(pubblicato su Osservatorio mediterraneo, dell’Istituto Paralleli, Torino, gennaio 2013)

Una cosa è certa: senza una società civile attenta, attiva e se necessario rumorosa, le richieste per maggiori diritti e libertà avanzate dai giovani della rivoluzione del “25 Gennaio” non troverebbero attenzione tra i decisori del momento. Ovvero: il Palazzo si muove quando la Strada parla. È questa la lezione da trarre dall’esperienza egiziana, e certamente da quella di altri paesi arabi la cui popolazione si è sollevata in questi due ultimi anni.

In Egitto, la società civile è fatta di due anime: le organizzazioni registrate secondo la legge egiziana in materia di associazionismo (84/2002) e i movimenti sociali che si annoverano tra le forze rivoluzionarie. Le due anime hanno giocato un ruolo complementare in questi mesi. Se i movimenti hanno convocato e preparato le azioni di protesta, o occupato luoghi come piazza Tahrīr o Qasr al-Ittihādiya, il palazzo del presidente della repubblica, o Maspero, sede della radiotelevisione nazionale, le ONG hanno elaborato proposte e analizzato le politiche governative, o monitorato le elezioni parlamentari e presidenziali. Hanno dunque preparato il terreno con contenuti ed argomenti per denunciare le derive antiliberali della transizione democratica (posso citare il lavoro della fondazione One World for Development and Civil Society Care, o l’iniziativa Morsi Meter sull’operato del Presidente Morsī), hanno formato cittadine e cittadini egiziani alla partecipazione politica (come la fondazione Māʿat for Peace, Development and Human Rights), e hanno contenuto le contraddizioni e distorsioni della macchina amministrativa durante passaggi importanti come le elezioni parlamentari o i referendum costituzionali (come la fondazione an-Naqīb for Training and Democracy Support). D’altro lato, movimenti come 6 Aprile o gli Ultras, o gli stessi Shabāb al-Ikhwān (i giovani Fratelli musulmani) durante e immediatamente dopo la rivoluzione, hanno preparato la mobilitazione popolare o fronteggiato le forze di sicurezza. Durante la transizione democratica, inoltre, si sono materializzate formazioni politiche nuove, nate dalle fila dei movimenti o dell’associazionismo, o per iniziativa di personaggi indipendenti, che hanno assunto un ruolo sempre maggiore nell’interlocuzione con la autorità, che fosse il Consiglio supremo delle forze armate o la nuova Presidenza della repubblica. In tutti questi passaggi, il ruolo della società civile che si rivendicava come espressione della rivoluzione del “25 Gennaio” è stato determinante nel contenere i tentativi di normalizzazione e conservazionedi interessi legati al regime precedente.

La crisi scatenata dalla dichiarazione costituzionale del Presidente Mursī che, il 22 novembre scorso, avocava a sè poteri straordinari, e alimentata dalla paralisi dell’Assemblea costituente, in cui i rappresentanti non-islamici si ritiravano dai lavori di redazione del progetto di costituzione, ha generato  tuttavia una seconda ondata di instabilità, che molti hanno definito come at-Thawra at-Thāniya, la “Seconda rivoluzione”, che ha fatto emergere nuove forze, formatesi nel tentativo di arginare il pericolo di una deriva autoritaria sotto l’egida dei Fratelli musulmani e delle formazioni salafite. Da un lato, molte delle formazioni secolari nate dalla rivoluzione si sono finalmente riunite in un “Fronte di Salvezza nazionale”, mentre categorie professionali importanti hanno assunto un ruolo di riferimento sociale nuovo: è il caso dell’Ordine dei giudici, che in massa ha manifestato il suo rifiuto a supervisare i seggi del referendum sul progetto di costituzione del 15 dicembre scorso, in quanto il paese era nella confusione, e che ha costretto le autorità a tenerlo in due turni per mancanza di personale giudiziario. Oppure dell’Ordine dei giornalisti, che suonavano la campanella d’allarme sui rischi di penalizzazione della libertà di critica attraverso i mezzi di informazione.

In questo scenario, la presenza nella società dei militanti delle formazioni islamiche è stata massiccia, ed ha negli ultimi mesi agito come “cordone di sicurezza” attorno al parlamento di maggioranza islamica (al-Maglis as-Shaʿb), eletto nel dicembre del 2011, anche in questo caso mentre il paese era nella confusione, e poi disciolto dalla Corte costituzionale per vizi nella legge elettorale, o attorno allo stesso Presidente Mursī, dopo la famigerata dichiarazione costituzionale del novembre scorso. Sono stato osservatore elettorale durante le ultime elezioni parlamentari e presidenziali egiziane per conto della Rete per le elezioni nel mondo arabo, ed ho potuto assistere in prima persona alla straordinaria forza organizzativa dei Fratelli musulmani e del suo partito al-Hurriya wa al ʿAdāla, presente alle porte di tutti i seggi con uomini e donne con divise gialle, muniti di computer e materiale elettorale per indirizzare i cittadini verso il buon seggio, quando le code di attesa erano insostenibili [1]. Sarebbe dunque errato pensare che gli islamici siano elementi disorganizzati o retrogradi: sono una realtà presente sul territorio in modo capillare, e per molti, sopratutto nelle aree rurali o periferiche, l’unica forza sociale visibile e operante in modo organizzato. È certamente l’unica le cui strutture sono sopravvissute alla caduta del regime d Mubārak, ed è una componente importantissima nella società egiziana, soprattutto nelle campagne. La risposta più semplice che ho ricevuto alla domanda perché sono diventati maggioranza è la seguente: “Perché un egiziano dovrebbe votare ancora per un liberale o un secolare, quando Mubārak era un liberale e un secolare?”. Per moltissimi egiziani, il voto a chi si dichiarava espressione dell’Islam politico ha rappresentato il vero voto di svolta per dimenticare lo pseudo-secolarismo o pseudo-modernismo di Mubārak , la sua schiera di corrotti e corruttori, le forze di sicurezza e i paesi occidentali che hanno sostenuto il suo regime! L’immagine di forza di rinnovamento sociale, portatrice dei valori culturali del proprio popolo, che i Fratelli musulmani hanno incarnato è stata però pesantemente indebolita dalla pessima gestione della crisi della dichiarazione costituzionale del novembre scorso, da parte del Presidente Mursī, cosa che ha pubblicamente esposto la carenza di cultura del dialogo tra i Fratelli. La forzatura di andare a votare sul progetto di costituzione quando le piazze brulicavano di persone che chiedevano di rifondare l’Assemblea costituente, affinché tutte le espressioni sociali, politiche e culturali del paese fossero adeguatamente rappresentate, ha creato una frattura insanabile tra islamisti e non-islamisti. Le caratteristiche di segretezza in cui operavano i Fratelli musulmani nei regimi precedenti per sfuggire alla repressione, la voglia di rivincita alimentata dalla repressione stessa e la struttura gerarchica del movimento hanno ostacolato la costruzione di un ruolo di riconciliazione e dialogo nazionale da parte di al-Hurriya wa al-ʿAdāla, per realizzare le aspirazioni della rivoluzione del “25 Gennaio”. Attenzione però a non sottovalutare la  testimonianza di quegli islamici che credono nel dialogo: molti dei giovani Fratelli, che avevano partecipato alla rivoluzione, si sono allontanati dal movimento e lavorano per il dialogo nazionale e l’unità di islamisti e liberali, quale premessa alla costruzione di una democrazia moderna. Posso citare persone come il giovane Ibrāhīm al-Hodheibī, già commentatore online di spicco dei Fratelli, o il movimento Salafiyo Costa, di cui uno dei promotori è il salafita Mohammed Tolba, che hanno richiesto espressamente di riaprire il processo costituzionale. È interessante registrare gli appelli per uno stato cittadino in cui tutti si sentano comodi, che gli esponenti del partito islamico tunisino an-Nahdha ripetono da quando hanno vinto le elezioni. Durante l’ultimo congresso annuale del partito a Tunisi, nel luglio del 2012, di cui ho seguito una parte dei lavori, Rashīd al-Ghannūshī, uno dei padri del movimento, dichiarava:  “L’Islam non è oggetto di discussione in an-Nahdha, così come la democrazia non è oggetto di discussione, in quanto tutti credono nello Stato secolare (Dawla Madaniya), e credono che non vi sia sorgente di legalità diversa da quella proveniente dalla fiducia concessa della gente. Nessuno in an-Nahdha mette in dubbio l’eguaglianza tra i sessi e i diritti della donna, o il fatto che la Tunisia sia uno stato cittadino, che vogliamo preservare; né che la Tunisia sia parte del mondo arabo e islamico, per il quale abbiamo una responsabilità, quella di andare verso una maggiore cooperazione, apertura e unificazione. In conclusione, questo è quanto crediamo dell’Islam e che qualcuno non capisca altro”.

L’approvazione della nuova costituzione egiziana per referendum il 15 e 22 dicembre scorsi ha mostrato che il paese è diviso tra campagne e città, e se il Cairo o il centro di Alessandria (non il suo governorato) hanno maggioritariamente votato contro, le campagne hanno massicciamente votato a favore. Come dice lo scrittore egiziano ʿAlā al-Aswānī, venti milioni di egiziani hanno fatto la rivoluzione, venti simpatizzano con essa anche se non vi hanno partecipato attivamente, e gli altri quaranta appartengono al “partito del divano”, Hizb al-Kanaba, quelli che hanno passivamente assistito all’evolversi delle cose, che non hanno capito o aderito alla rivoluzione [2]: sono questi coloro che devono essere guadagnati al cambiamento sociale, che devono essere esposti ai valori della cittadinanza e della partecipazione; in questo, la società civile ha un ruolo fondamentale, si deve muovere nelle campagne, nei quartieri poveri, e fare educazione civica.

La partita delle libertà e dei diritti non è vinta. Anche dal punto di vista giuridico, la costituzione approvata recentemente è ambigua su alcuni punti, dai quali si evince che alcuni settori islamici e l’esercito hanno cooperato. Ad esempio: i media sono liberi e indipendenti, non possono essere controllati, ma la censura può essere imposta in tempi di mobilitazione pubblica (art. 48); i cittadini possono liberamente costituire un’associazione, ma queste o i suoi corpi amministrativi possono essere disciolti nei modi prescritti dalla legge (art. 51); è possibile formare liberamente un sindacato, ma questo o i suoi corpi amministrativi possonno essere disciolti dalle autorità giudiziarie (art. 52); il ministro della difesa, che è comandante in capo delle forze armate, può essere scelto solo tra i suoi ufficiali (art. 195); i civili possono essere giudicati dai tribunali militari per delitti che ledono le forze armate, e che verranno determinati per legge (art. 198); la legge islamica è la principale fonte legislativa, e al-Azhār, l’istituzione responsabile della diffusione dell’Islam, della sua teologia e della lingua araba, deve essere consultata nelle materie relative alla legge islamica (art. 2 e 4). Molti passaggi della costituzione, pur affermando diritti e libertà, lasciano la porta aperta a una loro regolazione o restrizione, che dipenderà dunque dalle forze politiche di maggioranza. Per questo, è necessario assicurare che la società civile possa giocare in pieno il suo ruolo di contrappeso all’operato di istituzioni dello stato e delle maggioranze politiche. La società civile egiziana è estremamente molteplice e viva[3]: trentamila associazioni registrate ancora prima della rivoluzione[4], in un contesto legale dove l’azione di associazioni non registrate è un delitto, e nel quale le autorità hanno un enorme potere discrezionale. La legge attuale, infatti,permette di interferire negli affari interni delle associazioni e di penalizzare attività considerate “politiche”, riducendo di fatto la capacità di critica nei confronti del governo, e richiede l’approvazione ministeriale per aderire ad un’organizzazione straniera o ricevere fondi da essa. È unalegge che ha permesso alle associazioni tematiche di operare, occupandosi di ambiente o educazione ad esempio, ma è stata utilizzata per fermare quelle che spingevano per riforme sociali o liberalizzazione politica, superando la “linea rossa” imposta delle autorità. Ebbene, dopo la rivoluzione del “25 Gennaio”, vi sono stati diversi tentativi di rivedere questa in senso più restrittivo, nel quadro della rivalità in corso tra società civile e esercito alla guida della transizione. L’ultima formulazione proposta, che risale all’ottobre del 2012, sebbene riduca alcune restrizioni sulle ONG locali, rafforza i meccanismi di controllo sui finanziamenti stranieri. Dopo l’approvazione della nuova costituzione egiziana, la partita è aperta, e vedremo se i nuovi soggetti della società civile che rifiutano il principio di una “linea rossa” potranno operare liberamente, o se invece verranno di fatto controllati grazie ai margini che lascia la costituzione stessa.


[1] Una mia collega egiziana, durante le ultime elezioni parlamentari rimase in coda ad Alessandria per sei ore, prima di poter esercitare il diritto di voto!

[2] ʿAlā al-Aswānī, “Domande e risposte sulla crisi (in arabo)”, in Al-Masry al-Youm, 27 novembre 2012.

[3] Cfr. The International Centre for Not-For-Profit Law, NGO Monitor: Egypt, dicembre 2012.

[4] Dati del  2008. Cfr. Nādīne Sīkā, “Civil Society and Democratization in Egypt: The Road Not Yet Traveled”, in Muftah, 29 maggio 2012.

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