Alluvione OlbiaL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Il trenino con cui ho attraversato tutta la Sardegna sta ormai alle porte di Olbia. Affianca il letto del fiume Padrongianus, scavato da pietre e tronchi e ampliato dalla furia dell’acqua che il 18 novembre 2013 portò la distruzione tra le nuove lottizzazioni urbane. Furono tredici i morti, 12 i centimetri caduti in tre o quattro ore in città. «Non fu niente di straordinario. È la città che è a pezzi» racconta il mio amico Andrea Demuru, che aggiunge: «È vero, il danno l’ha fatto l’acqua venuta dall’esterno: Putzolu (18 cm), Loiri Porto San Paolo, Padru e Monti (25 cm), ma proprio per questo avevamo già proposto di convogliare le acque eccedenti la capacità degli attuali canali della città, prima che arrivino ad Olbia, portandole direttamente a mare con un canale scolmatore. Cosa sarebbe successo se la pioggia, come nel ‘79, fosse durata non due giorni, ma sette?».  Quel pomeriggio, era un lunedì, l’acqua salì di un metro in mezz’ora, e Andrea e la moglie dovettero trasferirsi al primo piano mentre il fiume entrava in casa. Che la città fosse a pezzi lo sapevo da parecchio. Olbia è cresciuta velocemente negli ultimi decenni, tra ponti, sopraelevate, ettari di riempimenti a mare per l’attracco di navi da crociera; ed ancora galleria a ridosso del mare, porto industriale, lottizzazioni vicino al fiume e lottizzazioni turistiche che hanno sfregiato un golfo magico come quello di Napoli, con le isole di Tavolara e Molara al largo. Stavo al Parlamento europeo in quegli anni, e molte furono le battaglie contro un’urbanistica senza regola che conducemmo con il sostegno degli ecologisti e dei tecnici locali più avveduti. Olbia, ancora nel 2014, non ha un piano regolatore. Ci dovremmo dunque stupire per i danni causati da 12 cm di pioggia?

Andrea Demuru, anima dello Studio d’Équipe, propone di realizzare un canale a monte che serva a spostare l’eccedenza idrica fuori dal golfo, sfruttando la parte terminale del Padrongianus. È una sua vecchia idea. Anni fa, quando la formulò per la prima volta, disse che si potevano erigere gli argini del canale con il materiale estratto attraverso la pulizia del fondale navigabile del golfo, ma quando scoprì che il mare era inquinato da metalli pesanti, dovette fare marcia indietro. «Non puoi risolvere il problema con un’ennesima opera di ingegneria idraulica pesante» gli faccio notare, mentre ci ritroviamo in un caffè del centro, dopo cinque anni che non ci vedevamo. «Devi lasciare al fiume la possibilità di esondare naturalmente». La zona in cui sfocia il Padrongianus era una volta una zona umida. Una volta, naturalmente.

Andrea mi porta al Museo archeologico del mare, dove conservano una delle ventidue navi romane scoperte durante lo scavo della galleria stradale, proprio tra il centro storico e il golfo. È una palazzina che doveva essere bella, ma che trovo brutta, con infiltrazioni di acqua che risalgono le pareti nonostante sia stata inaugurata solo quattro anni fa, che nasconde alla città, assieme agli svincoli per l’Isola Bianca, una parte della vista sul golfo.  Che non sia una città di mare lo si capisce anche da questo, e dal fatto che la classe dirigente locale è quasi sempre venuta dall’interno. La nave romana, però, è splendida. Quella scoperta archeologica – fatta durante i lavori per la galleria in assenza di una vera e propria valutazione di impatto ambientale, e per i quali interessammo la Commissione europea a più riprese perché per le autorità locali e regionali sembrava vigere una fiducia sacrale verso i poteri virtuosi del cemento nel generare sviluppo e ricchezza – non me l’ero più dimenticata. Entriamo nel museo e sentiamo una voce che sovrasta un brusio di fondo. Gianni Giovannelli, già sindaco con Forza Italia ed ora sindaco con il Centrosinistra, tenta di placare una platea nervosa e rumorosa di alluvionati che chiedono di fare i conti. Mentre salgo le scale per affacciarmi alla porta di ingresso della sala-conferenze del museo, esce una signora imprecando: «Vaffanculo!». Un signore, dal fondo della sala, ribatte al sindaco dicendo che è uno scandalo e che non lo voterà più, ma il sindaco lo chiama per nome e il signore sorride e si risiede. 800€ è l’indennità che ha ricevuto ogni famiglia colpita dall’alluvione; la lista dei beneficiari è stata pubblicata su Internet dall’amministrazione comunale. Giovannelli, incravattato, parla come il conduttore del giornale-radio. È un uomo grosso che pare resistere ad ogni critica per quella sua massa di grasso che assorbe le onde sonore, neutralizzandole. Allora, una giovane donna si avvicina e si impossessa del microfono. Giovannelli non fa una piega.

«Quegli 800 € io non li ho ricevuti, nonostante non sarebbero sufficienti neppure per rifare l’impianto elettrico. Lei sa quanto mi costerà riparare i mobili?».

«Scusi signora, ma si tratta di una prima o di una seconda residenza».

«Una seconda residenza».

Mi viene da ripetere quanto avevo ascoltato da quella donna in fuga che scendeva le scale, ma questa volta pensando alla donna con la seconda casa. Non c’è limite alla decenza. Giovannelli sarà un marpione, ma pensare di mettere sullo stesso piano prima e seconda residenza vuol dire accettare il sistema così com’è, e mangiarvi come si può…

«Una bomba nel culo, si merita» dice uno parlando del sindaco. Provo a intavolare una conversazione con questo signore che usa parole colorite, ma non si rivelerà una brillante idea. «7,8 m € ha speso il Comune per interventi indispensabili, di cui 3,2 m € per le scuole danneggiate. Abbiamo anche aiutato i figli degli alluvionati che non possono studiare all’università» precisa il sindaco. A questi, si aggiungono i 7 m € spesi durante l’emergenza (accoglienza negli alberghi, pulizia, ecc.).

A Officina Creativa, la presentazione del libro sarà organizzata fin nei minimi dettagli, con tanto di biglietto di ingresso, deliziosa cena araba e letture da parte di un attore teatrale, ma le presenze non supereranno le trenta unità, con un ritorno sull’investimento chiaramente inferiore alle aspettative. Chiederò e mi chiederò il perché. Le conseguenze dell’alluvione avranno pesato, la gente passa ormai il tempo una volta dedicato alla lettura davanti allo schermo del proprio telefonino, ma se Officina Creativa ha creduto nell’iniziativa, forse c’è dell’altro. «È la città che è a pezzi» mi aveva detto Andrea Demuru. Una città che elegge un ex-sindaco berlusconiano con il Centrosinistra fa pensare, una donna che rivendica gli stessi diritti per una seconda casa come fosse la prima fa altrettanto pensare. Ora che i tempi d’oro dell’urbanizzazione selvaggia, dei fondi strutturali a pioggia e del turismo facoltoso sono più lontani, bastano dodici centimetri di pioggia per costringerci a metterci davanti allo specchio.

Istanbul, 17 aprile 2014.

One thought on “Inside Italy: «Per dodici centimetri di pioggia!»

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