forumfinaleArticolo originariamente pubblicato nell’Osservatorio Mediterraneo dell’Istituto Paralleli, numero 10.

Cinquantamila registrazioni pagate, ottomila volontari, mille e ottocento giornalisti per un totale di sessantamila presenze, quattromila e cinquecento organizzazioni registrate, 1.612 seminari e attività, trenta assemblee di convergenza tematiche alla fine dei lavori, settanta parlamentari di diciotto paesi, per un costo totale di 1,2 milioni €. Questo, in numeri, il Forum Sociale Mondiale (FSM) che si è tenuto a Tunisi l’ultima settimana di marzo. Un evento straordinario, dal punto di vista politico, economico e organizzativo. Il Forum meno costoso di tutti nella storia della manifestazione, e quello con la maggiore percentuale di bilancio coperta dalle quote individuali e associative versate dai partecipanti per seguire e tenere delle attività, il 23%, con un disavanzo finale inferiore ai 50.000 €.

Non sono mancati naturalmente i punti deboli, come ad esempio: le difficoltà logistiche e di movimento nel campus universitario, luogo dove si è svolto il Forum, soprattutto il primo giorno; la scarsa copertura mediatica a livello internazionale, con l’eccezione della  stampa francese; la discriminazione tra grandi e piccole organizzazioni nella distribuzione degli spazi. E ancora, dal punto di vista politico, le aggressioni subite dai democratici siriani da parte da sostenitori del regime di al-Asad, e quelle subite da rappresentanti saharawi e marocchini da parte della delegazione marocchina pagata dal rispettivo governo; o il blocco della delegazione algerina alla frontiera dalle autorità del loro paese. O ancora le bandiere della rivoluzione siriana e di Israele bruciate negli spazi del Forum, o quelle di Hezbollah o di Al-Qaida presenti alla marcia finale. Un assaggio della complessità dei conflitti nella regione. Quello che conta è che il Forum sia stato fatto, una sfida questa piena di interrogativi, e che si siano potuti incontrare attivisti e operatori della società civile di tutto il mondo, e dello spazio euro-mediterrraneo in particolare. A chiusura dell’evento, il Consiglio internazionale del Forum ha rilevato i seguenti elementi positivi: le istituzioni tunisine hanno cooperato mettendo in atto gli impegni presi, di modo da rendere possibile la realizzazione dell’evento,  e offrire ai tunisini un’opportunità di apertura al mondo dopo la rivoluzione del 2011; il ruolo centrale del Forum regionale del Maghreb nell’organizzazione e la creazione di un’occasione unica di incontro tra le organizzazioni sociali della regione Maghreb-Mashrek; la presenza straordinaria di donne e giovani, e  quella forse inattesa di molti tunisini e tunisine di sensibilità islamista, venuti ad ascoltare e a confrontarsi su molte tematiche legate a religione e stato, sviluppo economico e giustizia sociale. In questo senso, questo Forum ha certamente avuto una ricaduta positiva per le dinamiche di dialogo e riflessione interne, rafforzando il ruolo dei movimenti e della società civile in un momento critico per il paese, soprattutto dopo l’assassinio di Shoukri Belaid.

Il futuro della Primavera araba e la relazione con i partiti islamisti è stato uno dei temi al centro del dibattito. Molti dei presenti alle sessioni di dibattito si sono chiesti fino a che punto i movimenti islamisti riusciranno a portare a compimento il processo di democratizzazione nel loro paese. Secondo Salah Eddine Jourchi, direttore del forum el Jahedh, gli islamisti sono in una posizione di fragilità perché sono andati al potere senza disporre di un progetto economico alternativo: “Per questo, l’Occidente li vuole ora al potere, e non utilizza più la campana d’allarme del pericolo islamista come nei mesi successivi alla Primavera araba, perché non rimettono in discussione gli equilibri economici mondiali”, ha sottolineato nel corso di uno dei seminari. Secondo Jourchi, esistono già una destra ed una sinistra in questi movimenti, ma la sinistra è fragile perché isolata, a meno che non dialoghi con la Sinistra secolare. Nonostante la via sia stretta, e la distanza dal fatto religioso di molti ambienti progressisti sia un vero ostacolo al dialogo, non vi sono altre vie per riformare l’Islam politico se non quella di accettare la loro ragione d’essere: “Bisogna essere chiari con chi crede che sia possibile dissociare l’Islam dalla politica. Questa prospettiva è irrealistica in società religiose come quella tunisina”. Comunque vadano le cose, le forze democratiche e progressiste dovranno fare i conti nel presente e nel futuro con i partiti di tendenza islamica, perché sono una realtà radicata nel panorama politico di questi paesi. La debolezza della classe dirigente attuale e la mancanza di alternative reali permette a questi movimenti di conquistare molto terreno e molti adepti tra la gioventù, la quale ha scoperto una forma di socializzazione attraverso queste forze.

La critica verso i movimenti islamisti contemporanei non può prescindere dal porsi certe domande che riguardano la storia stessa dell’Islam, come è stato riscontrato, ovvero fino a che punto possiamo parlare di Islam al singulare e non di Islam al plurale, fino a che punto si pùò rivoluzionare il pensiero musulmano classico ereditato da secoli. Certo, non possiamo dire che l’Islam sia la soluzione, ma neppure che la laicità sia la soluzione, perché anche la laicità può essere razzista o retrograda. “La questione più utile da porci ora è come stabilire dei partenariati”, ha suggerito Tareq Ramadan nel corso di un’altra sessione. “Il discorso islamofobo dell’Occidente serve per rompere alleanze pericolose per il sistema neoliberale e cassare possibili dinamiche di resistenza. Il mondo è in evoluzione: dobbiamo decidere se vogliamo evolvere per adattarci, come hanno fatto i partiti socialdemocratici, che sono diventate formazioni socialcapitalistiche, oppure evolvere per trasformarci e aggiornare le nostre forme di resistenza”. L’altro lato dello stesso impegno è emerso nel lavoro di altre organizzazioni come la fondazione Frantz Fanon o Initiatives pour un autre monde (Ipam). “La nostra preoccupazione è rivisitare la relazione tra Islam politico e lotta sociale”, ha spiegato Monique Crinon. “Dobbiamo abbandonare l’esclusione dell’Islam e lavorare per l’integrazione dei musulmani nella lotta sociale altermondialista; la religione non deve essere un’handicap all’impegno sociale, perché siamo convinti che la rappresentazione dell’Islam politico quale blocco rigido è scorretta; questo è in movimento e deve essere sollecitato”. Crinon ha sottolineato la presenza di contraddizioni di classe, appartenenza razziale e di orientamento politico nella comunità musulmana che devono essere studiate, chiedendo che l’Islam politico venga giudicato all’atto di governo con le stesse categorie con cui giudichiamo gli altri partiti, utilizzando categorie come giustizia, sviluppo, educazione o libertà. Ed è stata anche più esplicita, rivolgendosi ai suoi concittadini: “Sulla questione della donna, ad esempio, dobbiamo smettere di giudicare la questione a partire dal velo sì, velo no, ma guardare la cosa rispetto all’accesso delle donne a educazione, lavoro o diritti civili”.

Una riflessione a parte merita il Mediterraneo, considerando in particolare che su iniziativa degli italiani è stato creato in seno al FSM uno spazio, “Alternativa mediterranea”, dove si sono celebrati diversi seminari attorno al futuro della regione, senza con questo esaurire la molteplicità di attività che hanno sfiorato questioni di interesse per la regione in altri spazi del FSM. Toccherà a Kamel Mohanna, libanese, presidente di Arab NGOs Network, scuotere le nostre coscienze in una di queste sessioni: “Questa regione è cambiata e non vi è più ritorno indietro, perché la gioventù contemporanea è impregnata di pensiero positivo e ottimismo, ed ha perso la paura”, dirà alzandosi in piedi. “Voi a Nord avete il sapere e le tecnologie, avete uno stato di diritto e coltivate lo spirito dell’affermazione individuale. Noi a Sud, invece, abbiamo l’essere e l’amore, non abbiamo uno stato di diritto ma pratichiamo la solidarietà e coltiviamo la vita di comunità. È giunto dunque il momento di essere complementari e osare l’integrazione”. Parlando davanti ad alcuni dei volti più noti del Forum come Samir Amin, una giovane ragazza egiziana esemplifica così la svolta epocale: “Prima, i graffitisti del Cairo scrivevano sui muri di notte, e la polizia cancellava i graffiti di giorno; ora, i graffitisti dipingono di giorno, e la polizia cancella i graffiti di notte!”. Osare l’integrazione, per me, significa anche che l’integrazione politica del Mediterraneo deve diventare il sogno dei prossimi decenni, un’integrazione che si costruisca a partire da un engagement cittadino che si fondi sui principî della giustizia sociale, delle libertà e del lavoro, e che costringa i governi a rincorrere gli attori della società civile e non viceversa. Una sfida che anticipi e prefiguri i tempi nuovi come fecero i padri dell’europeismo nell’immediato dopoguerra, quando osavano annunciare un’Europa unita nonostante la diffidenza o lo scherno dell’epoca. Il Mediterraneo porta in sè i geni di una comunità dal destino comune, esprime una naturale resistenza a banalizzazione, individualismo, segregazione e consumismo – i codici del capitalismo contemporaneo – per lo stile di vita e i valori dei suoi popoli: il piacere di vivere insieme, il gusto per le cose belle e inutili, la diversità culturale e sociale, il modo di mangiare e lavorare, il senso del sacro e della famiglia o la cultura del dialogo e e della condivisione. Costruire un’integrazione politica del Mediterraneo non è solamente un sogno, ma anche un’opportunità per risolvere questioni internazionali che non avranno soluzione se non trattate a livello regionale. Parliamo ad esempio del degrado dell’ambiente, delle migrazioni, della corruzione, dell’espropriazione privatistica dei beni comuni o della stessa questione palestinese, tutti temi discussi più volte a Tunisi.

Il Forum ha avuto anche un significato particolare per l’Italia. “Questa sfida interroga tutti, anche qui in Italia. In questi anni abbiamo caparbiamente, con altre organizzazioni sociali, tenuto viva la Rete Italiana del FSM, negli anni in cui tanti pensavano che quella storia appartenesse al passato, e abbiamo aiutato il percorso che ha portato il Forum a insediarsi nel Maghreb-Mashrek”, spiega Raffaella Bolini, membro  del Consiglio internazionale per conto di Arci. “Abbiamo come italiani un ruolo da svolgere: dobbiamo aiutare il futuro del Forum, se vogliamo continuare ad usarlo per rafforzare le nostre campagne. Dobbiamo aiutarlo a svilupparsi, anche attraverso un lavoro concreto di ricerca di fondi, di progetti, di campagne e di alleanze da far convergere in un percorso comune; ma soprattutto, dobbiamo dare un contributo politico su una questione che sarà essenziale nel prossimo futuro, tanto più se speriamo che il prossimo Forum torni sulla sponda sul del Mediterraneo: dobbiamo sostenere il dialogo per la pace dal basso fra marocchini e saharawi iniziato dal Forum del Maghreb”, aggiunge.

Un’esperienza particolare è stato quella del blog collaborativo messo in piedi da una decina di donne e uomini italiani, che ha seguito il FSM scrivendo, commentando, intervistando e mettendo in rete realtà diverse: si tratta di Voices from Tunis (www.voicesfromtunis.org). Nonostante il titolo in lingua inglese, il  blog collaborativo ha raccolto soprattutto contributi in italiano, un’ottantina circa, spaziando dal Mediterraneo alle questioni di genere, dalle tematiche ambientali a quelle migratorie. Uno strumento questo utilizzato in media da circa duemila utenti giornalieri, un risultato non indifferente per una prima volta assoluta, fondata sulla buona volontà dei suoi collaboratori. “Il Forum Sociale Mondiale è stato un microcosmo a sè, c’era di tutto dentro, con tante delle contraddizioni che si trovano anche nella vita reale”, scriverà Stefano Zucchiatti, uno degli ideatori del blog. “Forse è questa la cosa che mi ha colpito di più, che un unico spazio fosse in grado di includere così tanta diversità. Il passo successivo, che è stato fatto solamente a tratti, e che queste realtà davvero si incontrino e dialoghino in modo costruttivo. Ero convinto fin dall’inizio che un ottimo modo per avvicinarsi e capire questo Forum sarebbe stato fare un blog collettivo. Avrebbe permesso di conoscere tante storie umane e reali, e allo stesso tempo di porsi delle domande più generali sul futuro del nostro mondo, unendo diverse sensibilità. Mai avrei pensato che farlo sarebbe stato anche così piacevole e divertente”.  Postilla: una delle prospettive in discussione sul futuro di questo blog è quella di creare uno  spazio di scambio e informazione tra attivisti arabi ed europei, una sorta di piattaforma virtuale transnazionale di dibattito, confronto e cooperazione che raccolga le testimonianze e le proposte di diversi movimenti sociali della regione mediterranea. Il team del blog collaborativo ha partecipato al Forum dei media indipendenti che ha avuto luogo a Tunisi alla vigilia del FSM, dove si è discusso in particolare della riappropriazione cittadina delle tecnologie dell’informazione, della rete di radio cittadine, delle norme sulla libertà di espressione nelle costituzioni dei paesi della Primavera araba, dei logiciels liberi e della situazione della libertà di espressione in America latina (vedasi www.fmml.net).

Il futuro del FSM chiaramente preoccupa tutti. Molti si sono detti che questo spazio debba essere accompagnato da un investimento in infrastrutture per i movimenti sociali nel mondo. È questo un disegno che richiede tempo e risorse, e che solo i movimenti stessi, in modo organizzato, possono alimentare. La società civile, per guidare il cambiamento, esige infrastrutture, conoscenze e reti. Aneta Jerska, polacca, ha animato a questo proposito un seminario sulla fondazione di The People Yes! Network, una rete internazionale per la formazione delle capacità di organismi, iniziative cittadine e attori di lotte che mirano al progresso e al cambiamento sociale, raccogliendo diversi attivisti attorno ad una piattaforma di scambio, ma anche di offerta di servizi alle loro campagne, offrendo loro le risorse per imparare ad agire nel migliore dei modi, in una prospettiva politica comune. La rete vuole essere una risposta all’effimerità di grandi eventi come il Forum sociale mondiale. Vuole innanzitutto essere infrastruttura per il “Cambiamento sociale”. Formazione, strategie per l’attivismo, spazi espositivi sulla storia e il ruolo della società civile sono alcuni degli strumenti discussi nel seminario. “Dopo una lunga fase di periodici incontri di attivisti e rappresentanti di movimenti sociali, non esiste ancora un quadro di regolare messa in rete, analisi collettiva, formazione di livello professionale, pensiero strategico, pianificazione di azioni comuni, o valutazione”, ha spiegato Aneta. “Questo è proprio quanto vorremmo promuovere”. Uno dei padri fondatori del FSM, il brasiliano Chico Whitaker, ha dichiarato nell’assemblea di convergenza finale sul futuro del Forum, che il FSM dovrebbe evolversi, proponendo lo scioglimento proprio del Consiglio Internazionale. La nascita di nuovi movimenti informali in favore della democrazia e di opposizione al capitalismo globale, come gli indignados e i movimenti rivoluzionari arabi, ha posto la questione di come il Forum Sociale debba diventare più inclusivo e aumentare la trasparenza e l’orizzontalità nella sua organizzazione. Alcuni hanno criticato il fatto che il Forum non riesca a prendere posizioni politiche forti e ad organizzare azioni collettive tra tutte le organizzazioni che vi partecipano. In questo senso, rischia di diventare una specie di “Woodstock sociale”, mentre quello che dovrebbe rappresentare è un gruppo di pressione permanente, una lobby per promuovere alternative al neoliberalismo. Altri hanno posto l’accento su come il Forum non sia un evento, ma un processo permanente, e di conseguenza le iniziative locali e nazionali devono essere rafforzate. All’assemblea, nonostante siano state formulate molte buone idee, non c’era praticamente consenso su nulla. L’unica elemento comune che è emerso è che nessuno degli interventi ha proposto l’interruzione del FSM; anzi, tutto questo dibattito è stata la prova di come il Forum sia vivo e pieno di energie. Tanti hanno posto l’attenzione sul fatto che malgrado tutti i suoi limiti, il FSM rimanga uno spazio unico al mondo per l’insegnamento reciproco, lo scambio di conoscenza e la creazione di azioni comuni, da cui si può plasmare una nuova cultura politica globale. Per questo motivo, il Forum nel 2015 si farà, e tra le regioni candidate vi è ancora il Mediterraneo. A conferma che in questa parte del mondo si gioca la sperimentazione di nuovi modelli di sviluppo e di democrazia.

Gianluca Solera

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