image7Questo articolo è stato pubblicato sul blog collaborativo “Voci da Tunisi” (voicesfromtunis.org ) in occasione del Forum Sociale Mondiale 2013.

Qual’è il futuro dell’Islam politico? A parlarne al Forum sociale mondiale il 28 marzo si sono riuniti diversi ricercatori ed analisti, tra cui Tareq Ramadan, Salah Eddine Jourchi, direttore del forum el Jahedh, e Fabio Merone, ricercatore italiano che risiede in Tunisia.
La discussione si è centrata su tre aspetti: l’evoluzione politica dei movimenti di tendenza islamica e il loro pensiero economico; i movimenti di ispirazione religiosa e i fondamenti dell’Islam; e l’analisi sociologica del fenomeno islamista in Tunisia.

Tareq Ramadan ha spiegato come i movimenti islamici si siano trovati nella necessità di trovare una giustificazione politica al loro progetto, giustificazione che hanno costruito a partire dalla referenza all’Islam e alla liberazione politica. Queste formazioni si sono presentate come un movimento di resistenza alla colonizzazione, abbandonando però qualsiasi riflessione alternativa sull’economia. Se negli anni ’40, ad esempio, al-Banna, fondatore dei Fratelli musulmani, difendeva la causa della riforma agraria e dello sviluppo economico decentrato, i Fratelli musulmani oggi hanno subito una trasformazione profonda, accettando il modello economico liberale. Allo stesso tempo, vogliono proporsi come una potenza alternativa ai paesi del G8 nell’economia mondiale, costruendo un’alleanza economica tra i paesi musulmani del mondo intero. Sono rimasti però prigionieri di due trappole: la prima è quella di preoccuparsi della povertà senza aspirare alla liberazione dei poveri; credono ancora nella carità, che produce degli assistiti, e non nella solidarietà, che invece libera le persone. La seconda consiste nell’ossessione della legittimità politica, dopo anni di oppressione ed emarginazione, che ha provocato la sottomissione economica dei Fratelli musulmani. Il paradosso è che l’apertura democratica che è seguita alla Primavera araba ha dato vita in quei paesi a una nuova fragilità economica.

Certo, l’islamismo capitalistico non è un fenomeno nuovo; quello che potrebbe essere innovativo, in questo frangente, è invece la sperimentazione di “alleanze improbabili”. “Una resistenza alla speculazione finanziaria e al neoliberalismo capitalistico è ancora possibile in questa parte del mondo”, spiega Ramadan, “ma a condizione che la Sinistra europea, che ha posizioni progressiste in economia, ma reazionarie in politica, ostracizzando sistematicamente l’Islam politico, sappia costruire alleanze con quella parte dell’Islam politico pronto a rimettere in discussione il suo discorso economico”.

Un altra componente importante dell’Islam politico, su cui Fabio Merone s è soffermato, è il movimento salafita jihadista in Tunisia, un fenomeno esploso dopo la rivoluzione attorno alle moschee dei quartieri marginali, e che ha fatto emergere interi quadri di giovani tra i 20 e i 30 anni, che attraverso il salafismo hanno scoperto un modo di socializzazione e di riconoscimento che era stato loro negato fino a quel momento. “Possiamo certo considerare che sia un movimento basato su un’interpretazione e un’applicazione distorta della tradizione islamica. Nonostante questo, questo movimento ha raccolto consensi perché nella paese esiste una classe politica debole, che non ha offerto opportunità di integrazione e risocializzazione ai giovani delle banlieues. L’Islam è un’incredibile fattore di attivazione politica”, conclude Fabio Merone.

Secondo Salah Eddine Jourchi, invece, gli islamisti sono in una posizione di fragilità perché sono andati al potere senza disporre di un progetto economico alternativo: “Per questo, l’Occidente li vuole ora al potere, e non utilizza più la campana d’allarme del pericolo islamista come nei mesi successivi alla Primavera araba, perché non rimettono in discussione gli equilibri economici mondiali”, ha sottolineato. Secondo Jourchi, esiste già una destra ed una sinistra in questi movimenti, ma la sinistra è fragile perché isolata, a meno che non dialoghi con la Sinistra secolare. Nonostante la via sia stretta, e la distanza dal fatto religioso di molti ambienti progressisti sia un vero ostacolo al dialogo, non vi sono altre vie per riformare l’Islam politico se non quella di accettare la loro ragione d’essere: “Bisogna essere chiari con chi crede che sia possibile dissociare l’Islam dalla politica. Questa prospettiva è irrealistica in società religiose come quella tunisina”.

Molti dei presenti al dibattito si sono chiesti fino a che punto questi movimenti riusciranno a portare a compimento il processo di democratizzazione nel loro paese. Comunque vadano le cose, le forze democratiche e progressiste dovranno fare i conti nel presente e nel futuro con i partiti di tendenza islamica, perché sono una realtà radicata nel panorama politico di questi paesi. La debolezza della classe dirigente attuale e la mancanza di alternative reali permette a questi movimenti di conquistare molto terreno e molti adepti tra la gioventù, la quale ha scoperto una forma di socializzazione attraverso queste forze.

La critica verso i movimenti islamisti contemporanei non può prescindere dal porsi certe domande che riguardano la storia stessa dell’Islam, ovvero fino a che punto possiamo parlare di Islam al singulare e non di Islam al plurale, fino a che punto si pùò rivoluzionare il pensiero musulmano classico ereditato da secoli. I relatori erano concordi sul fatto che questa riflessione al momento interessi solo settori marginali sia tra gli islamisti che le forze di sinistra, le quali continuano a rifiutare la politicizzazione dell’Islam senza andare oltre. Certo, non possiamo dire che l’Islam sia la soluzione, ma neppure che la laicità sia la soluzione, perché anche la laicità può essere razzista o retrograda. Ancor più certo, però, a detta dei relatori, è che la contrapposizione attuale tra i due blocchi non è una soluzione.
“La questione più utile da porci ora è come stabilire dei partenariati. Il discorso islamofobo dell’Occidente serve per rompere alleanze pericolose per il sistema neoliberale e cassare possibili dinamiche di resistenza” , ha aggiunto Ramadan. “Il mondo è in evoluzione: dobbiamo decidere se vogliamo evolvere per adattarci, come hanno fatto i partiti socialdemocratici, che sono diventate formazioni socialcapitalistiche, oppure evolvere per trasformarci e aggiornare le nostre forme di resistenza”.

Il dibattito si è concluso con un appello al Forum sociale mondiale, affinché non resti conservatore, ma si apra al dialogo con l’Islam politico, per contaminarlo in favore di una battaglia comune contro il mercato accentratore e antidemocratico.

Gianluca Solera e Nomen Beji

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