo di giovani americani a Parigi organizza una rete di ambulanze in appoggio all’ospedale americano di Neuilly. Gli Stati Uniti erano ancora un Paese neutrale. Uno dei promotori, Abram Piatt Andrew, scrive in quei giorni: «Il numero di ammiratori della Francia negli Stati Uniti era in continuo aumento e molti di loro erano alla ricerca di opportunità per dare un aiuto alle forze militari francesi»[1]. Da questo nucleo di intellettuali nascerà American Field Service. Era la prima volta nella storia che un’organizzazione di soccorso feriti di un Paese neutrale andasse a collaborare con uno Stato impegnato nel conflitto in prima linea. Molti di essi diventarono successivamente artisti importanti e ricordarono l’esperienza con AFS nelle loro opere, come Julien Green e Malcolm Cowley, scrittori affermati della cosiddetta Lost Generation, e Waldo Peirce, pittore. Organizzarono ambulanze sia durante la prima che la seconda guerra mondiale, che li portò fino in Siria, Egitto, India e Birmania, ma gli ambulanzieri aprirono anche una nuova stagione: «Per quattro anni abbiamo cercato di far capire l’America ai francesi e la Francia agli americani: questo sforzo non deve finire con la guerra; non dobbiamo diventare un club di reduci: ci è stato suggerito di creare delle borse di studio per francesi in America e per americani in Francia» scrivevano gli ambulanzieri in un bollettino di AFS del 1919. È così che è comnciata la storia degli scambi interculturali tra studenti nel mondo.

Oggi, l’Associazione Intercultura conta solo in Italia su circa quattromila volontari suddivisi in cento e quarantanove centri locali; altri duecentomila fanno parte delle associazioni consorelle in sessanta Paesi: la struttura professionale ancora in Italia è di ben sessantaquattro persone: un vero e proprio «esercito di pace» al servizio di tutti coloro interessati all’apprendimento interculturale. Vengo invitato a Colle di Val d’Elsa al corso estivo di formazione del nucleo di volontari che formano e coordinano tutti gli altri volontari, promuovono i programmi dell’associazione, selezionano i candidati per gli scambi, ecc. Sono una cinquantina, e sono arrivati da tutta Italia, prendendosi sovente le ferie per questo. Come mi spiega Roberto Ruffino, il segretario generale, non vogliono dipendere da fondi pubblici, che troppo spesso richiedono ammiccamenti, fedeltà e favori: «Quest’anno disponiamo di tre milioni e settecentomila euro» aggiunge. Una grande macchina di raccolta fondi. Certo, il tema degli scambi studenteschi è un oggetto facilmente spendibile sul mercato della filantropia, più facile che mettere in piedi un corpo di soccorso feriti in una guerra, ma di questi tempi è uno straordinario risultato. «Più di quarant’anni fa, avevo ventott’anni, la fondazione Agnelli mi offrì una posizione di prestigio a Torino» mi racconta Ruffino «io la rifiutai e tutti mi dissero che era stata una follia. Oggi, la fondazione Agnelli è in declino, e noi abbiamo sessanta dipendenti». Molti sono tra i presenti al corso estivo gli interrogativi sulla fattibilità degli scambi, specialmente in zone difficili come i Paesi arabi, perché è solo mescolandosi con altre culture che se ne possono capire le ragioni. «Le famiglie sovente non acconsentono a scambi con quei Paesi, anzi le loro resistenze si fanno maggiori con figli alle scuole superiori piuttosto che a quelle inferiori» spiega Andrea Franzoi, responsabile per i volontari. Questi parlano di identità liquide, si interrogano sulla missione del dialogo interculturale e si chiedono come cambiare la realtà. «Il dialogo serve se ci fa capire che ci distinguiamo e contiamo “più o meno” non per la religione, la razza o la lingua, ma per il diverso accesso ai diritti. Nella lotta per i diritti a tutti, nella lotta per la giustizia sociale, misuriamo quanto le diversità siano una ricchezza per affrontare sfide comuni, transregionali, non un fattore discriminante» rispondo. In questo, ci può aiutare l’identità mediterranea, ovvero la riscoperta di essa. Un volontario di Intercultura mi parla di «identità liquide»; io preferisco le parole dello scrittore di origine libanese Amīn Ma‘lūf:  «Non è forse giunto il momento di accettare una nuova concezione dell’identità che a volte vorrei definire mediterranea, meno tribale, meno esclusiva, non troppo severa, non troppo prigioniera di miti divisori, più aperta agli altri e alle realtà del mondo di domani?»[2]. È la stessa cosa, in fondo; è facile da teorizzare, complicata da praticare.

Per dialogare, bisogna essere pronti dentro. La sede di Intercultura sta in quello che veniva chiamato il borgo di Santa Caterina, nel quale vi è una chiesa romanica e lei dedicata. Stiamo parlando di Santa Caterina di Alessandria. D’Egitto, non di Piemonte. Voi iscrivereste i vostri figli ad uno scambio con un istituto scolastico egiziano?

Toscana, 22 luglio 2014.

 

[1] Fonte: Intercultura, 74, 2014.

[2] Cfr. A. Ma‘lūf, Els reptes de la interculturalitat a la Mediterrània, in J. Maila, M.-À. Roque (a cura di), Els reptes de la interculturalitat a la Mediterrània, Istituto catalano del Mediterraneo, Barcellona 2000.

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