Articolo pubblicato originariamente sul sito di Alba.

La lista “Rivoluzione civile” si era presentata per cambiare radicalmente la politica italiana, ma la sua rivoluzione non è mai cominciata. Poco prima delle elezioni, avevo postato un articolo su questo sito in cui mi premeva sottolineare che affinché un progetto politico che si vuole “rivoluzionario” sia profondo, radicato e di ampio respiro, deve liberarsi di ogni distinzione tra un “dentro” e un “fuori” nel modo di fare politica, e quindi essere democratico e trasparente al suo interno, coerente con l’impegno a essere società civile al suo interno, per poterlo essere fuori e rivendicare un ruolo nella battaglia per la giustizia sociale, la dignità umana e le libertà civili. Questo credo sia stato il fattore di maggiore debolezza che non ha assicurato credibilità al progetto, quella credibilità che era necessaria per competere con il Movimento 5 Stelle e la coalizione Pd-Sel.

Un paio di giorni fa, ho avuto un lungo colloquio con ʿAlaa al-Aswānī, scrittore egiziano e voce della rivoluzione del 25 gennaio 2011. Durante l’incontro, mi ha detto una cosa illuminante: rivoluzione e politica lavorano in antitesi, la politica sono gli interessi e la rivoluzione i principî, la politica è l’arte del possibile e la rivoluzione il sogno dell’impensabile, la politica preserva inevitabilmente il sistema esistente e la rivoluzione vuole la sua sostituzione con un sistema più giusto. Alla mia domanda che cosa dovrebbero fare paesi in profonda crisi come l’Italia, mi rispondeva che la via maestra era quella di una pratica radicalmente diversa. Dunque, che fare ora? Ignorare che il voto del 24-25 febbraio 2013 abbia fatto emergere la volontà di almeno un quarto dei cittadini italiani di intraprendere una pratica radicalmente diversa, voto che è confluito soprattutto nel Movimento 5 Stelle, ma non solo? O cogliere il momento e valorizzarne il significato? Lo stesso al-Aswānī ha sovente sottolineato che la rivoluzione nel suo paese non abbia effettivamente coinvolto più di venti dei suoi ottanta milioni di cittadini, quindi un quarto. È suggestivo questo accoppiamento dei numeri: pare dimostrare che ci sia una significativa sensibilità tra gli italiani a favore di un radicale cambiamento della maniera di fare democrazia, che vada oltre la rabbia, la protesta qualunquista e gli aggiustamenti partitocratici. Cosa sarebbe dunque utile fare ora? Non mi interessa fare valutazioni sulla necessità di aderire a questo o quel partito, oppure di crearne un altro. Da semplice aderente al manifesto di “Cambiare si può”, vorrei invece esprimere la mia opinione su quanto sta succedendo in Italia rispetto al contesto regionale.

1) Le analisi che si leggono in diversi ambienti di sinistra sul fenomeno 5 Stelle si collocano di frequente tra la diffidenza e l’antagonismo. Perché tanta ostilità? Lanfranco Caminiti scrive: “Un punto è questo: la sinistra italiana si identifica con lo Stato. Lo Stato è visto — sia in una lettura cinica, sia in una lettura progressiva e progressista — come il regno proprio dell’autonomia del politico e la barriera di civilizzazione contro l’immediatezza della società civile. Per contro, ogni attacco all’autonomia del politico — quindi al sistema dei partiti, identificato tout court dalla sinistra con le radici storiche del dopoguerra, con la democrazia italiana — è barbarico, pericoloso, di destra, populista e via così”[1]. Alcune analisi sostengono anche che 5 Stelle spieghi in parte l’assenza di un movimento Indignados in Italia. Secondo Wu Ming, ad esempio: “Il grillismo non è la causa principale dell’assenza di movimenti radicali, ma crediamo abbia un certo rilievo. Come minimo, è una conseguenza che retroagisce pesantemente sulle cause, aggravandole. […] La «cattura» grillina ha retroagito su una condizione di debolezza, marginalità e riflusso del movimento altermondialista (quello frettolosamente etichettato no global), che a partire dal 2002-2003 aveva subito tutti i possibili contraccolpi e «aftershock» della batosta genovese. Il M5S, appropriandosi di parte dei discorsi altermondialisti e proponendoli in un’altra chiave, ha dato il colpo di grazia a quell’ambito già sfiancato e deperito”[2]. Per quanto mi riguarda, quella massa di voti andati al 5 Stelle rappresenta un messaggio di lucida impazienza ed una grande risorsa per chi vuole una trasformazione rivoluzionaria, la riappropriazione cittadina delle istituzioni, dei beni comuni e della scena politica. Quello che manca è una riflessione non sul con chi farlo, ma su cosa vogliamo oltre a “ripulire” la Politica dei politici, e a che scala.

2) Quanto è successo in questi ultimi tre anni attorno al Mediterraneo è straordinario. Milioni di persone, soprattutto giovani, hanno conquistato le piazze per chiedere la “caduta del sistema”, o la sua profonda messa in discussione. I movimenti di protesta che sono emersi in diversi paesi della regione, a sud come a nord, hanno interessanti punti in comune, che fanno di questo momento storico un’opportunità unica di azione politica:

– L’occupazione e la riappropriazione degli spazi pubblici;

– La creazione di spontanee strutture di assistenza e servizio per la collettività;

– La diffidenza nei confronti dei meccanismi della democrazia rappresentativa;

– La denuncia della collusione tra classe politica e corporazioni economiche o finanziarie;

– La richiesta di “pane, libertà e giustizia sociale” (lo slogan che dalla Tunisia ha raggiunto le altre piazze), che potremmo tradurre con “beni comuni, democrazia e eguaglianza solidale”;

– La mobilitazione attraverso la messa in rete, la società civile quale guardiano dei principî costituzionali, e la necessità di andare oltre le frontiere;

– Un forte sentimento di rispetto umano e senso della dignità della persona, e il rifiuto della divisione tra identità diverse.

Essendo questi alcuni dei più salienti punti comuni tra i movimenti di protesta, dobbiamo chiederci se la tempesta M5S possa insegnare qualcosa in più, in un contesto diffuso di crescente frustrazione per l’incapacità delle strutture classiche della democrazia formale di affrontare le crisi contemporanee, o per la loro inclinazione a ripristinare l’ordine e a procrastinare l’innovazione e il cambiamento. Il fatto che il M5S sia riuscito a creare un ponte tra lo spazio dell’indignazione e della mobilitazione e quello del governo è una novità unica, che apre nuove prospettive di organizzazione e coordinamento dei movimenti per cambiare le relazioni tra cittadini e istituzioni, e ridare ossigeno ai fondamenti della democrazia contro il suo annichilimento di fronte a oligarchie e gruppi di interesse. Per me, è la dimostrazione che “cambiare si vuole”. Non credo che si possa sostenere che il fenomeno Indignados non si sia manifestato nel nostro Paese; preferirei sostenere che si è manifestato sotto altre vesti.

3) Quello che voglio dire è che i pezzi della società italiana che vogliono darsi un intento rivoluzionario dovrebbero fare propria una missione ambiziosa con un suo spazio e un suo tempo, esplicitare una propria visione cha abbia significato storico, che non sia semplicemente quella di combattere corruzione, privatizzazioni e caste. E se mi pongo in questi termini, mi sorge la seguente domanda: e se la frontiera del cambiamento fosse quella di andare oltre le proprie frontiere? Un’Italia chiusa e autoreferenziale, che discute solo di se stessa, anche se fosse di corruzione, privatizzazioni e caste, è veramente capace di risolvere le sue deficienze strutturali e le sue incertezze nella cultura e pratica della cittadinanza? E se anche lo fosse, sarebbe questa una ragione sufficiente per ambire ad un progetto rivoluzionario? Non credo. La mia impressione è che il ribaltamento delle contraddizioni del nostro Paese passi attraverso l’apertura al mondo, l’assunzione di un progetto di civiltà, la costruzione di un ruolo di guida e accompagnamento della volontà di riscatto cittadino che si manifesta nella regione di cui l’Italia è il centro, il Mediterraneo. L’Italia al centro della “Culla delle civilità”, l’Italia portatrice di cambiamento e giustizia sociale, diritti, opportunità di sviluppo, progresso, l’Italia ispiratrice di una stagione storica nuova, uscita dalle rivoluzioni e dalle proteste popolari che hanno interessato la riva nord e quella sud in questi ultimi anni. L’Italia orgogliosa della sua identità culturale, geografica e storica, non più alla periferia dell’Europa, ma cerniera Euro-Mediterranea, che affronti le crisi sociale, politica, economica e culturale generando ricchezza materiale e valori collettivi dalla sua storia e dalla sua geografia. L’Italia motore di un nuovo Rinascimento mediterraneo: non è solo un sogno; vorrei che fosse un progetto.

4) Per la sua storia fatta della sovrapposizione di più civiltà, i valori comuni che i suoi popoli incarnano pur nella diversità sociale e culturale (il senso della comunità, la famiglia, il gusto per le cose belle, il legame con il territorio, la spiritualità, l’ospitalità, l’inventività e l’operosità, la coesistenza con l’altro), il Mediterraneo è diventato il fulcro della resistenza civile contro capitalismo selvaggio, de-democratizzazione e banalizzazione culturale. Vi è nell’identità mediterranea un antidoto all’individualismo e al consumismo, che sono alla base dell’omogeneizzazione e dell’accumulazione capitalistiche. Per dare forza a questa energia positiva che attraversa le regione, vi è bisogno di un soggetto portatore di un progetto cittadino transnazionale, radicato tra la sua gente. Queesto progetto potrebbe partire dal nostro Paese. Mi auguro dunque che l’Italia diventi il motore di un progetto di riscatto sociale, economico e culturale per tutto il Mediterraneo, costruendo la sua centralità su engagement cittadino, messa in rete di risorse e capacità, ribaltamento delle caste politiche ed economiche, e promozione di iniziativa e imprenditorialità autonome. Insomma, l’Italia deve investire nella scommessa di un accesso dei cittadini ai palazzi. L’idea di un’Unione del Mediterraneo (e non timidamente “per il” Mediterraneo, come i governanti hanno usato dire finora) può solo diventare realtà, con tutte le straordinarie conseguenze positive che implicherebbe in termini di stabilità regionale, creazione di impiego, riqualificazione ecologica, scambio interculturale, se sarà un’iniziativa a scala regionale dei cittadini indignati e impegnati che vogliono sostituirsi alle “caste”. La proposta che vorrei fare è dunque che “Cambiare si può”, insieme a chi nel 5 Stelle crede nel progetto, lavori alla costruzione di un movimento federativo che metta in relazione le varie esperienze di resistenza, protesta e iniziativa popolare, portate avanti soprattutto da dei giovani; una piattaforma euro-mediterranea, che si faccia interprete di un nuovo contratto sociale, così necessario in tempi di profonda crisi di sistema che investe l’Europa e il Mediterraneo. Un contratto sociale che riscriva le basi delle relazioni tra istituzioni e cittadini, dove le comunità possano governare lo sviluppo del proprio territorio e indirizzare le risorse economiche e sociali verso il soddisfacimento dei bisogni di sviluppo condiviso dei cittadini, riequilibrando l’accentramento di capitali e risorse nelle mani di pochi, e riformando le regole della partecipazione e della rappresentanza democratica.

5) Costruiamo un movimento transazionale a livello euro-mediterraneo che agisca come soggetto politico, partito transnazionale, che operi in modo coordinato, lanci campagne comuni, formi dei quadri, condivida servizi e conoscenze, finanzi pratiche innovative, o prepari alle battaglie elettorali, affrontando le crisi politica, socio-economica, culturale e ambientale oltre le frontiere, non solo quelle italiane, ma anche quelle dell’Unione europea. Se “Cambiare si può” e il M5S dialogassero, avrebbero a mio avviso ora questa opportunità di dare vita a questo processo, in questa fase di crisi e di rimessa in discussione dei concetti di democrazia e sviluppo, e nella quale i “poteri forti” sono esposti e il carattere ingiusto, violento e autodistruttivo delle loro politiche si esplicita giorno dopo giorno. È giunta l’ora dell’Internazionale cittadina. Iniziamo aprendo un cantiere dove varie sensibilità che operano nella regione per la legalità, la solidarietà sociale, l’economia ecologica, la finanza etica, la partecipazione cittadina, l’imprenditoria sociale, le pari opportunità, il dialogo interculturale, l’educazione allo sviluppo, la valorizzazione delle valenze territoriali e culturali, la ricerca scientifica, la creazione artistica, la protezione degli ecosistemi, la difesa dei beni comuni e la promozione della democrazia e dei diritti umani convergano con chi è sceso in strada perché senza lavoro, senza casa, senza diritti e dunque senza futuro. Questa prospettiva aiuterebbe a moltiplicare in seno all’Italia gli spazi di collaborazione e scambio con organizzazioni non-governative, gruppi o movimenti identificabili come “progressisti”, che hanno vissuto con scetticismo, delusione o moderata curiosità i risultati dell’ultima sfida elettorale. Sto pensando ad esempio all’arcipelago che ruota attorno al Forum sociale mondiale, che quest’anno si riunisce per la prima volta nel Mediterraneo, a Tunisi.

6) Sessant’anni fa, il sogno europeista diede forza, ingegno e lucidità a una nuova generazione di uomini e donne della politica, che avrebbero contribuito a rendere più solidali, liberali e fraterne le politiche del secondo dopoguerra e a preparare l’integrazione tra nazioni che si erano fino ad allora combattute. Altiero Spinelli, Jean Monnet , Denis de Rougemont o più tardi Simone Veil influenzarono e organizzarono un movimento di pensiero e di azione politica che avrebbe posto le basi dell’Europa unita. La crisi che stiamo attraversando ora richiede un grande movimento di critica, pensiero e azione politica in cui dalle ceneri di una profonda crisi di identità e di sviluppo, che sta minando proprio quelle libertà individuali e collettive, quelle tutele sociali e quei doveri civici che negli anni ’50 ridarono speranza a interi paesi, emerga il futuro come vorremmo che fosse, per assicurare giustizia sociale, libertà, rispetto della diversità e sostenibilità ecologica, superando lo scontro epocale tra Occidente e Oriente in nome di un codice di cittadinanza transazionale e di fratellanza mediterranea. Saranno solo i cittadini, se ritroveranno lo spirito dell’impresa civica e del bene comune, a battere senescenza dell’Occidente e instabilità dell’Oriente. Il Mediterraneo è la nuova frontiera dell’integrazione, la riscossa cittadina la nuova frontiera della democrazia.

[1] Lanfranco Caminiti, “La sinistra e Grillo: Perché questa ostilità?”, in Gli altri – La Sinistra quotidiana, 22 febbraio 2013.

[2] Wu Ming, “Perché «tifiamo rivolta» nel Movimento 5 Stelle”, wumingfoundation.com, 27 febbraio 2013.

One thought on “Dopo la stagione elettorale: una visione per l’italia e il Mediterraneo

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