Articolo apparso sulla rivista “Azione Nonviolenta” (numero novembre 2013).

Tutto era nato un anno fa, nel settembre del 2012, durante IndignaCtion!, un incontro tra attivisti della Primavera araba e dei movimenti europei contro l’austerità e per la democrazia. Una sessantina di militanti tra cui Esrā’ ʿAbdelfattāh e Līnā el-Mhennī, candidate al premio Nobel per la pace 2011, Aris Tchazistefanou, regista di “Catastroika”, o Doris Palacín, del movimento spagnolo del 15-M, si erano dati appuntamento a Lussemburgo, ospiti del Centre culturel des rencontres de Neumünster, per discutere tra loro delle lotte e delle aspirazioni rispettive. Avevano dialogato con loro personaggi come il compianto Stéphane Hessel, Lilian Thuram, padre Paolo dall’Oglio, il direttore di Greenpeace Kumi Naidoo, il ministro lussemburghese del lavoro Nicolas Schmitt, o perfino esperti della Banca europea degli investimenti. L’idea che sorse in quelle ore era molto semplice: sostenere la rivoluzione siriana mettendo in rete gli attivisti tuttora presenti in quel Paese e quelli che attorno al Mediterraneo condividevano la loro battaglia per la libertà e la democrazia. Così come esisteva un Group of Friends tra i governi amici dell’opposizione, a Lussemburgo si pensò alla costituzione di un “Gruppo di amici” tra associazioni, gruppi e iniziative della società civile sparsi tra Europa e Mediterraneo, nella convinzione che una tale piattaforma avrebbe rafforzato la voce della società civile che era scesa nelle strade siriane nel 2011 contro la dittatura, e quelle iniziative sorte in loro sostegno in molti paesi europei ed arabi, non rispondenti a ottusi paradigmi ideologici e fiduciose nel ruolo rifondatore di una società civile indipendente, multiculturale, democratica e nonviolenta.

L’ambizione era di tentare di consolidare i legami di soiidarietà internazionale con la rivoluzione e di rallentare la deriva verso una guerra civile a tutto campo, alimentata da un potere sanguinario cosciente che dalla lotta armata avrebbe tratto tutti i benefici. Illuminante fu in quell’occasione la riflessione di padre Paolo, quando definì la “linea rossa” che in quei giorni aveva tracciato il presidente americano Obama rispetto all’uso di armi chimiche una scandalosa ammissione di impotenza: ammazzate pure, purché non utilizziate armi chimiche, e noi non interferiremo.

Ed infatti, così è stato, e in questi mesi, per due siriani soffocati da letali gas chimici, novantotto ne sono caduti sotto i colpi delle armi convenzionali. Era di fronte all’isolamento in cui si trovavano i rivoluzionari non fondamentalisti che emergeva l’idea di questa piattaforma, battezzata Citizens for Syria. Con il patrocinio e i suggerimenti del prof. Salām Kawākibī, del filosofo Sadēq Jalāl al- ʿAzhm, di Esrā’ ʿAbdelfattāh e padre Dall’Oglio, insieme all’attivista Hōzān Ibrāhīm e ad altri, avevamo elaborato un progetto che si prefiggeva i seguenti obiettivi: costituire un ampio fronte di attori sociali, accrescere la consapevolezza pubblica a difesa delle aspirazioni popolari alla libertà e contro l’uso della violenza nei loro confronti; offrire servizi logistici a associazioni e iniziative sul terreno che necessitano di fondi e soci per i loro progetti, ma che sono schiacciate dalla concorrenza dei gruppi rivoluzionari che hanno imbracciato le armi; creare sinergie tra gruppi nonviolenti e azioni locali o regionali che sostengono la rivoluzione siriana in Europa e nel Mediterraneo; diffondere informazioni di terreno sulle iniziative in corso e sulle sfide della resistenza e dell’opposizione democratica siriane; moltiplicare gli spazi di impegno a fianco della società civile democratica siriana per gli attivisti sociali e politici europei ed arabi interessati.

All’inizio, ci affidammo alla fondazione Anna Lindh (FAL), ma nonostante i ripetuti appelli e la disponibilità alla cooperazione manifestata dai portavoce di numerose reti nazionali FAL, la direzione della fondazione si è manifestata reticente, presa dalle logiche intergovernative che rendono vane tutte le sue velleità di organismo che pretende intervenire in situazioni di crisi e conflitto con le armi dell’impegno civile e interculturale. A malincuore, dovemmo dunque, abbandonare quella strada perché resa impraticabile dalla chiusura dei suoi dirigenti. Ci rivolgemmo quindi a una fondazione svedese, ma i loro tempi di programmazione non coincidevano con i nostri. Poi, grazie alla mediazione della Fondazione europea dei verdi, negoziammo con i governi olandese e tedesco; dopo un primo segnale di disponibilità, l’accordo non è tuttavia stato raggiunto perché quei governi avevano altre priorità. “Il disinteresse europeo nei confronti della questione siriana è palese e frustrante” mi confidava un ufficiale del Servizio esterno europeo dell’UE, durante una mia recente visita a Bruxelles. “Non vi è visione tra gli alti funzionari, e i politici pensano alle scadenze elettorali prima di pronunciarsi sulla Siria”. Ora, stiamo tentando una terza strada.

Quanta fatica esporsi per la Siria, però, quanta fatica rompere il silenzio e affrontare gli ostacoli frapposti dall’intreccio di interessi geopolitici o dal disinteresse nei riguardi una questione ingarbugliata. Sembra che solamente gli sbarchi di profughi siriani sollecitino la preoccupazione di alcuni paesi europei, mentre la questione delle armi chimiche ha de facto spostato l’attenzione verso lo svuotamento degli arsenali chimici piuttosto che trattare di fermare la guerra civile e bloccare la repressione armata da parte dell’esercito regolare o le azioni sanguinose di alcuni gruppi armati (“C’è ancora qualcuno che crede che gente come i combattenti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante lottino contro il regime di al-Asad? C’è ancora qualcuno che non ha capito che sono assoldati dal regime?” si chiedeva discutendo con me, due settimane fa, un attivista siriano che aveva appena attraversato le regioni settentrionali del suo Paese).

Eppure, basta consultare la carta elaborata dal Movimento nonviolento siriano per rendersi conto della profonda e varia ramificazione delle esprressioni di resistenza nonviolenta e di opposizione al regime ancora vive in Siria, attraverso i comitati di coordinamento locale, i consigli comunali delle aree liberate, i mezzi di informazione alternativi o le arti_.

Se la resistenza armata chiede sostegno, perché non si possono contrastare degli aerei da caccia con dei fucili, anche quella non armata lo necessita, probabilmente ancor più, perché per investire nella lotta contro una dittatura che utilizzi principi, tecniche e mezzi nonviolenti, e che può essere alternativa o in alcuni contesti complementare alla resistenza armata, sono richieste risorse sostanziali, capacità organizzative solide adatte al contesto specifico in cui si opera, e coerenza politica. Quello che manca è invece una chiara volontà di sostegno della resistenza, che richiede appunto continuità. Lo scoramento è presente in molte aree. Un altro attivista di Bustān al-Qasr, un quartiere di Aleppo, mi diceva nel febbraio di quest’anno, durante il mio passaggio in quelle zone: “Temiamo che l’Occidente voglia una guerra lunga, voglia la fine della capacità militare della Siria per la sicurezza di Israele. E una guerra civile lunga indebolirà la Siria”. Se pensano questo, è perché si sentono soli. “Ma sono ottimista perché siamo disposti a tutto pur di contribuire alla vittoria della rivoluzione. Io ho una ferita alla gamba da sei mesi, mi fa ancora male e zoppico; dopo sola una settimana dal ferimento, ero già in piazza a manifestare!” aveva aggiunto quel ragazzo.

Citizens for Syria è il tentativo di mettere in rete militanti per i diritti umani e le libertà civili che non rispondono a categorie ideologiche precostituite, ma rispettano le aspirazioni all’autodeterminazione del popolo siriano, e che se operano insieme possono fare sentire i ragazzi della rivoluzione siriana meno soli. Non è sufficiente mobilitarsi contro la “guerra occidentale” in Siria, fare veglie contro un intervento armato. La nonviolenza esige la militanza attiva a fianco di chi sul terreno resiste alla dittatura e alla violenza del regime e di fazioni estremiste. I siriani che dal 2011 sfidano l’apparato in nome di un Paese aperto, democratico e liberale, in questo momento hanno bisogno delle nostre capacità organizzative e di influenza, e di appoggio logistico e politico. Oltre che delle nostre preghiere. Chi crede che tutto è ormai sulla via di una risoluzione perché l’Occidente non è intervenuto militarmente e gli arsenali chimici vengono ispezionati non vede lontano.

Gianluca Solera

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...