Articolo pubblicato per la rivista “Azione Nonviolenta”.

Avevo partecipato ad Alessandria d’Egitto alla grandissima mobilitazione del 30 giugno scorso, forse la più grande manifestazione di protesta della storia moderna, all’apice di Tamarrud, una campagna che aveva raccolto più di 22 milioni di firme per chiedere il trasferimento dell’autorità presidenziale al Presidente della Corte costituzionale, la creazione di un governo competente che gestisse le emergenze dell’economia e della sicurezza, la revisione della Costituzione attraverso un comitato di esperti e la sua approvazione tramite referendum popolare, e la convocazione entro sei mesi di nuove elezioni parlamentari e presidenziali.

Le colpe di Mursī

Eravamo in una situazione di vuoto istituzionale, nel quale i cittadini non disponevano di strumenti per rimettere in discussione la guida del Paese, che credevano confiscata dai Fratelli musulmani per portare avanti un progetto di parte, invece di portare a compimento il processo rivoluzionario apertosi il 25 gennaio 2011, e per imporre una carta costituzionale che non era stata il frutto di un lavoro consensuale tra le diverse espressioni della società egiziana. Mursī, è bene ricordarlo, aveva concesso l’immunità all’Assemblea costituente, da cui si erano ritirate le forze non islamiche, e organizzato un referendum per approvare il testo costituzionale a cui partecipò solamente il 33% degli egiziani aventi diritto di voto (dicembre 2012). Avevo dunque partecipato alla mobilitazione del 30 giugno cosciente della grande perdita di credibilità che aveva colpito la presidenza Mursī. Furono ore festose.

Il 2 luglio venne deposto il presidente. “Le forze armate non hanno potuto tapparsi le orecchie di fronte alle richieste del popolo”: con questa formula, il comandante dell’esercito egiziano ʿAbdel Fattāh as-Sīsī giustificava la decisione di intervenire 48 ore dopo quella mobilitazione, sostituendo Mursī ad interim con ʿAdlī al-Mansour, dopo un ciclo di consultazioni che inclusero l’opposizione secolare, i movimenti islamici, il grande sceicco di al-Azhar e il Papa copto. I Fratelli musulmani non accettarono la mossa, neppure si aspettavano la manifestazione di un tale dissenso popolare dopo un solo anno di presidenza, e iniziarono a praticare la disobbedienza civile, incoraggiati dalle condanne internazionali nei confronti di un presunto colpo di Stato. In quei giorni, scrissi su un’altra rivista che parlare di colpo di Stato era una sbrigativa attitudine orientalista di raffigurare la realtà, che non teneva conto della volontà popolare di riaprire una fase democratica bloccata dalle scelte di parte dei Fratelli musulmani. Poi iniziarono i primi scontri tra forze dell’ordine e soldati, da una parte, e sostenitori di Morsī, dall’altra. Il quotidiano al-Masrī al-Youm, a metà luglio, rivelava che la dirigenza dei Fratelli musulmani aveva messo a punto un piano di destabilizzazione politica, che prevedeva l’uso di armi da fuoco e armi bianche durante le azioni di protesta, aggressioni ai manifestanti della parte avversa, attacchi a commissariati di polizia e postazioni militari in Sinai, e blocco delle arterie principali. Iniziarono a girare armi e iniziarono le aggressioni contro caserme situate nel Sinai da parte di sconosciuti armati. Leggendo i giornali, una notizia su tutte mi aveva allarmato: a metà luglio, un giovane sostenitore di Tamarrud veniva torturato sotto il palco di piazza Rābiʿa al-ʿAdawiya mentre sopra di esso parlava Mohammed  Badīʿe, la guida suprema della Fratellanza, invitando a manifestare pacificamente, e più il ragazzo gridava di dolore, più Badīʿe alzava la voce.

Lampi di lucidità

Le prime avvisaglie di un sistematico pugno di ferro si ebbero già da subito: l’8 luglio, più di cinquanta persone morivano davanti al Club della Guardia repubblicana al Cairo, dove pare venisse tenuto in custodia Mursī, e la notte tra il 26 ed il 27 luglio ne perivano almeno settantadue, quando i militanti filo-Mursī insediati in piazza Rābiʿa al-ʿAdawiya tentarono di espandere la zona occupata affrontando le forze di sicurezza. Sebbene la situazione si facesse molto pesante, l’opposizione non islamica, e soprattutto i giovani rivoluzionari, seppe dimostrare maturità e indipendenza rispetto all’esercito e al governo transitorio. Tre esempi. Una dichiarazione costituzionale di 33 articoli veniva proclamata nella notte dell’8 luglio da ʿAdlī al-Mansour, assegnandogli l’autorità di promulgare delle leggi dopo consultazione con il nuovo governo e prevedendo la creazione di due commissioni per la revisione della Costituzione, una dei dieci giuristi e l’altra di cinquanta rappresentanti di tutti i settori della società egiziana, ma Tamarrud, il Fronte di salvezza nazionale (la coalizione che include el-Barādeʿī) e personalità come Khāled ʿAlī espressero il loro malcontento, a causa della mancanza di consultazione precedente alla sua pubblicazione e dell’ennesima centralizzazione di poteri legislativi ed esecutivi nelle mani del Presidente. Il 25 luglio, invece, ʿAbdel Fattāh as-Sīsī fece appello alla popolazione chiedendo di partecipare numerosa alle manifestazioni anti-Morsī del giorno seguente, affinché l’esercito fosse investito di legittimità popolare per intervenire energicamente contro il terrorismo e la destabilizzazione, e Khāled ʿAlī reagì pubblicamente dicendo: “Questo appello ha prodotto l’effetto contrario. [as-Sīsī] avrebbe dovuto dire agli egiziani che scendessero in strada per rifiutare la violenza, perché non è possibile che un esercito chieda alla gente di investirlo dell’autorità di dettare legge mentre abbiamo una magistratura e un presidente ad interim!”. Infine, dopo il massacro di fine luglio, all’annuncio del ministro degli Interni Mohammed Ibrāhīm di voler riprendere la sorveglianza dell’attività politica e religiosa, Tamarrud reagiva condannando questa intenzione come contraria ai principî della rivoluzione del 25 gennaio 2011.

Quando tutto si ruppe

Erano segni buoni, di autonomia di giudizio e di volontà di controllo civile del processo. Tutto, però, si ruppe dopo le festività di Ramadhān, con i circa mille morti in cinque giorni in un massacro senza fine iniziato con lo sgombero forzato di piazza Rābiʿa al-ʿAdawiya, il mercoledì 14 agosto. Lo stesso giorno, el-Barādeʿī lasciava la vice-presidenza ad interim disgustato dalla repressione, ma se ne andò solo, schernito e accusato di tradimento da molti presunti democratici o rivoluzionari. Lo scontro si faceva sempre più odioso, irrazionale e settario. Circa cinquanta chiese venivano aggredite dopo lo sgombero sanguinario, anche se i Fratelli musulmani negano di aver orchestrato le aggressioni. Rabbia e odio non hanno padroni, ed è sicuro che molti sostenitori di Mursī abbiano scaricato la loro incontenibile ma devastante furia sui simboli cristiani; tuttavia, non escluderei in alcuni casi la mano della Baltaghiya, sobillatori acquistabili per pochi soldi e già utilizzati nel passato dal regime di Mubārak per discreditare gli oppositori. Dopo lo sgombero sanguinario, dal governo e da Tamarrud sono venute solo parole di provocazione e di approvazione del pugno di ferro. Il 20 agosto, qualche ora dopo l’arresto della guida suprema della Fratellanza Badīʿe, Tamarrud lo definiva pubblicamente “un grande passo verso il completamento della rivoluzione”. Qualche ora prima, Mubārak era stato scagionato dall’accusa di corruzione nell’affare dei palazzi presidenziali, cosa che comporta la possibilità che venga prossimamente scarcerato (perché la pena capitale per il massacro dei dimostranti nel 2011 è stata annullata all’inizio di quest’anno ed il processo s’ha da rifare), e nessuno aveva dichiarato niente. Scrissi personalmente nelle ore più concitate ai miei più cari amici egiziani, dicendo : “Non vi può essere giustificazione al crimine del 14 agosto, né dal punto di vista politico, né da quello dell’ordine; lo spirito della rivoluzione è ormai moribondo, ed ho sentito dei giovani rappresentanti di Tamarrud parlare come dei vecchi servitori di Mubārak, senza riuscire ad esprimere una sola parola di lutto, di dubbio o di umanità. […] Le Forze armate del 2011 sono le stesse di quest’anno, e la rivoluzione egiziana è così caduta nella loro trappola non una volta, quando Mubārak prima di abbandonare affidò il Paese alla Giunta militare, ma due volte; perché non vi è distinzione tra il terrorismo di un’organizzazione sociale e quello di Stato, entrambi polarizzano  la società e rendono l’Esercito l’unica vera istituzione e forza indispensabili in questo frangente. Pretendere dunque di sradicare i Fratelli musulmani con la violenza è vano, perché la Fratellanza, che lo vogliamo o no, fa parte della società egiziana come ne fanno parte la Chiesa copta, i  laici o i Beduini”.

E un amico, il prof.Hussein Hamūda, docente di Italianistica all’Università di Helwān, difendendo l’operato delle Forze armate, mi rispose: « Sai cosa significa “terrorismo”? Quando la gente ha paura? Non vi è relazione tra terrorismo e operato politico […] Come puoi sopravvivere se decidi di non sparare?”. I sentimenti, anche tra i più acculturati, in questi giorni sono turbolenti e difficili. Le ragioni non mancano. Il 14 agosto, tuttavia, Esercito e Polizia hanno inferto un colpo letale non solamente ai Fratelli musulmani, ma anche al campo liberale, costringendolo a uscire allo scoperto difendendo l’indefendibile e trovandosi in pessima compagnia di quelli Stati arabi che hanno immediatamente preso le difese delle Forze armate egiziane dopo il sanguinoso sgombero: Arabia saudita, Bahrein e Siria.

Un’operazione politica

Un’operazione politica perfetta, dunque, checché se ne dica, per rinsaldare il ruolo dei generali e garantire l’intoccabilità dei commissari. Come potrà ora la rivoluzione del 2011 rivendicare una riforma delle Forze armate de lle forze dell’ordine, riforma che né la Giunta militare durante la prima transizione, né la presidenza Mursī hanno voluto portare avanti? La rivoluzione del 2011 non ha ancora intaccato questi due colossi di regime, né lo farà nei prossimi mesi.

Gli interessi economici fanno anche la loro parte. Le Forze armate hanno tre fonti di ingresso: una porzione consistente del bilancio statale (più del 6% del bilancio complessivo, ovvero 4,2 mld di dollari nel 2013, erano 3,8 nel 2012), il sostegno americano (1,3 mld di dollari nel 2013) e le attività economiche gestite dalle Forze armate stesse. Quest’ultime dovrebbero essere soggette alla revisione del parlamento e della Corte dei conti, ma questo non avviene, e le stime sono dunque imprecise. Secondo il dott. Mohammed Buraik, esperto in economia della difesa, le risorse finanziarie complessive delle Forze armate sarebbero inferiori al 40% del PNL egiziano. Una percentuale comunque esorbitante a cui l’Esercito non vuole rinunciare! Nel frattempo, ʿAbdel Fattāh as-Sīsī sta probabilmente preparando il terreno in vista delle elezioni presidenziali, rinnovando dunque la tradizione che vuole un generale alla testa della Repubblica, tradizione che venne interrotta per la prima volta solamente con Mohammed Mursī. Nella prima quindicina di luglio, dopo la destituzione di Mursī, nelle strade di Alessandria circolavano già le icone di as-Sīsī, una stonatura per i genuini paladini della campagna Tamarrud, una pericolosa stonatura.

Cause remote

Il Paese scivola verso l’intransigenza ideologica e la contrapposizione frontale, le armi più efficaci per neutralizzare la missione di riconciliazione nazionale di questo governo di transizione e staccare la spina alla moribonda rivoluzione del 2011, che non ha prodotto una sola riforma sostanziale delle istituzioni dello Stato e delle sue politiche pubbliche. Per cercare di identificarne le cause, dobbiamo fare un passo indietro. Ibrāhīm el-Hodhaibī, il cui bisnonno Hassan fu la seconda guida suprema dei Fratelli musulmani dopo il fondatore el-Bannā e il nonno la sesta guida suprema dal 2002 al 2004, e che lasciò la Fratellanza nel  2008, mi diede una pista di riflessione interessante sulle radici della crisi questa primavera, durante un colloquio al Cairo: “Nel 19° secolo, il grande chedivé Mohammed ʿAlī [considerato il fondatore dell’Egitto moderno] costruì burocrazie statali forti che sostituirono le istituzioni sociali nel quadro di un potente stato-nazione. Gli endowments vennero nazionalizzati e il sistema del governo locale centralizzato; quelle istituzioni che tradizionalmente esercitavano un’importantissima funzione sociale non sono state più sostituite da istituzioni indigene moderne, che riflettano la complessità dei tempi”. La politica di centralizzazione e controllo delle istanze sociali iniziata con Mohammed ʿAlī venne proseguita dai suoi successori fino a Mubārak. Ora, esistono degli individui e lo Stato, non vi sono corpi intermedi. Non vi sono dunque spazi che facilitino un processo di socializzazione, non vi è una cultura della costruzione del consenso sociale: le fratture odierne sono l’espressione di questo.

Che fare?

Come uscire dunque dalla crisi? El-Hodhaibī propone di occuparsi di due cose, municipalità e sindacati. Sviluppare queste due entità aiuterebbe la società egiziana a liberarsi dalla polarizzazione attuale. Quando gestisci una città o difendi dei lavoratori, non conta più che tu sia islamista o secolare. Devi assicurare servizi e difendere diritti. Inoltre, questo impegno per la “democrazia dal basso” permetterebbe di fare emergere leaders che non sono legati allo stato-padrone, e costerebbe meno vincere le elezioni a livello locale o in una fabbrica, per cui vi sarebbero più possibilità per i fuori-gioco di vincere. “Perché alla fine a rappresentare la maggioranza o la minoranza sono sempre i benestanti, che sono piuttosto conservatori” aveva puntualizzato, concludendo con:“Il nostro problema è che la divisione tra islamisti e secolari è una divisione tra estrema destra ed estrema destra, quindi nessuna divisione! Sono entrambi neoliberali e centralisti”.

Il nostro impegno come cittadini del Mediterraneo e attivisti europei per evitare il peggio, invece, dovrebbe essere quello di manifestare fermezza nel rifiuto di qualsiasi tipo di violenza sanguinaria, che questa provenga dalle istituzioni statali o da forze politiche organizzate, di esigere un’indagine indipendente sui fatti di Rābiʿa al-ʿAdawiya e sui massacri di luglio, di condannare l’incarceramento massiccio dei rappresentanti della Fratellanza, di sostenere il ruolo della società civile indipendente quale supervisore delle evoluzioni post-rivoluzionarie, e di facilitare il riavvicinamento tra le comunità politiche e culturali del Paese. Non è tutto.

Per  dare una prospettiva di soluzione regionale alla crisi egiziana e contenere la propaganda che attribuisce sempre i mali del Paese a un complotto internazionale [il discorso della stampa governativa e di molti politici egiziani anti-Fratelli musulmani oggi è identico a quello del regime di Mubārak prima che cadesse: il Paese è oggetto di un piano di destabilizzazione internazionale!], dovremmo rafforzare i canali di scambio tra le forze rivoluzionarie e democratiche egiziane, anche di estrazione islamica, e quegli attivisti europei che vogliono costruire uno spazio mediterraneo di libertà, sostenibilità, equità e scambio culturale. Propongo di convocare gli Stati generali dei movimenti sociali del Mediterraneo, perché non vi sono soluzioni locali alla crisi. Ovvero, un forum militante per ragionare sugli scenari di rinnovamento istituzionale e giustizia sociale, e ispirare una stagione storica nuova. Porrebbe le basi per alimentare una cooperazione organica tra movimenti del nord e del sud del Mediterraneo, che evolva verso un progetto e campagne regionali, con l’obiettivo di restituire la Politica ai cittadini e mettere alle corde corrotti, oppressori e manipolatori. Il tutto non è facile, ma niente è facile. Dobbiamo essere mossi dall’ambizione di progettare un nuovo spazio di integrazione politica, sociale ed economica, nella diversità culturale che caratterizza i suoi popoli. La crisi egiziana non è solo egiziana. Mostra che il ciclo delle rivoluzioni del 2011 non si è ancora compiuto, e che la crisi di legittimità delle istituzioni governative e statali è presente dovunque noi andiamo, a Roma come al Cairo, a Madrid come a Tel Aviv. È la relazione stessa tra cittadino e Stato che deve essere reinventata, e con essa la dialettica identitaria che deve essere rimessa in discussione. Alla società civile indipendente spettano un ruolo ed una responsabilità straordinarie per preparare il futuro, recuperando lo spirito del 2011, mettendo insieme secolari e religiosi nell’intento di affrontare i problemi socio-economici, geo-politici o etno-culturali in un’ottica regionale, oltre le frontiere nazionali e le propagande di regime.

Gianluca Solera

20 agosto 2013

One thought on “Egitto, oltre il disastro

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