striscioneL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Avevo conosciuto Mihnea Blidariu a Lussemburgo, nel settembre del 2012, in occasione di IndignaCtion, un incontro tra attivisti arabi e europei che organizzai con il Centro culturale Abbaye de Neumünster. Mihnea fa parte del movimento contro lo sfruttamento minerario della regione di Roșia Montană, nella Transilvania occidentale, da parte della Gold Corporation, una società canadese che cerca oro sbancando le montagne, ricche di boschi ed acque, in una zona già di estrazione metallifera al tempo degli antichi Romani. La storia di Roșia Montană è un poco come la storia dei No TAV della Valle di Susa: una battaglia contro una grande opera ha creato un movimento decentrato contro la corruzione e il malaffare, il più grande movimento di protesta non-politico degli ultimi vent’anni di storia rumena. Alla fine dell’anno scorso, migliaia di persone si sono riversate nelle strade della capitale rumena per chiedere la caduta del governo, colpevole di voler vendere le risorse del Paese in cambio di mazzette e privilegi. Da una valle fino a Bucarest, è il sistema dello sviluppo inutile a vantaggio delle grandi corporazioni che ha scosso la coscienza di molti giovani rumeni, dove la disoccupazione giovanile nel 2013 era del 25%. L’influenza di un’impresa come la Gold Corporation è enorme: «Il governo canadese ormai vincola la concessione di fondi pubblici per la cooperazione internazionale al partenariato con le grandi imprese canadesi» mi aveva spiegato Maude Barlow, de The Council of Canadians, che si occupa di giustizia ambientale, il 9 maggio scorso, a margine di un convegno organizzato da Mani Tese a Milano. «È un poco come costringere le ONG a ripulire l’immagine delle multinazionali, per presentarle come socialmente e ecologicamente corrette» avevo reagito. «È esattamente questo, così un paese troverà più difficile impedire l’ingresso a una multinazionale» aveva aggiunto Maude, per poi raccontarmi dei disastri ambientali a cui aveva assistito in giro per il mondo, provocati dalle imprese minerarie canadesi.

Il torrente che scende dalla valle ha acque rossastre. «È normale» mi dice un’attivista «per questo vengono chiamate le Montagne Rosse. Il problema è che quando scavi per cercare l’oro e utilizzi prodotti chimici e metalli pesanti, quelle acque rosse diventano letali, e arrivate al fiume Arieș sterminano ogni pesce». I cantieri sono chiusi, la protesta di questi anni ha prodotti i suoi effetti, ma l’impresa sta recuperando gli immobili degli operai, come per prepararsi al dopo-elezioni (a fine maggio, anche la Romania voterà per il Parlamento europeo). A Cluj-Napoca, un ragazzo che aveva preso l’aeroplano come me a Orio al Serio, si ricorderà delle morie di pesci che colpivano il fiume negli anni passati. «Ora, va meglio» mi dirà King Play, così si fa chiamare su Facebook.  Ritorna regolarmente in Romania per dare gli esami all’università. Con Wizzair, acquistando i biglietti con mesi di anticipo, se la cava talvolta con 20-30 € di andata e ritorno.

A Lussemburgo, stava anche Lisa Ariemma, del Presidio Europa fondato dai No TAV per portare la battaglia civile contro le grandi opere inutili ed imposte oltre le Alpi. È canadese, sposata con un valsusino, e stare a Roșia Montană, devastata da un’impresa del suo Paese, deve averle fatto un certo effetto. Fu grazie a quei giorni lussemburghesi che il IV Forum internazionale contro le grandi opere inutili ed imposte (8-11 maggio 2014) si fa in Romania. Raggiungere Roșia Montanăsarà una sofferenza; da Cluj-Napoca, tra attesa e viaggio in autobus, mi occorreranno otto ore, ma sarà un’esperienza incontrare i francesi che non vogliono il nuovo aeroporto di Nantes, concepito per il Concorde, anche se questo non vola più, i tedeschi che hanno cercato di fermare la nuova mega-stazione sotterranea di Stoccarda, o gli altri romeni che devono fronteggiare le perforazioni per il gas di scisto. Il Forum ha luogo nella fattoria di Eugen David, uno dei leader locali della protesta. Sui prati circostanti hanno piantato delle tende, mentre refettorio e sala-intrattenimento utilizzano esistenti strutture in legno come i fienili. Io dormirò in una casa privata del villaggio, e condividerò la stanza con altri due veri mediterranei, un marocchino e un turco. Bulent Muftuoglu, in rappresentanza del movimento contro un’autostrada che attraverserà le foreste del Nord-Ovest della Turchia, è un ecologista, ed ha partecipato alla campagna per la tutela del parco di Gezi (Istanbul) contro una grande operazione immobiliare, che portò a una serie di scontri a catena a piazza Taksim la scorsa primavera. ʿAbderrahman Fjer, invece, guida la protesta contro l’Alta Velocità Tangeri-Casablanca, in costruzione con tecnologia ALSTOM, quando nel Paese mancano ancora molte cose.  «È il frutto di un accordo politico per compensare il non-acquisto da parte del Marocco di aerei da caccia Mirage» mi aveva spiegato Montasir Sākhī, giovane membro del movimento 20 Febbraio a Lussemburgo. Il movimento «No TAV» marocchino, oltre ad aver segnalato che i salari medi non permetterebbero a molti concittadini di prendere quel treno, ha fatto una lista di tutte le opere che potrebbero essere finanziate al posto della prima linea Tangeri-Casablanca, in un Paese dove l’analfabetismo è almeno del 30%: trentamila scuole, cento istituti di ingegneria, venticinque ospedali universitari, seimila ettari di zona industriale, sedicimila centri socioculturali, diecimila mediateche e sedicimila chilometri di strade rurali. Fantastico! Come vorrei che lo stesso calcolo fosse effettuato per calcolare quante infrastrutture pubbliche di utilità sociale si potrebbero costruire con i fondi destinati alla Expo 2015 di Milano… Un ragazzo che raggiungerà Roșia Montană con lo stesso autobus mi spiegherà che l’impresa canadese ha acquistato molte proprietà per svuotare l’area destinata all’espropriazione mineraria, e che gli abitanti della zona, che erano minatori, ora sono senza lavoro, e vedono gli attivisti un poco come degli Zombies. Al bar all’incrocio con la Statale incontri la gente del posto, che veste di stracci, fuma continuamente ed ha i denti neri. Come evitare il dilemma lavoro-ambiente? Daniele Forte, di Etinomia, la cooperativa di imprenditori etici per la difesa dei beni comuni della Val di Susa, con cui parlo molto mentre lava i piatti per tutti i partecipanti al IV Forum, circa un centinaio di persone, potrebbe forse aiutarli a trovare una strada diversa.

Molti sono giovanissimi, ma non manca la guardia vetero-comunista tra i tedeschi, che – mi racconteranno alcuni amici dei No TAV – è ancora dilaniata da questioni ideologiche che hanno portato con sé, tentando di rimettere simbolicamente la Falce e il Martello al centro del dibattito; ma gli altri non ci staranno. «Anche i francesi cercano di mettere i puntini sulle “i” su ogni documento politico e sono insopportabili, perché perdiamo tempo inutilmente» mi spiegherà Sabine Bräutigam, anche lei del Presidio Europa. Insomma, i «più normali» alla fine sembrano i No TAV italiani e i rumeni: non hanno l’aria di dover vestire in modo alternativo, né di fare a tutti i costi «gli antisistema» (anche se la cucina proposta dai rumeni è strettamente vegana, ma non può che fare bene, in fondo si tratta di pochi giorni). Se penso a come vengono invece dipinti i No TAV in Italia dai grandi partiti e dalla magistratura! Se lor signori fossero venuti a Roșia Montană e avessero visto questa commistione di cultura alternativa e radicalità marxista avrebbero forse scambiato il forum per un campo di addestramento terroristico…  Save Rosia Montana Campaign, invece, ha portato migliaia di persone nelle piazze delle grandi città rumene. I No TAV, d’altro lato, sono l’emblema nel nostro Paese della lotta popolare contro l’ingiustizia ambientale, la corruzione e lo spreco di risorse. Sono due veri e propri movimenti popolari, ed è forse per questo che la loro forza non sta nel modo di vestire o nella narrativa ideologica, bensì nel buonsenso e nell’umanità.

«Dobbiamo ricreare spazi di socializzazione» aveva aggiunto Daniele Forte «ma dove trovi ancora posti dove la gente lava i piatti degli altri con piacere? Solo in questi movimenti popolari, ormai…». Dal Forum esce un appello rivolto ai candidati alle elezioni europee contro l’economia del cemento, dello sfruttamento della Natura e delle grandi opere inutili ed imposte. Paolo Prieri, un’altra colonna portante del Presidio Europa, sa bene da che parte si deve andare: «Il prossimo forum deve essere organizzato da un movimento che ha un forte radicamento e conduce una lotta popolare sul territorio contro quest’economia di rapina. È questo che deve contraddistinguere le ragioni del nostro essere qui, che fa di questo forum quello che è. Non siamo associazioni, non siamo partiti» dirà in francese per marcare la direzione. La strada è lunga, difficile è mettere insieme anime diverse per creare un movimento transnazionale contro la mercificazione delle risorse naturali e l’appropriazione speculativa di denaro pubblico attraverso autostrade, dighe, aeroporti, miniere e inceneritori. Il loro simbolo è un elefante che porta una cassa. Per raggiungere la fattoria di Eugen David, dovevi seguire il simbolo dell’elefante per stradine tra prati collinari. Mi ha fatto venire in mente il viaggio da Lisbona a Vienna di quell’elefante, dono del re Joao III all’imperatore Maximilian II,  raccontato da José Saramago nella novella A viagem do elefante. Il viaggio si concluderà con la morte dell’elefante, un anno dopo essere arrivato in quella landa fredda.

L’elefante di Roșia Montană, invece, non deve morire, non può morire, né sotto il peso del cemento, né sotto quello della finanziarizzazione dell’economia, dei public-private partnerships e dei project bonds che sottraggono denaro alla gente a vantaggio delle grandi imprese, e neppure sotto il peso di ideologie e alternative minoritarie. Le grandi battaglie si vincono con il buonsenso.

Rovereto, 24 maggio 2014.

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