pizzaL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Al Circolo culturale Bukò di Benevento la lunga serata sta per concludersi. Non è stata solo la presentazione di un libro. Francesco De Luca e Domenico Panella hanno dato musica alle parole – utilizzando una chitarra basso, un tamburo a cornice e un udu drum – e affettati, formaggi, olive e vino Aglianico ci avevano rifocillato prima di rivolgerci al pubblico. Sarò ospite del Circolo, come esigono le consuetudini dell’ospitalità locale, e alla fine della serata Andrea Maio, una delle menti pensanti del Circolo, mi passerà 20 centesimi di Soldo Corto, dicendomi: «La prossima volta che passi per Benevento, pagherai con questi». Sulla banconota vi è riprodotta su un lato l’immagine del cesto di frutta del Caravaggio, e sull’altro la chiesa benedettina di san Giovanni a Mazzocca. Il Soldo Corto è la rete degli esercenti indipendenti sanniti, e la carta-moneta funge da buono-sconto utilizzabile presso tutti gli esercenti aderenti alla rete, sostanzialmente piccoli negozianti e artigiani e produttori locali, e per lo scambio di servizi per unità di tempo equivalente tra cittadini che usufruiscono di tale rete. Gli esercenti accettano il buono-sconto a copertura massima del 30% dell’incasso, e sulla cifra residua incassata in euro, quando superiore a 5€, emettono un buono-sconto in base alla percentuale prefissata, che va dal 3% al 10%. Un sistema simile, il Sardex, lo avevo scoperto in Sardegna una settimana prima. È un modo per creare circuiti dove l’euro conti meno, per promuovere relazioni corte tra persone e beni, e per un’economia reale condivisa e territoriale. Hanno buone ragioni per farlo, e la misura è sufficientemente rivoluzionaria per quella realtà, come il nome che hanno dato al circolo che mi ospitava (Bukò è un simpatico diminutivo di Charles Bukowski). Al mio tavolo stava Gabriele Corona, vecchia conoscenza del movimento ecologista beneventano, impiegato pubblico, figura di spicco dell’opposizione civile al malcostume locale con l’associazione Altrabenevento. Ci accompagnava a cena l’avvocato Nunzio Gagliotti. L’ambiente era illuminato moderatamente, e l’atmosfera si prestava a raccontare del degrado che li circonda, ricostruendo trame e interessi con dovizie di particolari.

Gabriele e io ci eravamo occupati di territorio e di acqua, pur se in tempi e contesti diversi, e l’acqua è un grande business in quelle regioni. Le acque dell’Acquedotto pugliese sono una dei tasselli fondamentali delle attività mafiose nel settore agroalimentare. L’Acquedotto pugliese ha una rete di ventunmila chilometri – pari a tre volte quella delle autostrade italiane – alimentata dai fiumi Sele e Calore, che sovente sono lasciati a secco, e dagli invasi siti tra le montagne della Basilicata e della Sila. Questo acquedotto denuncia perdite in rete pari al 40% del volume idrico trasportato. «E qui sta l’inghippo: queste perdite non sono perdite» continua Gabriele. È acqua regalata. A chi? Il 70% delle acque dell’Acquedotto pugliese va all’agricoltura, ma non necessariamente alla coltivazione del grano  – la Puglia è il granaio d’Italia, si suol dire – ma a quella del pomodoro, le cui necessità irrigue sono straordinariamente superiori: un ettaro coltivato a pomodoro necessita di 4,5m di litri d’acqua. Ora, la Piana campana, terra d’origine della pummarola, è urbanizzata all’inverosimile. Allora la Camorra si è inventata un sistema perfetto: nel Foggiano coltiva pomodori utilizzando manodopera soprattutto albanese non tutelata e non regolarizzata, ma siccome il Foggiano è povero di acque, ha bisogno di quelle dell’Acquedotto pugliese. Ufficialmente, quelle aziende coltivano grano, e quindi dichiarano consumi idrici molto inferiori a quelli effettivi, ma in realtà producono pomodori da salsa. La farina, però, la fanno circolare lo stesso, ma si tratta di farine di pessima qualità che provengono dall’Est europeo e che non sono controllate. Poi, su grandi camion, la criminalità organizzata trasporta i pomodori da sugo e le farine straniere dal Foggiano alla Campania, per alimentare l’industria della salsa di pomodoro e il commercio delle farine da pizza. Ci smenano solo i fiumi, i pesci e gli ecosistemi del Mezzogiorno e le piangenti casse dell’amministrazione pubblica? No. Il terzo inghippo è quello che ci riguarda più da vicino. Quei pomodori sono pieni di fertilizzanti, diserbanti e maturanti perché devono crescere velocemente, vengono raccolti ancora verdi e fatti maturare nei camion diretti alle aziende alimentari di trasformazione; le farine, invece, contengono microtossine che si moltiplicano durante il trasporto, soprattutto marittimo. Se poi aggiungiamo la mozzarella di bufale provenienti da zone contaminate come la Terra dei fuochi, creiamo una vera e propria filiera dei veleni, il cui prodotto finale è un simbolo dell’orgoglio nazionale: la pizza.

Pizza, sì, ma pizza-killer… Avete ancora voglia di farvi una Margherita? I nomi, i nomi. I nomi non li ho, ma se la criminalità organizzata dispone di acqua gratuita in quantità praticamente illimitate, controlla il traffico dei pomodori e delle farine proveniente dal Foggiano, distribuisce all’agroalimentare campano, dev’essere un sistema transregionale coordinato da un vertice. E cosa si combina meglio alla pizza, a parte la Coca-Cola e la birra chiara? Beh, il divertimento, lo sport, alias: il calcio. Vi è stato qualche anno fa un presidente dell’Avellino Calcio che fu anche presidente del Foggia Calcio, e che era soprannominato «il re del grano». Cominciamo da lì? «È una storia vecchia di dieci anni» tiene a puntualizzare Gabriele «anche se la situazione non è cambiata di molto».

Lascerò Benevento per raggiungere Salerno, prendendo un trenino che mi porterà a velocità di ciclista amatoriale attraverso le verdissime valli a ridosso dei monti Picentini. Un territorio straordinario, fanno bene i Sanniti ad esserne gelosi e a farsi una pseudo-moneta locale, come quella che usa Andrea. I Sanniti sono gente di montagna, ma sono molto legati al Mediterraneo. Fu Gabriele, in tempi non sospetti, a parlarmi di Mediterraneo, a metà degli anni ’90. Durante un’assemblea nazionale dei Verdi, di fronte a gelosie elettorali e campanilismi regionali, dichiarò che se continuava così avrebbe perseguito il progetto degli Stati Uniti del Mediterraneo (senza quelli del Settentrione, sottintendeva). Non lo dimenticai più; accese in me, lombardo-veneto doc, una lampadina, una di quelle che durano a lungo. Il riscatto mediterraneo comincia anche da qui, tra i boschi del Sannio, contro mafie, campanilismi e veleni.

Domenica delle Palme, 2014.

 

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