Mare NostrumL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

La prima impressione che ho avuto al Campo Ortolini è stata ottima, niente a che vedere con Contrada Imbriacola, il Centro di soccorso e prima accoglienza di Lampedusa in cui feci l’osservatore nell’agosto del 2011. Certo, i numeri non sono comparabili: a Lampedusa erano qualche centinaia, a Campo Ortolini cento e cinquantaquattro, ma uno dei motivi dell’ottima accoglienza offerta da Martina Franca, il Comune tarantino dove mi trovo su invito dell’assessore alla Cultura Antonio Scialpi, è che tutto si fonda sul volontariato, mentre a Contrada Imbriacola operava per contratto una cooperativa, il cui margine di guadagno cresceva quanto più venivano trattenuti i migranti, e quanto meno si cambiassero le lenzuola di carta. Campo Ortolini è un grande capannone moderno adibito a zona fieristica, appena fuori città. Arrivo a Campo Ortolini con due collaboratori dell’assessore, Marino Speciale e Giuseppe Friuli. La mattina prima, la Marina militare, con l’Operazione Mare Nostrum, aveva ripescato in acque internazionali cento e sessanta fuggiaschi e li aveva tratti in salvo a Taranto. Sei di quelli, siriani, appena arrivati a Martina Franca si sono risistemati e sono immediatamente partiti per il Nordeuropa, probabilmente la Svezia. «Ma come fanno ad arrivare là senza visto?» chiedo a Gianni Genco, il responsabile volontari della Protezione civile. «Sono in rete tra loro. Attraversano le frontiere in automobile».  Gli altri sono ancora a Campo Ortolini. Tutto è pulito, la struttura è grande, hanno un angolo Internet, appena arrivati vengono lavati, visitati e cambiati con indumenti nuovi provenienti da confezionatori locali. La risposta della popolazione locale è impressionante, molti volontari e beni quali indumenti e alimenti arrivano a Campo Ortolini. La tradizione di accoglienza di Martina Franca si è temprata con lo sbarco degli albanesi del 1991. Oggi, sono cinquecento le famiglie albanesi ben inserite nella comunità locale, e la città elegge un consigliere comunale aggiunto in rappresentanza dei circa mille e settecento stranieri proprio tra loro: si tratta di Arjanit Nexha, eletto il 27 ottobre 2013. Il consigliere non ha diritto di voto, ma partecipa regularmente alle sessioni del consiglio comunale. L’elezione di un consigliere per gli stranieri è una pratica già presente in altre località italiane; mi segnalano: Enna, Fabriano, Grosseto, Ivrea, Jesi, L’Aquila, Lecce, Loreto, Orvieto, Perugia e Pescara. Un modo intelligente per correggere un vuoto di diritto, ovvero il fatto che i residenti che non hanno la nazionalità italiana non possano votare alle elezioni amministrative malgrado vivano in Italia da anni. Martina Franca ha ora dunque ventiquattro consiglieri di nazionalità italiana e uno straniero.

L’assessore ai Servizi sociali Donatella Infante sta visitando la struttura di Campo Ortolini e parliamo dei rifugiati. Si sta contemporaneamente occupando di un’altra emergenza, gli edili e tessili disoccupati, di 50-54 anni, che vengono sfrattati per morosità. «L’accoglienza degli stranieri ci ha fatto le ossa anche per queste emergenze» spiega l’assessore. E continua: «Abbiamo aperto la casa del volontariato a settembre mettendo assieme diciotto associazioni, un laboratorio di idee oltre che uno spazio fisico comune. Accogliamo ben 85 famiglie martinesi a cui distribuiamo ogni mercoledì il pane raccolto dai panifici e rimasto invenduto. Distribuiamo anche abiti e giocattoli, e chi prende spesso in cambio dona il suo tempo. Stiamo lavorando sul canone concordato perchè gli affitti sono troppo alti e spesso le tre mensilità che riusciamo a garantire in caso di sfratto esecutivo sono insufficienti ai tanti sfrattati per morosità, in un Paese in cui l’edilizia popolare è ferma da 40 anni».

I suoi pensieri vanno ora a questi stranieri che partiranno presto, chi verso i centri per richiedenti asilo, chi verso l’estero. «Non oso pensare come possano stare nel CARA [Centro di accoglienza per richiedenti asilo] di Napoli» confessa l’assessore. Non sarà facile, in effetti, per tutti. Mi fermo a parlare con un gruppo di ragazzi nigeriani. Sono arrivati qui dopo aver pagato per attraversare illegalmente la frontiera libica meridionale, ed ora dovranno rifarsi una vita.

Dalla fine dell’anno scorso ad oggi, sono sbarcate in Italia circa cinquantacinquemila persone, di cui trentacinquemila hanno fatto domanda di asilo, mi spiega Enzo Pilò, dello Sprar «Giovani in cammino» di Grottaglie, dove pernotterò la sera.  «Come mai se ne vanno così presto?» avevo chiesto a Gianni Genco. «Perché sono stati ripescati in acque internazionali e tratti in salvo, dunque sono ospiti dell’Italia, e possono ripartire quando vogliono. Non sono immigrati entrati illegalmente nel Paese». L’Operazione Mare Nostrum, messa in piedi dal Governo italiano, sembra avere successo, anzi sembra aver permesso di prendere tre piccioni con una fava. Raccolgo testimonianze che mi aprono qualche pista per capire. Con Mare Nostrum, è stato possibile investire nel rinnovamento della flotta della Marina, e, salvando vite umane in acque internazionali, costoro non sono obbligati una volta sul territorio italiano di fare domanda di asilo in Italia. Talvolta non vengono neppure prese le loro impronte digitali, così vengono lasciati liberi di partire verso altri Paesi europei più appetibili. Una forma insomma di pressione indiretta su Paesi come la Germania per cambiare la normativa europea, che obbliga lo straniero che arriva sul territorio dell’Unione europea di fare domanda di asilo nel Paese che toccano per primo (Convenzione di Dublino II, 2003). Il che significa sostanzialmente Italia, o Grecia, o Cipro… Si combinano quindi umanità con macchiavellismo? «Passate pure» paiono voler dire le autorità italiane. A Milano, per i siriani, ad esempio, vi è una vera e propria rete di passisti a cui ci si può rivolgere per andare Oltralpe. Le autorità italiane hanno ragione, verrebbe da dire a ragion di logica; tuttavia, non dovremmo dimenticare i numeri dell’accoglienza, prima di lamentarci: nel 2012, la Svezia e la Germania accoglievano 120.482 e 680.980 rifugiati rispettivamente, l’Italia 79.579 (fonte: UNHCR, 2012).

Torniamo, però, all’umanità. Enzo Pilò, che dopo l’iniziativa per la Giornata mondiale del rifugiato mi accompagna a prendere l’IC-Notte alla stazione di Brindisi, ha parole rassicuranti per il Programma Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Creato nel 2001 su iniziativa dell’Associazione nazionale comuni d’Italia (ANCI) e dell’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR), attraverso quattordici anni di accoglienza il programma ha permesso di contenere l’allarme sociale e di accompagnare i rifugiati verso il raggiungimento dell’autonomia, con risultati discreti. Ad oggi, sono 456 i progetti Sprar presenti nel Paese. Allo Sprar di Grottaglie si trovano dei minori, sono tutti neri tranne un pachistanese, e non si perdono una sola partita del Mondiale di calcio. Imparano l’italiano, studiano per ottenere la licenza media, fanno attività sportive, aiutano le associazioni della cittadina nelle loro iniziative di interesse sociale e di sensibilizzazione, come appunto la Giornata mondiale del rifugiato o la pulizia delle spiagge . Alcuni di loro hanno sentimenti di colpa perché vorrebbero lavorare e mandare i risparmi a casa, sapendo che le loro famiglie hanno bisogno di sostegno. Le cose vanno bene quando sono dei ragazzini, ma quando arrivano delle ragazze, le devono tenere d’occhio perché sono sovente destinate alla prostituzione. «Le ultime arrivate erano nigeriane; abbiamo dovuto chiedere la vigilanza alla Polizia per tenere lontane le automobili che le aspettavano davanti alla porta» spiega Enzo. «Come farete a gestire i nuovi arrivi che paiono non diminuire di intensità?» chiedo a Enzo, mentre si prepara ad imboccare la superstrada. «Abbiamo chiesto alla Prefettura di mettere a disposizione caserme e strutture militari, che sono numerose nel Tarantino».

Comunque, che differenza con certi altri giovani provenienti dal Nordafrica. Marzia Stenti, dell’associazione leccese Oxygen,  e Salvi Greco, formatore freelance, che si occupano con passione e entusiasmo di scambi giovanili, mi invitano a parlare a un gruppo di giovani arabi e e europei di Mediterraneo durante il seminario Social Media: new interactions for the creation of democratic values. Tra rumeni, egiziani, spagnoli o, tunisini sanno già distinguere tra chi sta(va) con la rivoluzione e chi no in funzione del loro potere di acquisto. Una delle partecipanti tunisine che ha fatto compere il giorno precedente, racconta con naturalezza in pulmino di non aver speso più di 200 €! Sono le associazioni locali delle reti di scambio che scelgono i partecipanti. L’associazione tunisina che ha mandato questa partecipante si occupa della promozione dello sport e dei giochi tradizionali, e esisteva già con Ben ʿAlī… «La prossima volta vi segnalo io alcune associazioni» dico a Salvi, che annuisce sorridendo. Marzia mi racconta una situazione ben più stravagante che ha dovuto gestire durante il seminario residenziale precedente, quando alcune ragazze tunisine si fecero accompagnare da dei ragazzi italiani a fare compere, e sommersero quattro sedili di autobus di vestiti nuovi. Un partecipante italiano, imbarazzato, confessò a Marzia: «Andavano in giro a prendere qualsiasi cosa, neanche la provavano, la prendevano direttamente; si rincorrevano nel negozio mostrandosi i capi a vicenda, le commesse non capivano cosa succedesse. Alla cassa hanno svuotato le vetrine con gli anellini e i bracciali, abbiamo dovuto portarle via di peso… ma non è servito. Scappavano ad un’altro negozio!». Certo, era un’occasione di evasione unica per una ragazza, prima di ritornare a sottostare alle incombenze che il buon costume le impone in Tunisia; ma anche un’ennesima manifestazione di contraddizione e confusione tra ricchezza e libertà. A Marzia, Salvi e me non resta che riderci su…

Così, c’è chi arriva in nave e chi in aereo, chi ha il borsello pieno di soldi per arrivare in Svezia e chi ha dovuto lasciare pure i pantaloni ai libici prima di imbarcarsi verso il mare aperto, chi arriva con l’Operazione Mare Nostrum portando in tasca l’ultimo modello di tablet, più importante di qualsiasi indumento,  e chi si rifà il guardaroba nei migliori negozi davanti agli occhi di giovani italiani, greci o spagnoli che studiano ad oltranza perché non c’è più lavoro. Non c’è più un Nord ed un Sud, ci sono tanti sud e qualche nord su entrambe le rive del Mediterraneo.  La Meglio Gioventù sta nelle piazze della protesta e negli Sprar, e cerca di guadagnarsi la vita con dignità. Se è vero che la consegna è di farli passare, fanno bene a farli passare: faranno la nostra fortuna con la loro energia vitale e il loro coraggio. Gli albanesi di Martina Franca hanno già fatto la fortuna di questa ridente cittadina sempre più internazionale, e presto sarà così anche per Grottaglie. «Fai del bene e gettalo nel mare» dice un proverbio arabo.

Alexandria, 1 luglio 2014.

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