Articolo pubblicato per il Corriere dell’Immigrazione.

Che dire ora che tutto è stato detto su questa tragedia? Ora che hanno pianto lacrime amare soccorritori e lampedusani (e lacrime teatrali alcuni rappresentanti istituzionali)?

Il minimo che si possa chiedere è che si apra un canale di accoglienza rapida e incondizionata per chi fugge dalle guerre e dalla repressione e chiede asilo, come la Svezia ha deciso all’inizio di settembre per i fuggiaschi siriani, offrendo loro un permesso di soggiorno permanente.

La seconda cosa da fare è abolire il reato di clandestinità, che in Italia implica l’obbligatorietà dell’azione penale, usata in modo simbolico per criminalizzare mere condizioni personali di chi cerca una vita migliore e fugge alle ristrettezze economiche o alla persecuzione di natura politica o culturale, sovente dopo aver evitato i rastrellamenti della polizia nei paesi rivieraschi da cui si sono imbarcati, o subito l’avidità delle mafie della tratta umana e dell’attraversamento. In questa loro avventura, gli immigrati vi mettono tutti i loro averi e le loro speranze. Ricordo di quel ragazzo tunisino della regione di Gafsa, Saïd, che conobbi a Contrada Imbriacola nell’agosto del 2011, che era arrivato a Lampedusa per la terza volta in un mese e mezzo, sempre in nave, sempre respinto. Era diventato ormai un’habitué, e ad ogni successivo imbarco gli facevano uno sconto: 2800 dinari la prima volta, 2300 la seconda e 2000 la terza. Ovvero circa 3500 € in tutto.
La criminalizzazione dell’immigrazione si acccompagna alla presenza di un’infrastruttura molto estesa che risponde al principio del rifiuto dell’extracomunitario come un potenziale criminale e un fardello per la società; basti pensare alla rete di centri di identificazione, detenzione ed espulsione. Migreurop ha mappato i campi detentivi in Europa ed attorno ad essa, e la carta che ne ha elaborato è spaventosamente esplicita nel disegno di esternalizzazione del controllo delle frontiere: più di 470 centri di detenzione identificati tra paesi UE e paesi della Politica di vicinato, di cui almeno 130 fuori dalla zona Schengen (Migreurop, 2013). Così, quando un immigrato arriva in modo illegale, via mare o via terra, deve ancora fronteggiare il rischio della deportazione. Accanto ai centri conosciuti e operanti secondo la legge, vi sono dei centri detentivi “invisibili”, che non sono accessibili al pubblico e non rispettano le minime condizioni sanitarie e di protezione legale degli arrivati, soggetti al rischio di tortura o estorsione.

Questi centri, funzionali alla politica migratoria repressiva europea, sono spesso edifici amministrativi, caserme di polizia, zone militari, aree chiuse, stadi, ex-parcheggi o prigioni, o addirittura vagoni ferroviari, corriere o camion. Per capire dove si trovino, pensiamo al Sinai, o alla buffer zone che divide l’isola di Cipro.

Vi è però una terza cosa che dovrebbe essere fatta per rendere veramente giustizia alle vittime della tragedia di Lampedusa: abolire i visti tra tutti i paesi del Mediterraneo e tra questi e i paesi limitrofi da cui proviene la maggioranza degli immigrati che rischiano la traversata, e regolarizzarne l’accesso in base allo stesso diritto per cui i cittadini dei paesi della riva settentrionale del bacino possono spostarsi con relativa facilità nella regione. Comunitarietà e reciprocità devono essere i principi che regolano il movimento delle persone attorno al Mediterraneo.

Qualcuno potrebbe pensare che sia una proposta di uno stupido visionario, e che gli accordi di Schengen e la libera circolazione all’interno dell’Unione europea non lo permetterebbero. Per me, tuttavia, si tratta di pensare al di là delle contingenze, alla storia che accomuna i popoli del Mediterraneo, che è molto più lunga di quella dell’Unione europea e del suo apparato normativo.

Parlando dell’Unione europea, Predrag Matvejević, spiega come sia così nata un’Europa separata dalla sua “culla”, il Mediterraneo per l’appunto. “Come se una persona si potesse formare dopo essere stata privata della sua infanzia, della sua adolescenza” (P.Matvejević, Il Mediterraneo e l’Europa. Lezioni al Collège de France, Garzanti, Milano, 1998, p. 25). Le decisioni relative al Mediterraneo, in effetti, sono prese molto spesso al di fuori di esso o senza di esso.

È di una vera e propria rivoluzione culturale quella di cui dunque abbiamo bisogno, per uscire dalle logiche del rifiuto del diverso, della discriminazione razziale o della separazione tra i popoli. Una rivoluzione culturale che ci permetta di osare l’integrazione del Mediterraneo. L’Italia, se sapesse guardare lontano, potrebbe diventare motore di un nuovo Rinascimento, come Francia e Germania lo furono per il progetto di integrazione europea. Posizionata al centro della “Culla delle civilità”, potrebbe farsi portatrice di cambiamento e giustizia sociale, diritti, opportunità di sviluppo, progresso, e rinnovare la nuova stagione storica uscita dalle rivoluzioni e dalle proteste popolari che hanno interessato le due rive del Mediterraneo in questi ultimi anni. Per fare questo, però, il nostro Paese deve imparare ad essere orgoglioso della propria identità culturale, geografica e storica, non più sentirsi alla periferia dell’Europa, ma cerniera Euro-Mediterranea, che affronti le crisi sociale, politica, economica e culturale attuali generando ricchezza materiale e valori collettivi dalla sua storia e dalla sua geografia. La questione della democrazia e quella della mobilità delle persone sono le due chiavi di volta di questo progetto di portata copernicana, ed è solamente affrontandole insieme, in una prospettiva di “comunità mediterranea”, che vinceremo le tentazioni razziste, conservatrici e orientaliste presenti tra noi, tentazioni che tradiscono la nostra storia di terra di mezzo e la nostra cultura di popolo di viaggiatori.

In fondo, questi uomini e queste donne che attraversano il mare sono uno schiaffo al torpore nel quale stiamo scivolando: un’Italia chiusa e autoreferenziale, che discute solo di se stessa, non risolverà le sue deficienze strutturali e le sue incertezze nella cultura e pratica della cittadinanza; il ribaltamento delle sue contraddizioni passa attraverso l’apertura al mondo di cui è il centro, il Mediterraneo. Il Mediterraneo sono dei percorsi di mare e di terra, ricorda Fernand Braudel, “città modeste, medie e grandi che si tengono per mano. Percorsi e ancora percorsi, un immenso sistema di circolazione, che ci permette di capire la profonda natura del Mediterraneo quale spazio-movimento” (F.Braudel, La Méditerranée. L’espace et l’histoire, Flammarion, Parigi, 1985, p.76-77). E in esso, sono state le città cosmopolite a guidare lo sviluppo della regione e a generare ricchezza, non quelle che erigevano frontiere: Cartagine, Alessandria d’Egitto, Istambul hanno fatto la storia perché hanno unito le due rive e hanno creato un mondo di scambi nuovo, dove la mobilità era consustanziale allo sviluppo.

È una rivoluzione culturale perché non si tratta solamente di vincere i nostri egoismi di popolazioni benestanti che non vogliono condividere il benessere con altri, ma anche di riabbracciare le tre civiltà che hanno fatto il Mediterraneo nei secoli: l’Occidente (o con le parole di Braudel la Romanità), l’Islam e l’universo greco e ortodosso. Tutto quanto succede ci ritorna addosso, ed è inutile nascondersi dietro vicende di politica interna o di instabilità economica. Pensiamo alle recenti vicende mediorientali. I siriani arrriveranno sempre più numerosi fintanto che non ci assumeremo le nostre responsabilità e non difenderemo le aspirazioni alla democrazia e alla libertà di quel popolo. Ignorare il loro appello e lasciarli morire stretti tra un dittatore sanguinario e frange che vogliono islamizzare uno dei paesi che hanno forgiato l’identità mediterranea plurale è di una cecità spaventosa. Solamente in Egitto, i rifugiati siriani sono duecentomila e vivono con un sussidio mensile di circa 150€ a famiglia (ʿAzza Moghāzī, Āyāt al-Jibāl, “La porta del ritorno è chiusa – Inchiesta [trad.]”, in al-Masrī al-Youm, 28 settembre 2013), mentre sono stimati in quattro milioni i siriani che hanno lasciato il paese dall’inizio della rivoluzione ad oggi. I barconi che li porteranno da noi attraccheranno a ricordarci che la Storia non è acqua e che anche loro hanno costruito la “Romanità”. Le loro sofferenze, non solamente imbratteranno le nostre coscienze, ma indeboliranno anche i nostri cosiddetti interessi strategici.

Abbiamo perso il senso della Storia, e fatichiamo nell’afferrare le redini del corso degli eventi attorno a noi, come se la Storia fosse un affare chiuso, e si trattasse di assicurarci di riempire i nostri forzieri a qualsiasi costo, l’uno contro l’altro. Questa, però, non è la Storia da dove veniamo. Tra i popoli attorno al Mediterraneo, la memoria è sempre stata pietra d’angolo, su cui abbiamo costruito le nostre fortune e la nostra identità. Quando criminalizziamo i vicini che hanno bisogno di noi, mentre questi affrontano il brusco mare d’autunno, ciò non verrà dimenticato, e verranno un giorno a bussare alla nostra porta. La Storia è questo, un incastro di memorie che discerne tra chi ha mostrato solidarietà, e chi ostilità.

Rīm Qāsem, fondatrice di Agora, uno spazio per i giovani artisti di Alessandria d’Egitto, con l’obiettivo di cambiare il suo paese in profondità e riappropriarsi degli spazi pubblici, è un poco la nuova Hypatia, la filosofa che nel iv sec. d.C. lottò nell’Alessandria romana per salvare la conoscenza dell’antichità classica. L’ultima volta che l’avevo incontrata in un caffè che dà sulla Corniche, era lo scorso mese di aprile, guardando il mare le avevo chiesto: “Credi che lo spirito della rivoluzione sia condiviso anche da altri in questa parte del mondo, che vi sia una comune identità mediterranea?”. Lei ci pensò e con calma mi rispose: “Credo che vi sia un’energia comune, che viene dal mare! Questo mare nasconde molte cose che ancora non conosciamo, e sotto il mare vi sono molte storie dimenticate, che prima o poi tornano a galla. Questo mare ha tante cose ancora da insegnarci”.

Anche se i corpi rimasti intrappolati nello scafo al largo di Lampedusa non saranno più recuperati, le loro storie ci perseguiranno, a ricordarci che il tradimento è il peggiore dei mali. Il tradimento del destino comune dei popoli del Mediterraneo.

Gianluca Solera

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...