MediterraneaL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Fa strano cominciare a scrivere questa puntata di Inside Italy a Torbole sul Garda, meta di velisti e surfers di tutta Europa in cerca di vento. Rientro da Trento, dove è stato messo in scena Zaʿtar, spettacolo tratto dal mio precedente libro, e aspetto la coincidenza con un autobus per Malcesine, tra luoghi delle mie infanzia e giovinezza. Goethe scriveva di Torbole: «Sulle rive del Garda, mentre il forte vento australe sbatteva le onde sulla spiaggia, su cui io mi trovavo così solitario come la mia eroina sulla spiaggia di Tauride, vergai le prime linee della nuova redazione» (dal Viaggio in Italia). Da qui, dove Goethe aveva lavorato all’opera sulla sua eroina greca Ifigenia, vorrei augurare all’equipaggio di Mediterranea: «Vento in poppa!», mentre stanno lambendo le coste adriatiche in direzione dell’Ellade. Non è mia abitudine cominciare una puntata di questo blog parlando di pezzi di storia personale, ma lo faccio perché ho incontrato nuovi amici, quelli che si sono imbarcati su Mediterranea, e che mi hanno concesso il privilegio di inaugurare la loro spedizione quinquennale su e giù per il Mediterraneo parlando di Riscatto mediterraneo nella loro dinette, tra tarallucci e vino rosso. È stato il 16 maggio scorso, poche ore prima di salpare dal porto di San Benedetto del Tronto. Mediterranea è un’idea nata con Simone Perotti, skipper, navigatore e scrittore, fatta progetto da una decina di compagni di strada e messa in cantiere con il contributo di quaranta sostenitori, tutti amanti del mare. L’obiettivo è toccare tutte le coste di questo mare con obiettivi scientifici e culturali, oltre che con la passione per la nautica. Con un’imbarcazione a vela di sessanta piedi, si stanno dirigendo verso Oriente, e il primo inverno lo passeranno nei porti turchi. Molti dei quaranta «mediterranei» si imbarcheranno per un periodo corto o lungo nei prossimi anni, e stanno pensando di accogliere anche personalità o persone che amano il Mediterraneo e che incontreranno sulla loro rotta. Dovunque arriveranno, ospiteranno scrittori, artisti, studiosi del plancton marino e dell’olio d’oliva, imprenditori che vogliono valorizzare le produzioni tipiche della regione e…

«Nel vostro sito scrivete che avete obiettivi sociali, culturali e scientifici, ma vi siete dimenticati della cosa più importante: la vostra è una missione politica!» dico loro.  Perché tutti loro sognano gli Stati uniti del Mediterraneo, ma nessuno tra loro, anzi tra noi, sa come cominciare a trasformarlo da idea a progetto, come Simone e il suo gruppo di amici sono riusciti a fare con questa spedizione. Mettersi in barca con l’idea di attraversare tutta la regione per diffondere il messaggio della necessità di costruire un destino comune, in effetti, è un atto politico, fuori dagli schemi che i tempi che viviamo ci impongono, e per questo doppiamente politico. Un atto illegale, dove l’illegalità consiste nel tentativo di superare tutte le frontiere e di mettere insieme le sponde divise, di un’illegalità fondata su ciò che è giusto e buono, perché non sempre ciò che è legale è giusto. «Andremo in Siria, andremo a Gaza, se ce la faremo» reagisce Simone alla mia provocazione. Sull’albero, portano anche la bandiera di Lampedusa, in onore del valore di quel lembo di terra a cui si aggrappano migliaia di vite sospese tra vita e morte a causa di un pezzo di carta che non hanno, e che si chiama «visto», o che hanno, ma che non è quello buono, che si chiama «passaporto». C’è l’équipe del programma Linea blu della Rai e tantissimi amici venuti da tutta Italia per salutare la partenza, e molte sono le domande che si fanno.

Quante sono le possibilità di costruire un percorso comune verso l’integrazione? Gli islamisti non rappresentano un ostacolo? E i movimenti nati dalla crisi politica ed economica dell’Europa guardano veramente al Mediterraneo o sono prigionieri della precarietà in cui vivono? E i conflitti irrisolti di Cipro, della Palestina, del Sahara, della Siria? E noi, che possiamo fare, da dove possiamo cominciare? Già, da dove? È una domanda che mi sono posto anch’io. Da dove?

Mi auguro che Mediterranea, una spedizione unica nel suo genere, maturi solcando le acque e incontrando idee per diventare un vero e proprio vessillo di un progetto culturale e politico che rifiuta la frattura che attraversa la regione, rifiuta la cultura dell’individualismo, della mercificazione e dell’identificazione del diverso come un nemico e la causa dei nostri mali. Questo, in nome di tre valori che fanno l’identità mediterranea: socialità, gratuità e diversità. Non c’è bisogno di spiegarli, basta leggerli nelle piccole cose che succedono attorno alla partenza della barca. La sera, per simpatia verso il ristoratore, l’equipaggio sceglierà di portare gli amici al Peperoncino, un normale ristorante-bar dietro il porto, dove fanno due piatti soli, maccheroncini con salsa di pesce e frittura di mare, ma buonissimi. La mattina, arriva un signore di San Benedetto che aveva visto l’imbarcazione il giorno prima, e lascia un cesto di salami, senza chiedere nulla. Tra gli amici più stretti, si trovano persone provenienti da città marinare del Settentrione e del Mezzogiorno d’Italia, ed uno di loro, Massimo, è nato addirittura nella libica Tripoli.

Circa il come fare: dobbiamo lanciare un processo costituente, per una Costituzione del Mediterraneo unito voluta dal basso, a partire da iniziative e gruppi cittadini. I governi non sono nella misura di pensare oltre il rigore di bilancio o il controllo delle risorse del proprio paese. Da un lato, vacillano tra approfondimento delle istituzioni comunitarie europee e politiche neoliberali attraverso privatizzazioni e deregolamentazioni; d’altro lato, vacillano tra modernizzazione e dialogo democratico interno, e restaurazione di istituzioni centralistiche e autoritarie. Resta solo l’idealismo di pensatori e uomini di cultura, oppure la volontà e l’energia di molti giovani per rimettere in discussione la relazione tra Potere e Cittadini puntando su strategie e iniziative comuni tra le due rive del Mediterraneo. Una di queste può essere appunto un processo costituente dal basso, spontaneo, non normativo, ma volontaristico, per riprendersi il sogno infranto di quello che fu il Processo di Barcellona, prima che si arenasse nella noia delle burocrazie diplomatiche e negli inghippi degli establishments politico-economici. Se la protesta che ha attraversato paesi arabi e europei, Israele e Turchia in questi ultimi tre anni ha avuto come simbolo la tenda, e dove si piantava una tenda si gridava: «Pane, giustizia e libertà», perché non potrebbero essere le imbarcazioni il nuovo vettore di questo messaggio transnazionale, tanto mobili e simboliche quanto una tenda?

Forse è prematuro, ma anche nella dinette di uno scafo potrebbero nascere grandi idee che ci aiutino a disegnare il futuro che vogliamo. Una Costituente del Mediterraneo è un’idea folle, lo so, lo ammetto, ma anche quella di navigare per cinque anni attorno al Mediterraneo lo è, e da qualche giorno un’imbarcazione ha lasciato la terraferma per questo. Omero, che amava il mare come i protagonisti delle sue storie, diceva: «Lieve è l’oprar se in molti è condiviso». Ed un proverbio arabo dice: «Fai del bene e gettalo nel mare». Dunque?

Lago di Garda, 25 maggio 2014.

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