OLYMPUS DIGITAL CAMERAAhrār as-Shām è una milizia di combattenti islamici che lottano per liberare il restante 40% della città di Aleppo ancora nelle mani del regime di al-Asad. Un uggioso giorno di pioggia incontro uno di loro sul marciapiede, a tre minuti a piedi dalla linea del fronte. È vestito di nero dalla testa ai piedi. Anche le ciglia sono state annerite con la polvere al-kohl. Mi trovo con altri combattenti non islamici, e per rispetto non gli rivolgo la parola perché mi è stato detto che i combattenti islamici non amano parlare con gli stranieri.

«Tra i rivoluzionari, vi sono delle differenze tra chi vuole uno Stato islamico e chi no, e non c’è coordinamento strategic tra Esercito libero e combattenti islamici. Ci si coordina in certe azioni di combattimento, ma niente di più» mi spiegherà Mahmūd al-‘Arabī, l’ingegnere informatico che cura il sito Internet di Aleppo Press Center, creato da un gruppo di attivisti della città. Sarà nei loro uffici, due appartamenti di uno stesso triste immobile, che verrò ospitato. Uno spazio che in cuor mio ribattezzerò “la tana”, dove ci si rifugia la sera e tra quattro mura si vive la precarietà di Aleppo: acqua e luce a singhiozzo, spazzatura accantonata, stoviglie sporche e latrine puzzolenti. «Noi non vogliamo uno Stato islamico. Jabha an-Nusra, però, è presente anche qui, e raccoglie le simpatie di più della metà della popolazione dicendo che non rubano e che vogliono uno Stato basato sulla Sharī‘a. Dopo la caduta del regime, non escludo uno scontro interno» aggiunge Mahmūd, mentre ceniamo con gli altri ragazzi del centro con pollo allo spiedo, pane, ayran e patate, illuminati da candele di emergenza.

Un’operativa dell’Esercito libero, una palestinese nata e cresciuta ad Aleppo, mette però le mani avanti: «La Siria è un Paese diverso, i siriani non accetteranno mai l’islamismo; la gente prega e digiuna, ma rifiuta regole troppo strette. Le brigate di Ahrār as-Shām furono avvisate che alcuni dei loro combattenti non facevano la preghiera: li misero agli arresti e li costrinsero a pregare, ma questi continuarono a rifiutarsi. La religione deve essere libera». È con lei, di cui non voglio svelare il nome, che avevo incontrato il combattente di Ahrār as-Shām, ed è lei che mi ha fatto scoprire il delizioso riso al latte che i venditori ambulanti propongono in quelle vie solitarie e, a certe ore, inquietanti. Donne vestite di paltò e veli neri camminano da un negozio all’altro prima del calar del sole; la pelle diafana dei visi appare ancora più luminosa in quella cornice. Accanto al cavalcavia al-Hājj si manifesta il paesaggio di una discarica lunare, che spinge i conducenti a premere l’acceleratore tanto quanto il pericolo degli snipers. Centinaia di piccoli sacchetti di plastica nera e di aspetto sudicio emanano un odore puzzolente e velenoso, quasi una bile di rabbia, perché l’inverno umido li fa morire di agonia tra segnali di fumo che non fanno fiamme né si estinguono. Come i fantasmi di questa città, piangono perché non hanno ricevuto adeguata sepoltura.

[…]

(capitolo: Le tenebre di Aleppo)

 

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