1976989_723625917669497_827640476_nL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Avevo fatto parte della giuria per i cortometraggi in concorso al Festival del cinema dei diritti umani di Napoli, nel dicembre dell’anno scorso. La sera della premiazione, che tra i cortometraggi aveva portato sul podio il film iraniano More Than Two Hours (regia di Ali Asgari), la ceremonia si aprì con il video del festival girato a Scampia, alle «Vele», un complesso residenziale in cemento del periodo tra il 1962 e il 1975, che dopo il terremoto in Irpinia venne in parte occupato abusivamente assumendo i caratteri propri ad un ghetto, ed è ora in corso di graduale evacuazione, graduale perché stanno costruendo nuove palazzine di edilizia popolare in un terreno limitrofo. Tra l’altro, al festival vi era anche in concorso La strada di Raffael (regia di Alessandro Falco), un documentario girato tra famiglie che occupano abusivamente palazzi di una periferia degradata napoletana, e che temono con l’evacuazione di trovarsi o ritrovarsi in mezzo alla strada, perché in quei palazzi vi hanno passato un pezzo della loro vita.

A Scampia, c’è di tutto: belle palazzine con grandi appartamenti, circondate da giardini e parcheggi all’interno di recinti sorvegliati. Oppure case popolari basse e squadrate, cubiche piuttosto, con cortili interni squadrati, pure loro collegati da gallerie e senza alberi. Oppure ancora la nuova edilizia popolare meno banale, con le facciate colorate e la chiesa moderna con i mattoni a vista, che dal piazzale pubblico antistante sembra una piattaforma di lancio di obici verso lo spazio.  Poi c’è il campo degli zingari, poi ancora le «Vele», stecche residenziali lunghe e strette, separate da un grande vuoto centrale attraversato da lunghi ballatoi sospesi e collegate da un sistema di scale interne complesso, che crea zone d’ombra, nelle quali sono fioriti i traffici e i vizi più illeciti. Cemento prefabbricato, of course. Prefabbricato e pensato a tavolino da architetti che probabilmente non hanno soggiornato una sola notte nei vani progettati dalla loro mente demiurgica. Gli architetti, però, non sono gli unici responsabili del degrado: il primo commissariato di Polizia fu insediato solo quindici anni dopo la consegna degli alloggi, e servizi sociali ed attrezzature collettive non arrivarono mai.

Vedrò Scampia camminandoci dentro per la prima volta tre mesi dopo il Festival del cinema dei diritti umani, per Carnevale. Sarà Claudia Innaro, del Comitato degli abitanti del quartiere di Materdei, a portarmici. Claudia insegna a Scampia. Ha dei figli piccoli, ma questo le permette comunque di militare nei movimenti popolari. In un ex-convento abbandonato, delle Teresiane, hanno creato il «Giardino liberato», dopo che il quartiere era insorto perché nell’edificio si era insediata Casa Pound. È un Carnevale di resistenza quello di Scampia, giunto alla sua trentaduesima edizione, resistenza a tutto quanto toglie la vita, resistenza alla morte nel silenzio del corpo e dell’anima. Un Carnevale senza fondi pubblici, popolare,nato nel 1983 in contrapposizione alle «sfilate» scolastiche delle mascherine (comprate!). Un Carnevale con carretti in cartapesta  che simbolizzano le ferite del degrado, fatti con materiali di risulta riutilizzati e riciclati. Uno di essi porta alcune bandiere: No TAV, No Dal Molin, Peace, Greenpeace, ecc. La musica è assicurata da alcune bande, una viene da Bologna e intona «Bella Ciao!», e la gente si mette spontaneamente a ballare. Vi sono anche anche dei suonatori barcellonesi. Un signore srotola uno striscione sul parapetto che dà sul primo cortile interno nel quale passa il corteo: «Cosa vuole Scampia? Tutto» dice lo striscione. Alcuni sono vestiti da detenuti, e sulla schiena portano nomi quali Alfano, Bassolino o Berlusconi. C’è pure un santo portato in processione, si chiama San Ghetto. Passa a fianco di una statua votiva di Gesù, con un piccolo Papa Wojtyla al suo fianco, che appartengono al quartiere, non alla sfilata, e che sono stati dipinti di colori così sgargianti che pare che da un momento all’altro possano animarsi, scendere dal piedestallo e mescolarsi ai festosi carnescialanti. Passano alcune signore con dei libri ed un cartello che dice: «Dov’è l’agenda rossa di Paolo Borsellino?». Quella con i nomi, tanto per intenderci.

Ci sono tanti bambini e ragazzini, alcuni di loro con la faccia da bulli, altri che provengono dal vicino campo nomadi. Ed è lì che tutto si concluderà, lì tra i due campi nomadi che verranno bruciati i carretti, poco prima della sopraelevata su cui passa l’Asse mediano. Cristo Santo! I campi nomadi stanno tra il deposito dei mezzi della nettezza urbana – la chiamano «Isola ecologica» – e la superstrada! Allora mi chiedo: sono arrivati prima gli zingari e poi la sopraelevata o viceversa? Probabilmente la sopraelevata (risposta esatta). Sono arrivati prima gli zingari o i mezzi della nettezza urbana? Probabilmente gli zingari (risposta esatta). Anzi, gli zingari stavano nella zona ben prima della nascita del quartiere, e sono stati gradualmente costretti a spostarsi verso i suoi margini. Beh, mi sembra tutto normale, no? Non vorreste mica mettere dei Rom vicini a un campo da golf o a una passeggiata sul mare? Non vorreste mica mettere una sopraelevata vicina a un campo da golf o a una passeggiata sul mare? Non vorreste mica mettere i camion del servizio igiene vicini a un campo da golf o a una passeggiata sul mare? «Chi ha orecchi per intendere, intenda» dice il proverbio. «Gli altri, in roulotte» parafrasava una cara amica di Mantova.  Gli altri, per l’appunto, sono i nomadi. Viva il Carnevale senza fondi pubblici, senza televisioni, senza balli in maschera. Viva il Carnevale di resistenza popolare, per una vita normale, senza ladri, né bottini, pieno di bambini e di coraggio di tirare avanti. «A Carnevale ogni scherzo vale».

Napoli, 2 marzo 2014.

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