OLYMPUS DIGITAL CAMERAPubblichiamo da oggi su questo blog le puntate di INSIDE RISCATTO che appaiono sulla pagina Facebook del libro. Stralci del libro con storie e personaggi del riscatto mediterraneo, e pensieri su quanto succede nella regione.

Il profumo dell’erba alta dei campi secchi inumiditisi con le prime ore della notte mi assale all’uscita dall’aereo. È così intenso che stordisce i sensi e riporta a memorie infantili. Le tredici ore di ritardo subite dal velivolo della Tunis Air vengono così ricompensate da quest’inaspettata sensazione di purezza sotto un cielo stellato. Il velivolo è rimasto sulla pista di Tunisi perché avevano chiuso quella di Bengasi. I tanti libici in attesa di imbarcarsi, ancora assonnati per la levataccia, circolano più tesi: ci sono stati degli scontri all’aeroporto di Bengasi, il personale è in sciopero, doveva transitare una personalità politica.
All’arrivo in Cirenaica tutto è tranquillo, e nessuno si chiede più cosa sia successo. Veniamo accolti da un pannello che ricorda che siamo nella culla della rivoluzione libica e da un ufficiale di frontiera che timbra i passaporti con una velocità straordinaria, segnando i nomi su un registro come quelli che si usavano alle scuole elementari dei miei tempi. Poi familiari e amici che si mescolano con i nuovi arrivati, la lunga strada dritta per la città e gli alberghi pieni, tanto che trovo posto solo al quarto tentativo, al Funduq as-Safīr: una stanza con le lenzuola sporche.
Munīr e Na‘mān, il palestinese, mi lasciano e mi augurano buona notte, una notte inoltrata.
Bengasi ha il mare e l’orgoglio; a metà strada tra Alessandria d’Egitto e Tripoli, ama la vita e disprezza le frontiere, e a piccoli passi si prepara a cambiare. Tutti quelli che incontri te lo confermano: non c’è più via di ritorno.
Munīr el Feitūrī mi è stato indicato da un avvocato per i diritti umani di az-Zāwiya; tra andate e ritorni ha vissuto dodici anni a Malta e nell’aspetto sembra più latino che arabo. Il biglietto da visita lo introduce come un importatore, dirigente della Valletta co. ltd., e quando ci sediamo in un bar mi indica la cioccolata Kinder Ferrero che ha fatto venire dalla Bulgaria.
Nel momento in cui mi presenta Na‘īma al-Fārsī, direttrice dell’Unione generale delle organizzazioni della società civile, di cui anche Munīr fa parte, mi sorprende l’accostamento, e capisco come questa città sia il ponte tra una società tradizionale e tutto ciò che sta oltre il Mediterraneo. Na‘īma ha capo e viso completamente coperti e veste di nero, i suoi occhi castani spiccano sulla figura scura e rotonda. L’Unione è una potenza, ed è con questa signora distinta, e che tutti salutano, che vado a parlare di società civile al ministero della Cultura. Per raggiungere gli uffici del ministero dobbiamo imboccare una polverosa strada interna e accedere al cortile di un edificio che alla prima impressione pare abbandonato, non fosse che per le due giovani guardie sedute al cancello. Qui si trova il Centro di sostegno delle ONG, che ha il compito di registrare le associazioni, formarle e accompagnarle nel loro sviluppo. Solamente a Bengasi se ne trovano cinquecento.
[…]
Siamo in pieno centro, a metà strada tra la piazza dove si sono concentrate le grandi manifestazioni della rivoluzione, Maydān at-Tahrīr, e la piazza in cui sono scesi in strada i primi dimostranti, animati dagli eventi rivoluzionari egiziani, conosciuta come Maydān as-Shajara, “piazza dell’albero”.
«Qui c’era un bellissimo vecchio cedro, che Gheddafi ha fatto abbattere anni fa, perché era un punto di incontro pubblico» spiega Munīr, insinuando che formare crocchi spontanei era già segno di sobillazione per il Padre della Patria. Così il cedro è stato rimosso da una piazza che, prima di allora, portava il nome del patriota Pisacane, fino all’indipendenza del 1951, e poi ufficialmente quello di ‘Amr Tūsūn, l’imprenditore e archeologo alessandrino che sostenne la lotta contro il colonialismo italiano.
[…]


(capitolo: Ritorno a Bengasi)

 

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