Gianluca Solera

Seconda Edizione di Riscatto Mediterraneo

IN LIBRERIA LA SECONDA EDIZIONE DI RISCATTO MEDITERRANEO. Il Mediterraneo non solo come mare di morte ma anche come progetto di riscatto e destini comuni. Un viaggio tra sogni e ribellioni, tra profughi e rivoluzionari. Riscatto Mediterraneo Voci e luoghi di dignità e resistenza. Un libro di Gianluca Solera.

1375919_10151623786921199_350652664_nPresentazioni del libro sono state fatte a Cagliari, Catania, Palermo, Napoli, Roma, Firenze, Bologna, Genova, Milano, Torino e Venezia (e in un centinaio di altre località). Chi fosse interessato ad organizzare una presentazione del libro può contattare l’autore al seguente indirizzo: gianluca.solera@gmail.com o nella pagina dei contatti di questo blog. (altro…)

Salonicco ed i suoi profughi

img_20160823_152953Pubblicato su Osservatorio Balcani Caucaso il 6 settembre 2016: http://www.balcanicaucaso.org/aree/Grecia/Salonicco-ed-i-suoi-profughi-173928)

Come sono organizzati, chi ci lavora, quali le aspettative di chi è obbligato ormai da mesi a risiedervi. Un viaggio nei campi profughi della Grecia.

Fuori città

Immaginate un’immensa periferia di prateria gialla, bruciata dal sole di fine agosto; un incrocio di vie e stradoni che raggiungono fabbricati di ogni dimensione, su cui la vegetazione riguadagna terreno. Era la florida zona industriale della Grande Salonicco, a monte della città, colpita poi dalla crisi. I cancelli di molti lotti sono chiusi, e gli arbusti rompono il vecchio asfalto lungo linee irregolari; l’ailanto è il primo a aggredire il cemento. Alcune ditte tengono, e sfreccia ancora qualche trasportatore su quelle strade polverose. È in questo paesaggio rur-urbano, punteggiato ancora di fichi e olivi, che i profughi che si ammassavano alla frontiera con la Repubblica di Macedonia, sono stati ricollocati, occupando vecchi magazzini di aste di svendita e terreni di silos di granturco dismessi. A Oreiokastro, in una vecchia manifattura di tabacchi, sta uno dei più grandi dei circa venticinque centri aperti nel nord della Grecia. La maggioranza di loro proviene da Idomeni, da quando l’accampamento spontaneo creatosi sulla frontiera con la FYROM[1] è stato sgombrato. In questo grande capannone, dalla copertura alta ed imponente, si impara a non contare più il tempo se non per lo stretto necessario. Non c’è posto per i profughi impazienti.

Hozan*, kurdo siriano alloggiato nel campo di Derveni, era uno di questi. Aveva pensato che tutto si sarebbe concluso in una settimana. Una settimana in Grecia, come un qualsiasi turista nordeuropeo, e poi dietro a loro verso nord. Arrivò nei primi mesi di quest’anno, è ancora qui, con quella sua espressione decisa da baffuto energumeno. È un uomo onesto, che non permette ai suoi di perder tempo all’ora della distribuzione degli alimenti, quando i suoi compagni impacchettano le verdure fresche offerte da Caritas Hellas sotto il suo sguardo attento. Quella settimana più lunga del previsto gli pesa.  Abou Jenna*, invece, è due anni che si sposta. È palestinese siriano, del campo di Yarmouk, ed ora sta a Oreiokastro. Scappato in Libano, vi risiedette diversi mesi per poi andare verso il nord della Siria, poi in Turchia, e dalla Turchia in Grecia. Magro e dalla barba malfatta, gesticola con movimenti lenti, attendendo il thè che ci prepara la moglie, mentre i figli sono andati a ritirare la loro razione di catering quotidiano.  “Are we going to live like Palestinians, from tent to tent, if the EU-Turkey deal fails?” chiederà un rifugiato siriano a un legale durante una riunione aperta, al centro socio-culturale Micropolis.

Per ingannare il tempo, nei campi aprono bancherelle di alimentari alle intersezioni dei passaggi tra una fila di tende e un’altra.  Solo chi ha ancora dei soldi in tasca farà spesa, ma non importa.  L’importante è ricreare l’atmosfera del Sūq, con i cocomeri ben in vista e le cassette di verdura disposte come i colori sulla tavolozza di un pittore. Naturalmente, è tutto commercio in nero, però non importa né ai soldati greci, né agli operatori. Quello che importa è cercare di ricostruire l’impressione della normalità e dell’abbondanza. Incontri allora il barbiere, al-Hallāq, a cui basta una prolunga cui allacciare il rasoio elettrico, un pettine, una forbice ed una seggiola di plastica. Poi incontri l’asilo-nido, un rettangolo di cemento dedicato, dove un gruppo di suore italiane che vive in Albania intrattiene i più piccoli con matite colorate e album da disegno appoggiati su tavolini bassi. Lo stesso rettangolo dedicato nel pomeriggio si convertirà in due campetti di pallavolo.  C’è anche il tabacchino, che vende sigarette e pile; stravaccato su una poltrona sfondata, mi ricorda certi commercianti di Alessandria d’Egitto che si dedicano a osservare il passeggio.

Giro il campo di Oreiokastro con Katarina, operatrice di Caritas Hellas, per distribuire sacchetti di plastica con indumenti per famiglie con necessità particolari. Sui sacchetti sta il numero della tenda, A14 o F22, ad esempio, e questo basta. In queste ultime ore, sono nati due bimbi, portando il loro numero a 618 (gli altri circa settecento ospiti sono maggiorenni). Mi lascerà poco dopo per partecipare ad una riunione di coordinamento con gli altri organismi non-profit che operano nel campo. Riunioni specifiche si alternano a seconda delle problematiche di gestione quotidiana: distribuzione alimentare, accompagnamento psicologico, attività scolastiche e educative, coordinamento generale. È facile fare amicizia nel campo, a maggior ragione se ti muovi solo. Distanze incolmabili fatte di lingue e storie personali profondamente diverse si sfiorano lungo quei lunghi passaggi tra le tende, dove transitano personale del campo e profughi. La falda di una tenda in tessuto stesa sul davanti separa i segreti di famiglie affaticate dal vociferare pubblico. Una tensione sottile si articola camminando tra quei corridoi senza pareti; quella di chi cerca di difendere l’ultimo tesoro conservato dopo aver perso tutto nella fuga: l’intimità. Poi, d’improvviso, una sola parola di cortesia può riempire le distanze, quando raccogli l’attimo per un “Sabāh el-Kheir”, il nostro “Buongiorno”.

“La cosa peggiore nel campo” spiega Katarina “è il senso di inutilità, di non poter far nulla, soprattutto tra gli uomini. Dobbiamo far qualcosa per rompere questa monotonia”. Gli uomini arabi nei campi si trovano imprigionati doppiamente, perché possono uscire, ma non possono permettersi delle spese per moglie e figli, e perché non possono imporsi, non possono essere uomini in una società in cui gli uomini sono quasi tutto, relegati ad un ruolo di inutili comparse. Le donne, invece, nella loro funzione materna, diventano perni di questa comunità transitoria. Sicuramente un profugo di sesso maschile ha scritto su un muro del campo: UN, we are not caged animals!

Anatomia del campo

Ma come funziona un campo? L’esercito greco assicura la supervisione generale, alcuni campi sono coordinati dal Ministero greco, altri dal Commissariato ONU per i rifugiati[2], altri da ONG a cui il Commissariato ha affidato la gestione. Quello di Oreiokastro è stato affidato ad esempio al Norwegian Refugee Council. L’autorità pubblica assicura il catering, installa le tende e i servizi igienici[3], il non profit integra con prodotti alimentari freschi (come le verdure), servizi igienici supplementari o altri servizi.  A Vasilika, su richiesta del Ministero, Caritas Hellas ha installato una tanica per lo stoccaggio dell’acqua, 50 bagni, 50 docce, 2 bagni per i disabili. Ha inoltre installato un piccolo parco-giochi per bambini, ed all’apertura del campo – avvenuta il 13 giugno scorso – ha anche distribuito dei kit igienici. A Karamalis, la Croce rossa svizzera ha trasformato un intero capannone in un centro per i rifugiati con scuola, area giochi, degli uffici, un barbiere, e un bar e un chiosco di Falāfel gestiti dai profughi.  Al bar, però, mi racconta un volontario libanese, ci vanno solo i non-rifugiati, perché questi hanno finito i soldi… L’abbecedario degli organismi presenti è lungo, ed alcuni hanno nomi curiosi, come la parmense Mam Beyond Borders, ma sono poche quelle presenti continuativamente sul terreno. Rino Pistone, coordinatore del programma di Caritas Hellas per i rifugiati, riferendosi al campo di Vasilika a mò di esempio, cita InterVolve, Médecins du Monde e Save the Children. “I campi funzionano quando le organizzazioni si coordinano tra loro e assicurano una presenza costante nei siti” spiega. Poi, ogni giorno incontri giovani con tanto di casacca dell’associazione con cui sono entrati. Tra personale di varie entità e volontari, Ahmed* – che ha conosciuto numerosi campi – stima in una cinquantina le persone che lavorano in un campo. “È un sistema, che dà lavoro a molti, e noi?” si chiede con una punta di ironia. Il passaggio di volontari, nonostante le difficoltà di gestire persone che non operano in modo permanente, ha tuttavia un vantaggio: “Permette una presa di coscienza della distanza tra popoli e governi” suggerisce Rino. Nei campi, insomma, si diventa amici per forza, oltre le barriere imposte da governanti e politiche pubbliche, e amplificate dai mezzi di informazione.

Ahmed* sa che le cose funzioneranno meglio e si starà meglio quando i profughi si organizzeranno e assumeranno maggiori responsabilità. È uno dei cinque rappresentanti ad Oreiokastro, scelti attraverso una consultazione democratica tra i residenti, ed a cui è affidato il seguito di problematiche specifiche, come istruzione e scuola, o condizione delle donne. Convocano un’assemblea generale almeno una volta alla settimana, a cui partecipano in media circa duecento persone. Forme di autorganizzazione della rappresentanza si sperimentano anche in altri campi, come Diavata e Konitza. Sono questi rappresentanti che canalizzano sovente richieste e informazioni verso i responsabili dei servizi del campo. Sono una prima palestra di educazione civica, cittadinanza responsabile e consapevolezza politica, sono un modo per rovesciare il senso di inutilità. Non che tutto funzioni e che questa rappresentanza abbia tutti i carismi della legittimità. Quando a Vasilika parliamo di rappresentanti, uno dei residenti sorride e dice: “C’è uno che si dice nostro coordinatore, ma è uno del regime e elargisce favori”.

“Non è stato eletto democraticamente?”  chiedo io.

“Democrazia?” ribatte. E ride. Lamentele o accuse del genere sono frequenti in realtà complesse come un campo, che raccoglie persone di diversa estrazione. Quando qualche profugo assume un ruolo per così dire “attivo”, rischia di attirare invidia e gelosia da parte degli altri compagni di sventura, o di incarnare sentimenti di frustrazione diffusi. La prudenza, però, non è mai troppa. Caritas sperimenta a Vasilika la distribuzione alimentare per gruppi di trenta, attraverso alcuni dei residenti che a sua volta redistribuiscono. Quando racconto a Rino della mia conversazione, reagisce dicendo: “Dobbiamo controllare se tutte le tende ricevono i sacchetti”.

Più difficile è il coordinamento tra profughi di diversi campi a causa della difficoltà e dei costi negli spostamenti, ma a Oreiokastro sperimentano forme di media di base, come il gruppo facebook The Voices of Oreo Castro, che riferisce su base giornaliera di cosa succede nel campo. Sentirsi utili, padroni della propria giornata, ecco di nuovo il dilemma quotidiano di queste persone, che temono di restare molto più del previsto. “Dateci almeno delle cucine, fateci preparare i nostri pasti a modo nostro!” mi supplica un padre di famiglia.

Mangiare meglio per essere qualcuno

La questione dei pasti non è una questione secondaria. Il catering, assicurato dalle autorità greche, è vissuto come noioso, la dieta come monotona, a base di riso, formaggio, pane, qualche volta pasta o purè, o verdure cotte, una volta alla settimana con una razione di pollo. Una dieta standard di questo tipo andrebbe bene per un periodo breve, ma dopo un semestre per forza di cose indebolisce l’organismo. Potete ben capire che se questa dieta è somministrata ad un siriano, la cui cultura alimentare è tra le più raffinate del Mediterraneo, il suo corpo si spegne. Ricordo che il più prelibato Iftār[4] che abbia mai consumato in vita mia risale all’anno 2000, erano gli ultimi mesi di Hafiz al-Asad, e mi trovavo dietro la Grande Moschea degli Omayyadi. Quando visitai uno dei primi campi di siriani in fuga dalla repressione del loro regime iniziata dopo la rivoluzione pacifica nel 2011, ad Antiochia, oltre il confine turco, un uomo preparò a forza di robuste bracciate l’impasto per polpette Kofta dentro una tinozza di plastica per il bucato. Mangiarono di questa manna in più tende. Cucinare per un siriano significa coltivare lo spirito e prendersi cura dei propri affetti. Cucine comunitarie migliorerebbero la qualità della dieta, il ruolo delle donne nel campo ne uscirebbe rafforzato, e si potrebbe garantire attenzione a soggetti che seguono diete particolari (diabetici, ecc.). In una situazione di incertezza, nella quale non si sa quanto tempo un campo resterà aperto, in presenza di una struttura di autogestione ancora fragile, sovente con gruppi etno-culturali differenti, montare una cucina collettiva non è certo la prima preoccupazione, né la cosa più semplice. Per ora non è in cantiere, anche se alcuni organismi non-profit ci stanno pensando. Il catering è più semplice, arriva verso le ore 13 e viene distribuito insieme alle bottiglie di acqua.

Il catering è una fabbrica di plastica: dalle bottiglie agli imballaggi, senza dimenticare sacchetti, posate e cellophane, la produzione giornaliera di rifiuti plastici è notevole. Non c’è cibo senza plastica, pare essere la legge in vigore. Il non-profit integra il catering con altri prodotti. Caritas Hellas, ad esempio, distribuisce verdure fresche – pomodori, cetrioli, patate o melanzane – e cartoni supplementari di acqua in tre campi almeno due volte alla settimana. Per fare questo, ha selezionato tramite bando un supermercato (The Mart) che ha offerto i prezzi più competitivi. Il loro furgoncino arriva un’ora prima del catering. Prezzi bassi significa però soggiacere alle regole del mercato, ed è così che sono già arrivati anche pomodori polacchi! Un assurdo del capitalismo, per un paese mediterraneo. Per il rifornimento di verdura, Caritas sta dunque pensando anche a produttori locali. Sarebbe anche un modo per favorire l’economia locale e ridurre gli attriti tra profughi e abitanti della regione[5]. Come fare, però?

Salonicco insegna qualcosa in questo. Nel mezzo della crisi che ha colpito la Grecia, il professor Christos Kamenidis, un luminare della Facoltà di agraria dell’Università di Salonicco, si inventò nel 2011 quello che si fece conoscere come il “movimento delle patate”.  Kamenidis e i suoi studenti aprirono il campus universitario ai piccoli produttori delle province di Serres e Drama, che grossisti e grande distribuzione soffocavano pur di ottenere il prodotto a prezzi stracciati e mantenere lo stesso margine di profitto. Al campus iniziarono a vendere i loro prodotti direttamente agli abitanti di Salonicco. Fu una rivoluzione. Questa esperienza ha ispirato altre iniziative simili in tutta la Grecia (i farmers’ markets), e grazie ad essa il governo greco ha introdotto una nuova legislazione in favore dei mercati contadini nel 2014[6]. Inoltre, grazie al lavoro di Kamenidis, stanno sorgendo per la prima volta in Grecia cooperative che riuniscono produttori e consumatori. Ben undici dei tredici distretti della Grande Salonicco[7] ospitano dei mercati contadini, riforniti da tra i venti e i cinquanta produttori. E se la nuova economia greca post-crisi si incontrasse con la solidarietà verso i profughi? Kamenidis, che è un signore distinto oltre i settant’anni, mi assicura che sarebbe possibile. “La nostra agricoltura tartassata dal mercato potrebbe ridare lavoro anche a loro” spiega con convinzione mentre pranziamo sul mare di Kalamaria.

Procedure

Ma possono lavorare i profughi? Maria, avvocatessa che offre supporto ai profughi tramite il centro socio-culturale Micropolis, mi spiega che la procedura di riconoscimento dei profughi ha tre fasi: pre-registrazione, prima intervista e seconda intervista. Un rifugiato ha tre possibilità: ricollocamento in altro paese europeo, ricongiungimento famigliare, stabilimento in Grecia[8].

Con la pre-registrazione, il rifugiato non può lavorare. Dopo la prima intervista, diventa un “richiedente asilo”, e può lavorare passando per un’agenzia di collocamento greca, la quale può assegnare uno specifico lavoro offerto da un datore di lavoro se non vi sono disoccupati greci disponibili. Solitamente, questo è possibile per mansioni stagionali nell’agricoltura o per funzioni specifiche come la traduzione.  Dopo la seconda intervista, il rifugiato potrà finalmente cercare lavoro e lavorare liberamente. Le procedure sono complesse; è certo stato possibile pre-registrarsi direttamente via Skype, ma non tutti hanno dimestichezza con Internet o accesso ad esso, e vi sono state delle falle. Nei campi aperti dalle autorità in questi ultimi mesi sono state dunque organizzate operazioni di pre-registrazione in situ o trasferimento in bus agli uffici competenti sul territorio (la pre-registrazione si è ufficialmente conclusa in luglio). Inoltre, gli appuntamenti per le interviste, che venivano comunicati prima per SMS, poi per telefono, sono ora solo disponibili su una lista pubblicata su Internet. “Controllate se vi siano i vostri nomi sulla lista!” urla in arabo il ragazzo che fa da interprete durante una riunione informativa a Micropolis, a cui partecipano persone che stanno nei campi o in città a Salonicco. “When are we going to finally leave?” chiede un altro ragazzo in inglese, e l’avvocatessa non può che rispondere: “Come posso prevedere con certezza quando partirete?”. Numerosa sarà la fila dei casi singoli con cui Maria dovrà parlare a fine riunione. Questo è uno dei tanti servizi offerti da Micropolis.

Micropolis nacque con l’occupazione della facoltà di teatro di Salonicco in segno di protesta per l’uccisione di uno studente da parte della polizia ateniese[9]. Insediato in un edificio storico nei pressi di piazza Aristotele, per cui pagano un regolare affitto, Micropolis si qualifica come “spazio sociale di libertà”, governato dal principio della democrazia diretta. Ha un negozio di prodotti biologici, equo-solidali e di cooperative greche autogestite, uno spazio per bambini, una sala computer, una libreria, un gruppo cinematografico, un caffè-sala concerti e un bar. “In tutto, impieghiamo una quindicina di persone” mi spiega Mitos, uno dei soci lavoratori. Con la crisi dei rifugiati, sono riusciti a fare ospitare in case private ottanta persone, a cui attraverso la loro rete di solidarietà offrono cibo e alimenti e coupons per acquisti. L’ospitalità diffusa fa in modo che si sperimenti la coabitazione tra greci e profughi. Nelle loro regolari assemblee, affrontano le difficoltà che questa intrapresa porta. Oltre a offrire assistenza legale, Micropolis offre corsi per bambini e corsi di lingua per adulti, tedesco incluso. Un ragazzo alza la mano e dice: “Vorrei imparare il tedesco, ma se non so in che paese verrò mandato, a cosa mi servirà?”. La sera della riunione a cui assisto anch’io, viene anche proposto di aprire uno stand di cucina siriana ad un festival in solidarietà con i rifugiati previsto per la seconda settimana di settembre a Salonicco: se la cosa piacerà agli organizzatori, i fondi verranno devoluti a una cassa comune in favore dei rifugiati. Nel frattempo, al piano inferiore, sul banco del bar sono già servite le Falāfel per quando l’assemblea si scioglierà.

Il duro mestiere dell’attivista

Quel festival sarà una edizione locale del No Border Camp che a luglio portò a Salonicco attivisti da tutta Europa. Tra dibattiti, azioni dimostrative presso i campi, networking, concerti e proiezioni cinematografiche, in quei giorni tenevano alto lo slogan “Make Fortress Europe History”. L’adrenalina era al massimo nel momento in cui erano stato ricollocati nei nuovi campi i profughi che stavano a Idomeni. Attivisti come Kostantina e Manos, che ho conosciuto tramite il Coordinamento di sindacati e unioni studentesche Syprome, procacciavano alimenti, vestiario, assicuravano la presenza di personale medico volontario ai profughi senza passare attraverso delle ONGs. Il 20 luglio portarono i rifugiati in marcia fino al centro di Salonicco in segno di protesta nei confronti delle condizioni in cui erano detenuti nei campi sulla terraferma e negli hotspots sulle isole[10]. Una settimana più tardi, una nuova protesta esplose dopo il decesso di una ragazza siriana che soffriva di epilessia e che viveva nel campo di Diavata. Il vento dell’entusiasmo, nel frattempo, perdeva energia e il primo duro colpo venne inferto il 27 luglio con la chiusura da parte delle forze dell’ordine di diversi centri di accoglienza autogestiti, dunque non-legali, come Orfanotrofeio, e la detenzione di una settantina di attivisti e una trentina di rifugiati. La protesta avvenuta davanti alla sede locale di Syriza porterà a un allentamento della tensione, ma ormai la linea era stata tracciata. Non più attivismo politico attorno a questa delicata partita su cui si gioca (forse) il futuro della Grecia per le delicate relazioni internazionali che intrattiene il paese. “L’azione di smantellamento dei centri di accoglienza autogestiti era già stata pianificata da tempo” aggiunge Kostantina “È stata messa in azione dopo No Border Camp per assicurarsi una qualche copertura di legittimità”. I nostri giovani amici sospettano che dietro il giro di vite governativo vi sia anche il beneplacito della Chiesa ortodossa: “È contro i migranti” dichiara senza mezzi termini Manos.

Kostantina, Manos ed io ci incontriamo a piazza Aristotele, una delle poche piazze europee protese verso il mare. Era stata convocata una riunione aperta con i rifugiati, così era stato loro comunicato, ed invece si ritrovano in cinque-sei attivisti e nessun rifugiato… Ci spostiamo in un caffè a fianco dell’antico foro romano. “We want to make them as part of our society” spiega Kostantina; gli attivisti, però, non riescono più a entrare nei campi, quando lo potevano ancora fare fino a due-tre mesi fa, e i rifugiati sono situati troppo lontano dalla città per poter articolare un coordinamento ed un confronto regolare. Per giovani come Kostantina, resta aperta la questione del come organizzare o meglio riorganizzare la lotta dei rifugiati per i propri diritti. “Forse dovreste concentrare la vostra azione sul supporto legale” suggerisco io. Dopo il No Border Camp tenuto a Salonicco in luglio, molti rifugiati sono stati minacciati di essere privati del diritto di asilo, anche se questo non è possibile. Questo ha disarticolato il movimento di solidarietà degli attivisti indipendenti, costringendoli a riconsiderare la loro azione. Anche molti rifugiati escono sulla scena politica con più prudenza. Ahmed*, uno dei rappresentanti a Oreiokastro spiega: “Abbiamo collaborato all’iniziativa di Moving Europe redigendo una dichiarazione pubblica su protesta e autorganizzazione[11]. Abbiamo partecipato a dei dibattiti con dei collettivi locali e altri rifugiati fuori dai campi, ma quello che non vogliamo è essere strumentalizzati a fini di lotta politica interna in Grecia, come ci è successo con un partito comunista locale”.

La visita

Il giovedì 25 agosto, una visita inaspettata (almeno a me e ai rifugiati) ha insegnato molte cose. Eravamo a Vasilika, un campo coordinato direttamente da UNHCR, uno dei campi che non verranno smantellati, ma che dovrebbero ospitare i 4500 rifugiati destinati a restare in Grecia in base agli accordi di ricollocamento in seno all’UE[12]. Veniamo a sapere che l’Alto commissario Filippo Grandi e il ministro greco per l’immigrazione Ioannis Mouzalas visiteranno in mattinata il campo. Alla spicciolata, arrivano i funzionari UNHCR e il personale degli organismi che operano nel campo. I funzionari delle Nazioni Unite si fanno fotografare in gruppo come se fossero anni che non si incontrassero. Una discreta folla si forma all’ingresso. Un profugo che ha messo in piedi un chioschetto di Nescafè vive la sua giornata d’oro. Quando le personalità arrivano, la polizia fa spazio e le grosse auto si aprono. Grandi porta una modesta giacca blu, e Mouzalas una camicia bianca. Per Vasilika si parla di strutture prefabbricate dove ospitare i rifugiati che otterranno l’asilo in Grecia. Le tende dovrebbero un giorno essere dunque smontate. InterVolve fa la parte del leone durante la visita, perché presenta all’Alto commissario i servizi che sta adibendo in un capannone dividendolo in scomparti: aule scolastiche, una clinica, un bar, un cinema per bambini. Il Commissario è permanentemente circondato da operatori del settore, ascoltare quanto dice o gli si dice è impresa ardua. Grandi entra in una tenda, dove si intrattiene lungamente con una famiglia, poi esce dal capannone. In uno degli spazi esterni, alcuni rifugiati lo avvicinano e cominciano a interrogarlo. Gli animi sono provati.

“You have gone through the worst phase, war. This is no worse than war. At least you are out of war” sento ripetere da Grandi. Naturalmente, sono in numerosi a voler dire la loro. Interviene allora Mouzalas, già fondatore della sezione greca di Médecins du Monde, e con il suo fare accaldato cerca di rincuorare gli animi: “Sappiamo che è difficile, ma stiamo facendo del nostro meglio”. Lo ripete tre volte. La voce gira – “Il Commissario è al campo” – e quando costui e il ministro salgono sulle auto per spostarsi verso un altro campo, una donna si piazza davanti al cancello e fa muro. “Venite donne, venite anche voi” grida con voce greve. “È ora il momento! Venite!”. La confusione si diffonde, la polizia cerca di spostare la donna, a cui dei bambini ed altri cercano di dare sostegno, e quando un poliziotto la tocca, lei lancia un grido acuto. Poi, tutto diventa più veloce, un uomo comincia a dare voce alle ferite dell’anima: “Il popolo siriano vi mostrerà la sua dignità!”. L’idea che qualcuno di loro possa essere destinato a continuare a vivere in un quel campo ben oltre i tempi dell’emergenza semina il panico. La polizia fa largo, le auto avanzano, tutto si gioca nello spazio di pochi metri. La donna grida ancora, l’auto del Commissario le scivola davanti agli occhi, un bambino dà un sonoro calcio all’auto della polizia che la segue, poi sono pianti e la donna che sviene.

“UN is zero” sibila un vecchio in inglese. Triste riquadro di frustrazioni reciproche, di impotenza di ambo i lati, perché non deve essere facile fare il ministro per altri più sfortunati dei greci in Grecia. Quel “We are doing our best” sembrava più rivolto a se stesso che ai rifugiati. Né deve essere facile difendere la vocazione delle Nazioni unite in questa partita della guerra siriana. L’unica differenza, e l’unica certezza, è che chi viaggia in quelle grosse automobili non alloggia in tenda. Certo, chissà quante storie hanno sentito coloro che si occupano dei rifugiati, ma oltre i campi vi è una vita di sofferenze che nessuno potrà veramente capire e colmare. Se per noi, per UNCHR, attivisti e simili la partita è quella di difendere il diritto alla mobilità delle persone, per quei profughi la partita è altra: riconquistare la dignità perduta, riconquistarla per sé e per la propria patria. Per quei profughi, nella loro cultura, l’accoglienza è un dovere, non materia di dibattito, non necessita di giustificazione. Chi scappa dalla guerra di un regime contro il suo popolo non dovrebbe essere costretto a supplicare per tirare avanti, raggiunta la culla della democrazia, l’Occidente europeo. Per questo non capiscono, e sibilano come quel vecchio, o gridano come quella donna. Eppure, un paio di storie meritano di essere evocate: come quella di Nagwan*.

Nagwan* è di Darʿā, città da cui si diffuse la rivoluzione pacifica del 2011, e prossima alla frontiera con Giordania e il Golan occupato da Israele. Con i suoi tre figli ed il marito è scappata per sfuggire alla controffensiva militare del regime di Damasco.  Per potersi imbarcare per la Grecia, ha dovuto però fare il periplo del suo paese in senso antiorario, andare a sud, poi a est, poi a nord, poi a ovest per raggiungere il porto di Smirne. Ad ogni posto di blocco, ha dovuto pagare ciascun uomo armato che incontrava, 150.000 lire siriane (ca. 700 USD) nel sud della Siria, 100 USD a Deir el-Zour, nella terra dello Stato islamico. Pagava tutti. E a Smirne, per la barca, 750 € a famigliare.

Oppure la storia di Ismail*, giovane ed atletico insegnante di educazione fisica di Damasco. Ismail* è un campione. Nel 2009, corse i 100 mt con un tempo attorno ai 10 secondi primi, diventando campione nazionale. La sua velocità non gli fu però sufficiente per sfuggire un gramo destino: era infatti sunnita. Per questa ragione, venne emarginato fino a dover lasciare la squadra di atletica. Un altro suo concorrente, che aveva corso i 100 mt in circa 12 secondi primi, prese il suo posto e venne mandato a fare carriera atletica in Russia. Era decisamente più lento, ma sciita. La cattiva sorte lo perseguitò qualche anno più tardi; voleva concorrere ad un concorso di ping-pong in un quartiere in di Damasco frequentato dalla classe dirigente. Quando si presentò al posto di blocco per accedere al quartiere, al saperlo sunnita, le guardie gli tirarono la racchetta in testa e lo arrestarono per due settimane. Venne messo in una cella di 3mt x 3mt, dove stavano circa duecento persone.  Fu come la barzelletta dei quattro elefanti su una Fiat Cinquecento: due davanti e due dietro. Ebbene, in una cella di 9 metri quadrati, in un centinaio stavano in piedi lungo i muri della cella, e l’altro centinaio verso il centro, rannicchiati, ciascuno con altri due o tre sopra le spalle, a mò di guglie. Ogni ora, si davano il turno. Non tutti ce la facevano e circa cinque persone al giorno morivano. Stavano così stretti che si appoggiavano l’uno all’altro. La preparazione fisica di Ismail* gli permise di sopravvivere. Me lo dovetti far spiegare da lui tre volte prima di crederci.

Prigionieri

Ismail* ora vive un altro tipo di detenzione. Non tanto quella di questi campi recintati, da cui tra l’altro ha il diritto di uscire (anche se deve ogni volta pagare un biglietto extraurbano per raggiungere Salonicco, nonostante i risparmi si riducano). Piuttosto, quella del non sapere quando, né dove. “Quando usciremo dai campi?” Maria l’avvocatessa rivela che coloro che hanno ottenuto l’intervista finale per una data entro la fine di dicembre 2016 subiranno, in realtà, un ritardo di tre mesi nel ricollocamento (posticipato a entro i primi tre mesi 2017). Nulla esclude che questo posticipo possa ripresentarsi più avanti. Qualcuno ipotizza che passeranno ancora due anni prima che il grosso dei rifugiati sia stato ricollocato.

“E dove andremo?” Anche qui, nessuna risposta. La sola certezza è che se un richiedente asilo dovesse rifiutare la riallocazione in altro paese, resterebbe in Grecia. “E quanto ancora resisteremo a questa vita umiliante, dove ci si sente braccati come se la vittima dovesse espiare i peccati del carnefice?” Pur sopportando questo, se dovesse saltare l’accordo UE-Turchia e una nuova ondata di rifugiati dovesse accalcarsi alle frontiere greche, nessuno può garantire che i diritti e gli agî acquisiti finora dai primi profughi possano essere ancora assicurati. Questa è la vera prigionia annunciata, più del riso quotidiano imballato, più dell’isolamento tra manufatti industriali di un capitalismo greco fatto a pezzi, più della monotonia di giornate senza fine. Il sentirsi inutili comparse degrada. L’attesa uccide.

A Salonicco, che fu per la sua atmosfera multiculturale la Alessandria della riva nord, si gioca un’idea di Europa, ma anche un’idea di città. Se gli ebrei furono l’anima del cosmopolitismo della Salonicco ottomana, i siriani potrebbero esserlo della Salonicco contemporanea. Il cosmopolitismo non ha mai portato fame e carestia, tutto il contrario. Il rifiuto del cosmopolitismo, invece, ha sempre portato arretratezza, se non nefaste sciagure. Furono il nazionalismo nasseriano e l’espulsione delle diverse comunità di Alessandria d’Egitto a portare al declino della principale città portuale egiziana, ora decadente e polverosa come tante altre città arabe. Salonicco è attualmente sospesa tra le stupende architetture della sua Belle Époque e delle fiorenti comunità multiculturali dell’epoca, e le saracinesche chiuse a causa delle odierne politiche di austerità che soffocano i consumi. I siriani sono arrivati con i loro titoli di studio, molte professionalità, qualche avere e tanto spirito di intrapresa. Sono coloro che potrebbero riportare ricchezza e energia di vita a Salonicco, così come a Budapest oppure a Varsavia.

Dimenticarsene oggi, significa diventare anche noi dei prigionieri.

Salonicco, 29 agosto 2016

NOTE

* Tutti i nomi di questo articolo marcati con un asterisco sono di fantasia.

** Nell’articolo vengono utilizzati i termini generici di profugo e rifugiato, quest’ultimo come “improprio” sinonimo di profugo, essendo il loro statuto in via di determinazione, e non avendo la maggioranza di loro ancora ottenuto ufficialmente l’asilo.

RINGRAZIAMENTI

Desidero ringraziare Caritas Hellas per avermi permesso di accedere come volontario e osservatore ai campi di Oreiokastro, Vasilika, Derveni e Karamalis. Desidero infine ringraziare la Syprome di Salonicco per avermi indirizzato nel variegato mondo dell’attivismo in solidarietà con i profughi presente in città.

 

[1] Former Yugoslav Republic of Macedonia, nome utilizzato dalla Comunità internazionale. La Grecia contesta l’utilizzo del termine generico di “Repubblica di Macedonia”.

[2] UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees).

[3] Le tende vengono installate all’interno dei capannoni e i servizi igienici all’esterno. Molte tende vengono però piantate anche all’esterno dei capannoni, a causa del grande numero di rifugiati presenti.

[4][4] Rottura del digiuno dopo il tramonto, durante il Ramadhān.

[5] A questo proposito, Caritas Hellas sta installando ad Idomeni un nuovo parco giochi all’interno del villaggio perché il precedente è stato danneggiato, a causa del numero elevato di bambini che lo hanno utilizzato quando Idomeni era ancora un enorme campo profughi, proprio per far capire alla comunità locale che l’intento non è solo di assistere chi viene da lontano.

[6] Si cui si stanno ancora aspettando i decreti attuativi, precisa Kamenidis.

[7] Con la riforma Kallikratis del 2011, le unità amministrative della Grande Salonicco sono state accorpate in sette.

[8] Esiste anche la possibilità di tornare volontariamente nel proprio paese di origine (in questo caso viene garantito il rimpatrio e un supporto economico), opzione rivolta in particolare alle popolazioni che molto difficilmente vedranno accolta la domanda di asilo, come afghani o pakistani. Per coloro arrivati dopo l’entrata in vigore dell’accordo UE-Turchia (20 marzo 2016), e che ufficialmente stanno sulle isole greche, è prevista la possibilità di chiedere asilo in Grecia, per evitare il rischio di espulsione immediata. Maggiori dettagli: Silvia Maraone, “Rotta balcanica, naufragio europeo”, Osservatorio Balcani Caucaso, 25 agosto 2016.

[9] Alexandros Grigoropoulos fu ucciso il 6 dicembre 2008 nel centro di Atene. La rivolta che ne seguì preparò le fondamenta del movimento che occuperà piazza della Costituzione durante i dibattiti parlamentari sui pacchetti di austerità voluti dagli organismi creditori internazionali dal 2010 in poi.

[10] Termine con cui l’UE definisce i centri di registrazione aperti nel 2015 alle frontiere meridionali dell’Unione. Cfr. Commissione europea, Il metodo basato sui hospots per la gestione dei flussi migratori eccezionali, 2015.

[11] Moving Europe è un progetto di sostegno e documentazione sulla mobilità in Europa promosso da bordermonitoring.eu, welcome2europe e Forschungsgesellschaft Flucht&Migration in settembre 2015. Sulla dichiarazione: “Protest and Self-Organisation in Oreo Castro Camp”, in moving-Europe.org, 7 agosto 2016.

[12] 58.483 è il numero di rifugiati presenti in Grecia stimato alla data del 29 agosto 2016 (fonte: Ministero per l’immigrazione).

Delirî ferragostani: il fascismo che avanza

putin2Il fascismo avanza, tra i tessuti molli di società disattente e divise, avanza meno veloce della luce, ma accecante nella sua subdola prepotenza. La tragicità della guerra in Siria consiste non solamente nella morte giornaliera inflitta alla sua popolazione, ma anche nell’impotenza e nella subordinazione della Comunità internazionale di fronte ai crimini perpetrati dal regime di quel Paese e dai suoi protettori, da quest’anno con la Russia in prima linea.

Scusate se affronto un tema così cupo d’estate, ma vedo nubi nere addensarsi nei cieli. Certe cose non si dovrebbero raccontare a Ferragosto, quando cerchiamo disperatamente meritato riposo e distacco dopo un lungo anno, ma la distruzione pianificata di Aleppo e di altre città siriane mi porta a pensare al peggio. Il peggio è la cultura dell’assedio. Non solo l’assedio di Aleppo o Deraa o Homs, ma l’assedio prossimo venturo dell’Europa. Deliro, lo confesso, e non porto prove, e quando in inutili conversazioni da salotto avverto amici e famigliari che di questo passo Putin sarà alle porte di Berlino entro dieci anni, sono giustamente deriso. Quanto però io vedo è questo: l’assedio dell’Europa. Un assedio si può preparare con mezzi materiali, ma anche con mezzi politici e umani. E il recente avvicinamento tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan è sembrato uno di quegli incontri destinati a lasciare il segno, ed in cui due capi di stato dispotici, che interpretano e gestiscono la democrazia come strumento di mantenimento del controllo politico e di tutela di interessi economici e commerciali ristretti, pensano ad un gioco più grande.

Entrambi hanno ambizioni imperiali, dispongono di eserciti potenti, ed hanno oltre alle armi e agli eserciti veri, armi non convenzionali capaci di destabilizzare l’Europa: combustibili fossili, l’uno, e rifugiati siriani, l’altro. Se i due aspiranti imperatori si mettono insieme, ne vedremo delle brutte.

Innanzitutto, nonostante le differenze ideologiche e culturali, hanno entrambi un’idea autoritaria della società e fanno capo a interessi economici che si sovrappongono e si confondono con le istituzioni dello stato. Erdoğan sta imparando velocemente da Putin, innanzitutto neutralizzando o eliminando fisicamente critici e oppositori interni. Come mi ha raccontato la settimana scorsa Emel Kurma, direttrice di Helsinki Citizens’ Assembly, una piattaforma di associazioni che difendono i diritti umani e che ha sede a Istanbul, ormai tutto viene attribuito a Fethullah Gülen, il nuovo capro espiatorio utilizzato per giustificare la virata autoritaria da parte di Erdoğan dopo il tentato golpe del 15 luglio scorso. Ormai, si racconta pubblicamente che Gülen sarebbe responsabile dell’abbattimento del jet russo del 24 novembre u.s.; così come sarebbe responsabile dell’incendio avvenuto nella miniera di carbone di Soma il 13 maggio 2014, e che provocò la morte di 301 minatori; oppure che sarebbe responsabile dell’attacco aereo dei caccia turchi a Roboski il 28 dicembre 2011, che provocò la morte di 34 civili kurdi, episodio che riattizzò lo scontro armato tra autorità turche e resistenza curda.

Cominciata mirando a Hizmet, il movimento fondato da Gülen, la repressione si è negli ultimi giorni allargata ad altri. A farne le spese, oltre ai difensori dei diritti umani, il partito curdo democratico (HDP – Peoples’ Democratic Party). L’11 agosto scorso, la polizia turca, scortata con tanto di blindati e elicottero, ha saccheggiato l’ufficio di HDP ad Istanbul ed arrestato 17 persone. Questo, nonostante HDP abbia pubblicamente denunciato la strategia di guerriglia urbana adottata dal PKK – Kurdistan Workers’ Party.

Avevo difeso pubblicamente l’operato delle autorità turche nei giorni immediatamente successivi al fallito golpe, ma il presidente turco – invece di consolidare il dialogo tra le forze democratiche – ha deciso per un’operazione di imposizione di una de facto repubblica presidenziale, adducendo a sé poteri straordinari e neutralizzando le forze sociali, politiche e culturali critiche nei confronti del suo disegno. Ha svuotato così di senso la mobilitazione popolare trasversale in favore della democrazia successiva al tentato golpe. È così che, alle «celebrazioni per la democrazia e i martiri» tenute a Istanbul il 7 agosto scorso, che hanno visto la partecipazione di almeno due milioni di persone, HDP è stato escluso e più dell’80% dei partecipanti erano dei sostenitori di AKP, determinando la perdita di quel carattere di trasversalità proprio alle manifestazioni anti-golpe della prima ora[1].

La «presidenzializzazione» dello stato turco è cominciata su diversi fronti, cercando di imporre attraverso la legge di emergenza (adottata dal parlamento turco il 21 luglio scorso) radicali misure accentratrici senza passare per una riforma costituzionale. In particolare, il controllo degli Affari religiosi e dei Servizi segreti (Intelligence) è passato dal primo ministro al presidente Erdoğan.

Sebbene scartasse categoricamente l’idea di un golpe fabbricato dallo stesso governo turco per giustificare le successive misure prese da Erdoğan, Emel chiariva durante la nostra intervista che l’unica cosa certa è che i turchi difficilmente sapranno veramente quanti gruppi e quali portatori di interessi stessero dietro il tentato golpe. Il dibattito politico si è infatti fatto più difficile: «Se prima era l’apparato di AKP, il partito di Erdoğan, a dominare la scena, ora è Erdoğan stesso che, personalizzato il gioco politico, ha schiacciato il partito sotto la sua autorità, svuotandolo di ogni forma di dibattito» ha commentato Emel.

Ritorniamo all’incontro tra Putin e Erdoğan. Molto probabilmente, tra quello che il presidente turco ha negoziato con Putin, a fianco di ingenti investimenti nel settore energetico e di un rilancio del commercio bilaterale, vi è l’impegno russo a ostacolare qualsiasi rivendicazione indipendentista da parte curda, o la creazione di una qualsiasi entità statuale curda ai confini con la Turchia. Nel frattempo, l’ipotesi di una soluzione pacifica della questione curda in Turchia si allontana ulteriormente, e come viene brutalmente calpestato il diritto all’autodeterminazione del popolo siriano, così rischia di esserlo con simile durezza quello del popolo curdo. Un nuovo blocco di fascismo a oriente dell’Europa si consolida, e né l’Europa, né la Comunità internazionale sono capaci di fermarlo. È un palco di oscena pornografia quello che il Consiglio di sicurezza ONU ormai rappresenta. In esso, che dovrebbe garantire la pace e la sicurezza internazionale, siede una potenza che bombarda direttamente e protegge l’operato criminale dell’aviazione siriana su città come Aleppo, mirando esplicitamente a ospedali e quartieri residenziali; la sua funzione in quel Consiglio è di minare in partenza qualsiasi iniziativa internazionale[2]. La Comunità internazionale, non solo si è auto-delegittimata nell’assistere impotente al massacro siriano[3], ma ha anche de facto permesso che le istituzioni ONU nella loro impotenza subita o voluta diventassero complici dello stesso. Alcuni media si adeguano all’affermazione di questo blocco fascista orientale; è quello che se ne ricava leggendo ad esempio l’editoriale di Sergio Romano sul Corriere della Sera del 14 agosto 2016[4]. Poiché l’asse Assad-Putin è militarmente vincente, sarebbe inutile illudersi di lavorare per un ponte aereo umanitario su Aleppo, così conclude l’articolista. Dovremmo dunque lasciare che vinca il nuovo asse fascista, che uccida finché non si imponga? Dovremmo dunque adeguarvicisi? Un articolista del calibro di Romano avrebbe fatto strada dopo la Marcia su Roma del 1922.

Parlavamo di due armi da utilizzare contro l’Europa. La prima è legata alla dipendenza energetica europea dalla Russia. La Russia non domina solo il gas europeo, ma anche il petrolio: viene infatti da Mosca oltre un terzo (35%) di tutto il greggio importato in Europa[5]. Perdere il cliente europeo non conviene ai russi, almeno fintantoché non sia aperto il gasdotto Power to Siberia verso la Cina (non operativo prima del 2019). E qui interviene Erdoğan. L’accordo firmato il 9 agosto scorso prevede di portare il gas russo fino alla Turchia con il gasdotto Turkstream, e di seguito in futuro, chissà, verso altri paesi del Medioriente. Diversificare la clientela del gas significa per Putin avere un’arma di coercizione in più nei confronti dell’Europa. La seconda arma sono i profughi siriani. Aleppo è diventata una fabbrica di morte la cui sola alternativa è scappare. Immaginate se Putin e Erdoğan si mettessero d’accordo e le frontiere turche si aprissero riversando un nuovo flusso di rifugiati sulla rotta europea, proprio alla vigilia delle prossime elezioni presidenziali austriache del 2 ottobre, in cui Alexander Van der Bellen e Norbert Hofer si affronteranno di nuovo. Oppure se ciò avvenisse alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi della primavera 2017, con Marine Le Pen già data per favorita. Una nuova ondata di profughi siriani assicurerebbe la vittoria dei partiti conservatori populisti e xenofobi. Che Putin finanzi questi partiti fa parte della sua strategia di accerchiamento. Secondo il New York Times, sarebbero quindici i partiti europei di estrema destra che mantengono relazioni con Mosca[6]. Certo, la Russia in Siria è in primo luogo interessata al mantenimento delle sue basi militari nel Mediterraneo, a Tartus e Latakia, e recentemente ha consolidato la sua presenza militare e annunciato l’allargamento della base di Latakia[7]. La Siria, però, è solo una tappa, ed il cinismo con cui Putin colpisce con le sue armi l’indomita popolazione siriana indicano che in nome dell’imperialismo russo tutto si potrà giustificare. Il vero obiettivo è minare la democrazia liberale, e quando l’Europa sarà ormai frantumata, rimetterci piede.

L’assenza di una forte volontà europea per fermare l’opera di distruzione portata avanti dal regime siriano e il mercanteggiamento interessato con la Turchia per non affrontare di petto la crisi dei rifugiati siriani sono l’indicazione della nostra endogena debolezza nel fronteggiare l’ascesa del fascismo in Europa, e nel ridimensionare i pericoli che vengono da un asse tra governi autoritari a oriente dell’Europa.

Ci siamo dimenticati che la nostra libertà si è ottenuta combattendo, e che se non sappiamo più combattere per la libertà, siamo esposti al ritorno del fascismo. Basta vedere come vengono raffigurati i rivoluzionari siriani ispiratisi alla cosiddetta Primavera araba del 2011, che volevano liberare il proprio Paese dalla dittatura e che ora sono schiacciati in solitudine tra la brutalità criminale siro-russa e lo Stato islamico: «ribelli», così vengono definiti. Ovvero rivoltosi, che mettono a repentaglio la stabilità. Sono stato recentemente a visitare il museo della Resistenza di Valibona, sui monti della Calvana, a pochi km da Prato e Firenze. Quella casa tra i boschi venne assalita dalle forze dell’ordine del regime fascista, e la banda di partigiani che vi si nascondeva e operava nell’area debellata. Fu un agguato, che ebbe luogo il 3 gennaio 1944. I giornali dell’epoca sono esemplari: «Bande di ribelli annientate da reparti della Guardia repubblicana», «L’azione contro i banditi sulle pendici di Monte Morello», «Energica azione di polizia contro una banda di ribelli» sono alcuni dei titoli di quei giorni. Definendo ribelli i giovani siriani di città come Aleppo facciamo quello che già i servili giornalisti dell’epoca facevano scrivendo sulla stampa quotidiana. Opporsi a fascismo e oppressione costa più pena che accomodarvisi.

«Temo che i nostri figli conosceranno la guerra» ho detto impudentemente ieri a Paolo Bergamaschi, allievo di Alexander Langer e caro amico e consigliere in materia di politica estera al Parlamento europeo, in coda ad un animato scambio su quello che ci aspetta. «Non lo escluderei» mi ha risposto, mentre pagava la spesa alla cassa del supermercato, senza girarsi verso di me.

Verso Skopje, 15 agosto 2016

 

[1] Secondo una rilevazione citata da Emel Kurma (Helsinki Citizens’ Assembly), durante la mia intervista.

[2] L’uso indiscriminato del veto, d’altronde, è stato già applicato più volte in passato dagli Stati Uniti a favore di Israele.

[3] Leggete i dati di chi uccide civili in Siria su http://whoiskillingciviliansinsyria.org/.

[4] Dal titolo «L’illusione di un ponte per Aleppo».

[5] Il Vecchio continente importa in totale quasi l’85% del suo fabbisogno di oro nero. Cfr. Lorenzo Colantoni, «Le opzioni dell’Europa contro la dipendenza energetica dalla Russia», Limes, 15 settembre 2014.

[6] Peter Baker, Steven Erlanger, « Russia Uses Money and Ideology to Fight Western Sanctions», New York Times, 7 June 2015.

[7]« روسيا توسع قاعدتها باللاذقية وتناور بالمتوسط [La Russia amplia la base di Latakia e le manovre sul Mediterraneo]», Al-Jazeera Arabic, 11 agosto 2016.

Lettre depuis Mars

MarsMon cinquantième anniversaire est arrivé. J’ai entendu dire que certains dans un jour pareil ferment la porte de leur maison à clef et ne sortent pas. D’autres, par contre, organisent de grands banquets qui resteront dans les annales. Personnellement, j’ai pensé de vous écrire une lettre. J’ai réfléchi sur quelle langue utiliser, et j’ai pensé à la première langue étrangère que j’appris, c’était à l’école obligatoire, le français. Désormais, avec Google Translator tout devient compréhensible, même à ceux qui ne connaissent pas la langue en question, donc je me suis dit que les non-francophones aussi pourront lire cette lettre, s’ils le voudront.

C’est un jour bizarre, on se sent différents, je me sens certainement plus vieux. J’ai trois enfants magnifiques, d’une beauté qui me surprend à chaque fois, et dans un jour pareil la première question qui me vient à l’esprit est donc: quelle planète allons-nous leur laisser? Nos parents ont bossé toute leur vie, ils ont fait des économies importantes, c’était l’époque du boom économique, ils vivent d’une pension digne, ils avaient moins d’opportunités que nous, ils voyageaient moins de ce que notre génération l’ait pu faire, mais ils ont construit des certitudes matérielles dont nous continuons à bénéficier. Quand l’un de mes enfants me demande où nous vivrons dans quelques années, ce que je ferai comme métier, s’ils auront assez d’argent pour se permettre quelque chose, j’hésite à leur donner des réponses certes, car l’avenir est devenu une véritable énigme. Oui, nous sommes la génération qui doit raconter à ses enfants que le monde qu’ils traverseront ne sera pas plus facile que celui de leurs parents. Pour la première fois depuis des décennies, nos enfants risquent de devoir faire face à une réalité plus incertaine, difficile, compétitive et moins porteuse d’espoirs que celle qui était devant les jours de notre enfance.

L’Europe paraît un malade sous traitement antidépressif, qui essaie de conserver les forces pour arriver sans trop d’angoisse à la fin de la journée. Nos gouvernants, nous ne les aimons plus, nous ne les supportons plus car nous ne les réputons plus à la hauteur d’être des pères de la Patrie. En réalité, ils nous donnent l’impression d’être des lâches, nous nous interrogeons même sur les intérêts qu’ils défendent, nous doutons de leur appartenance au peuple. Certes, je peux vivre dans l’illusion que le gouvernement n’est plus essentiel, les institutions ne jouent plus un rôle fondamental dans l’organisation de la vie collective et de la société. Je peux raconter à mes enfants que désormais le bien-être matériel, la disponibilité de biens et services nous a affranchi des destins de l’histoire, que les téléphones, les tablets, les voitures et les supermarchés qui nous entourent nous ont libéré de la fatigue de la politique et du sacrifice du travail, mais aujourd’hui, à l’âge de cinquante ans, je ressens que ne suis pas convaincu de cela. « Voilà, un autre vieillard qui prêche » vous pourriez-dire, mais je ne crois pas à la libération de la société de la consommation, ni à la sublimation du sacrifice du travail offerte par les nouvelles technologies et les agences intérimaires.

Aujourd’hui, je ne lirai pas les journaux. Au café, je ne feuillèterai pas le quotidien de Florence, La Nazione, pour ne pas me sentir encore plus encerclé par des coupe-gorges, des djihadistes élevés à pain et camembert, ou des gitans se dédiant à harceler des honnêtes touristes sino-américains. Je ne le ferai non plus pour me faire rassurer par les bonnes recettes libérales annoncées par un premier ministre, ou conforter avec les dernières données sur la croissance économique publiées par des fonctionnaires payés vingt fois plus que la femme de ménage travaillant dans leurs bureaux. Aujourd’hui, je parlerai à mes enfants de ces jeunes désespérés qui tirent sur des ados devant un McDonald’s ou roulent avec un camion sur les piétons, avant de se faire abattre. Je parlerai de la rivière Marina descendant des montagnes avoisinantes, où les petits poissons et les écrevisses meurent dans la boue à cause des hautes températures et de la sécheresse. Et je parlerai de la planète Mars. De la planète Mars ? Oui. Il y a quelques mois, mes amis activistes syriens lancèrent une campagne nommée « Planet Syria to Planet Earth : Is anybody out there ? ». La chose m’a inspiré : pendant que les régimes fascistes syrien et russe bombardaient les villes comme Alep et anéantissaient le peuple désobéissant dans notre indifférence la plus totale, mes amis activistes levaient la voix comme s’ils lançassent des messages radio depuis un autre planète pour que quelqu’un les captent, pour que quelqu’un s’aperçoive de ce qui se passe ailleurs. Dans ces heures, les bombardements continuent, ainsi que l’indifférence.

Eh bien, je dirai à mes enfants que si les choses se mettent pour le pire, nous émigrerons sur Mars, même avec des bateaux illégaux si nécessaire, même sans papiers s’il le faudra. J’ai lu que là-bas il y a de l’eau, peut-être aussi des gens accueillants. Et, qui sait, même les quinquagénaires y peuvent trouver un boulot et ne pas se sentir hors-jeu.

Mars, c’est l’avenir. Dites-le à vos enfants.

27 juillet 2016

Il golpe fallito, e la nostra diffidenza verso i turchi

GaziantepVenerdì sera, 15 luglio, sulla stampa italiana, fin dai primi minuti successivi alla chiusura dei ponti sul Bosforo si riportava notizia di presunte varie richieste di asilo sottoposte a paesi europei da parte del presidente turco Erdoğan. Facebook commentava ironicamente la triste sorte del capo di stato richiedente asilo che solo qualche mese prima aveva ottenuto un lucroso accordo con l’Unione europea sulla circolazione dei cittadini turchi in Europa, in cambio dell’accoglienza dei rifugiati siriani. La stampa tedesca (Die Zeit), inglese (The Guardian) e francese (Le Monde) non riportavano questa notizia, tranne un breve accenno su Le Monde, che qualificava la richiesta di asilo come un pettegolezzo.

I giornali egiziani sbandieravano ai quattro venti la caduta dell’acerrimo nemico del regime autoritario del Cairo. Ancora sabato mattina, 16 luglio, Al Ahram parlava di golpe riuscito, mentre Al Youm 7 pubblicava un articolo sulle ragioni della caduta di Erdoğan. D’altro lato, il giornale russo Pravda riprendeva le accuse rivolte verso Fethullah Gülen – miliardario, predicatore musulmano visionario e moderato, leader del popolare movimento Hizmet descritto come una Opus Dei musulmana[1], ex-alleato e amico del primo Erdoğan fino a quando si distanziò per la corruzione del suo apparato – di aver orchestrato il tentato golpe. E l’agenzia di stampa russa Sputnik avanzava addirittura la tesi secondo cui i piloti che abbatterono il jet russo nel novembre scorso sarebbero implicati nel golpe per timore di essere perseguiti dopo il recente riavvicinamento tra Turchia e Russia.

Invece, per la prima volta nella storia della Turchia repubblicana, un golpe militare fallisce. E questa è la cosa che conta. Per la prima volta nella storia della Turchia repubblicana, i partiti di opposizione si schierano esplicitamente contro l’ingerenza delle forze armate – inclusi il partito kemalista CHP, il partito nazionalista conservatore MHP e il partito filo-curdo HDP. Ed anche questo conta molto. Tutto lo schieramento politico ha denunciato che i tempi bui del para-Stato militare turco sono passati, e che i conflitti devono essere risolti attraverso le istituzioni democratiche. I partiti dell’opposizione hanno dimostrato un grande senso della responsabilità, e hanno dimostrato di dare più valore all’unità nazionale che alle differenze politico-ideologiche. Lo hanno sicuramente fatto anche per evitare che il partito del presidente, AKP, approfitti del fallimento del golpe per eliminare pezzi di Stato che si oppongono alle sue mire presidenzialistiche (riformare la costituzione per il presidenzialismo) e indagano sulla corruzione e le malversazioni di fondi in AKP, e per mettere a tacere i media indipendenti. Circa 2.700 giudici sono stati sospesi sabato stesso con l’accusa di essere legati al movimento Hizmet, anche se Fethullah Gülen ha negato di essere coinvolto nel golpe e lo ha anzi condannato. «La giustizia turca è la branchia istituzionale nella quale Hizmet è più forte. Non è quindi sorprendente che AKP avesse preparato delle liste nere e che questo sia il momento migliore per allontanare i nomi su queste liste. Il governo utilizzerà sicuramente questo golpe per emarginare membri di Hizmet, indipendentemente dal loro coinvolgimento nel tentato golpe» dichiarava ieri il direttore della fondazione Heinrich Böll in Turchia, Kristian Brakel su Die Zeit. Abdul-Hamid Dashti, deputato sciita in Kuwait, arrivava a sostenere sul suo profilo Twitter: «Il golpe è stato messo in scena solo per eliminare l’opposizione completamente e cambiare il comando militare». L’analista Rana Deep islam si chiedeva se il caos generato dal tentato golpe non fosse stato pianificato per ridurre il ruolo dei militari quali garanti dell’ordinamento secolare, e baluardo all’occupazione di posti-chiave da parte di AKP. In questo braccio di forza, «gli attacchi terroristici degli ultimi mesi potrebbero essere stati decisivi nel determinare gli sviluppi di queste ore. Molti turchi hanno infatti perso fiducia nella capacità dello Stato di assicurare ordine e sicurezza. Un parte delle forze militari sembrano aver voluto intervenire per raddrizzare la situazione»[2].

Emel Kurma, direttrice della rete per i diritti umani e le libertà civili con sede a Istanbul Helsinki Citizens’ Assembly, mi scrive nella notte di venerdì: «Spari e aerei da caccia. Non si può dormire. Probabilmente non sapremo mai chi era dietro il tentato golpe. Però, forse, da oggi Istanbul e Ankara capiscono come possono aver vissuto i curdi nelle città del Sudest nell’ultimo anno [in seguito all’escalation militare turca contro la resistenza curda, ndr]». E l’attivista per la democrazia e ricercatore marocchino Montassir Sakhi, di stanza attualmente a Gaziantep, racconta di una città animata da chiamate alla preghiera, movimenti di folla e auto in corsa, manifestazioni e contromanifestazioni, nella quale la gente ha sicuramente reagito ed è scesa in strada contro i militari. La questione è che in queste ore nessuno si interroga sulla popolarità di AKP e del suo leader. Una popolarità che perdura nonostante la guerra civile siriana alle porte, una crescita economica meno aggressiva di qualche anno fa, e i fatti di corruzione che vengono alla luce. Alle ultime elezioni generali del novembre 2015, AKP ha ottenuto il 49,5% dei voti in presenza di una partecipazione al voto pari all’85% degli aventi diritto! Confrontiamo queste elezioni con quelle tenute in un’altro paese della regione guidato da un uomo forte, l’Egitto. Le elezioni generali tenute tra ottobre e dicembre 2015, per nominare il primo parlamento della presidenza al-Sisi, hanno riscontrato un tasso di partecipazione attorno al 20-25%, rivelando la disaffezione della maggioranza degli egiziani verso il nuovo corso. Il parlamento egiziano è occupato da partiti leali al regime, ma una decina di partiti indipendenti boicottarono le elezioni. Erdoğan è invece amato, e dobbiamo capire il perché.

Durante un incontro organizzato da Possibile a Bologna in occasione delle festività del 25 aprile 2016, l’inviato dell’Associazione Giornalisti Italiani a Istanbul Giuseppe Di Donna spiegava come AKP avesse investito massicciamente nei servizi pubblici nelle province turche, e che i tempi di attesa per una visita in un ospedale pubblico in Italia siano normalmente più lunghi che quelli che devi sostenere in Turchia. «Non parliamo mai del ruolo positivo giocato da AKP nella modernizzazione del paese» commentava. L’economia cresce a un tasso del 4% tuttora nel 2016, come rivelato da uno studio dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico[3]. Tra i 35 paesi dell’OCSE, la Turchia ha un tasso di povertà (0,178) superiore a quello dei paesi europei, ma inferiore a quello di Stati Uniti (0,179) e Israele (0,184)[4]. Il tasso di discriminazione nei confronti delle donne nelle istituzioni sociali in Turchia è relativamente basso per un paese emergente (0,103)[5].

Torniamo indietro di qualche anno. La Turchia ottenne ufficialmente lo statuto di candidata all’adesione all’UE nel dicembre del 1999. Le negoziazioni iniziarono nell’ottobre del 2005, e dei 35 capitoli necessari a completare il processo di adesione, solamente 15 ne sono stati aperti, ed uno chiuso. Le autorità tedesche hanno sovente palesato opposizione nei confronti dell’adesione della Turchia, in nome di presunte radici cristiane del progetto di integrazione europeo, in realtà sapendo che avrebbero perso la loro maggioranza relativa all’interno del Consiglio dei ministri UE, dove il peso nel voto è ripartito in funzione della popolazione del paese (sistema di voto a maggioranza qualificata, che si applica sull’80% della legislazione europea). Erdoğan diventa primo ministro nel marzo del 2003, carica che manterrà fino all’agosto 2014, quando vincerà le prime elezioni presidenziali dirette. Ebbene, un’altra politica europea, più aperta nei confronti della Turchia, avrebbe probabilmente contenuto la deriva autoritaria degli ultimissimi anni, e certamente archiviato le tentazioni golpiste.

Quando Erdoğan attaccava Israele per il blocco imposto a Gaza (vi ricordate l’assalto israeliano alla nave turca Mavi Marmara della Freedom Flotilla, nel maggio del 2010?) , l’Europa faceva finta di niente. Quando denuncia l’indifferenza europea verso la repressione del regime siriano che ha condotto il paese arabo alla guerra civile e alla distruzione, l’Europa si preoccupa delle sue frontiere[6]. Il recente accordo sulla gestione dei flussi di rifugiati siriani è stato fortemente voluto dall’UE, per disinnescare le divisioni interne, anche a prezzo di sospendere il diritto internazionale di asilo sul proprio territorio.

Un colpo di stato militare non è mai un buon punto di partenza per difendere democrazia e diritti umani. Gli egiziani se ne accorgono ora, dopo aver acclamato la destituzione di Mohammed Morsi. Anch’io, in quell’epoca vivevo in Egitto, ritenevo che la destituzione di Morsi avvenuta il 3 luglio 2013 non fosse il principio di un golpe, bensì l’apoteosi di un movimento di protesta popolare. Bastarono cinque settimane per rivelare le reali intenzioni e modalità delle forze armate. Iniziò un processo di normalizzazione e repressione che ebbe il suo tragico battesimo nello sgombero delle piazze Rabi‘a al-‘Adawiya e an-Nahdha, occupate dai sostenitori di Morsi, il 14 agosto 2013, che causò in un solo giorno la morte di un numero di persone equivalente alle perdite sofferte durante i giorni della rivoluzione del 2011. Sentire oggi Matteo Salvini recriminare che sia un peccato che il golpe turco non sia riuscito, ti fa comprendere molto dell’inconsistenza della nostra visione sul Mediterraneo[7].

Se l’Europa esistesse ancora, dovrebbe ora proteggere con determinazione le opposizioni in Turchia, che hanno mostrato una lucidità ed un senso delle istituzioni straordinari nel denunciare l’inaccettabilità delle soluzioni militari ai conflitti interni di carattere istituzionale e politico. E dovrebbe prendere sul serio la candidatura della Turchia all’UE. In realtà, stiamo perdendo il senso delle responsabilità storiche e delle sfide visionarie, imprigionati dal passato (leggete la curiosa storia dell’espressione «Mamma li Turchi»[8]) e affondati nella cura degli interessi commerciali immediati degli attori economici del presente[9]

Firenze, 17 luglio 2016.

 

[1] Il giornalista investigativo Ahmet Şik pagò con il carcere le sue ricerche sulla rete di potere di Hizmet (M. Thumann, «”Wer schreibt, wird eingeschüchtert”», Die Zeit, 22 marzo 2012.

[2] R. Deep Islam, «Geplantes Chaos?», in Die Zeit, 16 luglio 2016.

[3] OCSE, Economic Survey of Turkey 2016, luglio 2016.

[4] OCSE, Poverty Rate, 2012. Il tasso di povertà in Italia è di 0,127. Il tasso di povertà misura la percentuale di persone il cui reddito cade sotto la soglia di povertà. Il paese OCSE con il tasso più basso è la Repubblica ceca (0,053).

[5] OCSE, Social Institutions and Gender, 2014. Questo tasso misura il grado di discriminazione che limita l’accesso delle donne alla giustizia, a diritti e servizi, e alle opportunità professionali, e mina la loro capacità di decidere sulle loro scelte di vita. Il tasso di discriminazione di genere in Italia è di 0,012. Il tasso più basso si misura in Belgio (0,002). I dati di Stati Uniti ed Israele non sono disponibili.

[6] Il presidente turco non esita a usare parole forti contro l’Europa («Erdoğan says west cares more about gay and animal rights than Syria», The Guardian, 13 maggio 2016.

[7] A.Arachi, «Golpe Turchia, Salvini: “Cacciata di Erdogan buona notizia per il mondo”», in Corriere della Sera, 16 luglio 2016.

[8] http://www.blogsicilia.eu/mamma-li-turchi-detto-ancora-diffuso/

[9] Sempre per riferirsi al nostro Paese, l’Italia è il secondo partner commerciale EU della Turchia dopo la Germania (MAE, «L’interscambio commerciale della Turchia nel mese di luglio 2015», Info Mercati esteri, 21 settembre 2015). Nel dicembre del 1995, l’UE accordò l’unione doganale alla Turchia, misura che servì da un lato a favorire le esportazioni europee e a rimandare la prospettiva di un’integrazione politica della stessa.

After the Brexit, we need a leftist populism

brexitNever Facebook has been so proliferous in offering the most disparate views on the same topic, as in the day after the Brexit referendum. Some fellows were predicting the European Apocalypse, others were vocalizing their excitement for their rewarded hate against Europe, and others were sending to hell the Brits. Some distinguished friends were writing: “In an instant of time, we got rid of English people and Cameron”. Or: “Let us zap a couple of Eastern European countries, and Europe will find a new life back!”, probably referring to Hungary and Poland, who have recently distinguished themselves for their anti-liberal stands, nationalistic demands, and refusal of sharing the burden of the refugee crisis. Or again: “Scotts and Irish people, you are now welcomed”. Some others were fearing that these results would boost the rise of new post-fascist leaders such as Putin, Trump or Marine Le Pen.

Commentators were ascribing this success to Nigel Farage and its rightist party. They were rapidly classing this referendum among the expressions of a raising political xenophobia and growing expansion of illiberal and nationalist, even autarchic political groupings, qualified as anti-modern. Brits would have therefore to be punished for their absurd move against progress and production, market and mobility, trade and competitiveness in the name of old-fashioned ideas of fatherland, cultural integrity and safe borders. There is a certain parallelism in the way Brits and Greeks have been depicted after their last national referendum, the latter after last year poll on the bailout conditions offered by international creditors to «save» the country. «They do not want the package? They do not deserve to be Europeans» you could hear in certain corridors. «Stupid and ungrateful Greeks» some politicians blurted out. Every time people give a different voice through a referendum than what the authorities expect, they are made guilty. Will Brits be betrayed as the Greeks were after the referendum, given the fact that the bailout conditions agreed upon after the referendum were as tough if not tougher than the one Greeks were offered before it?

Things are, I am afraid, more complicated than what the first reactions post- British referendum might make us thinking. Almost 17 million people voted for Leave, but only 3,8 million people casted their ballot for the UKIP party, Farage’s party, in the 2015 general elections. The result of this Brexit referendum cannot be therefore just a victory of the Right, and those who qualifies it as such might do it in order to move the public debate toward the danger the political Right represents instead of questioning the motivations of this vote.

Caroline Lucas, British Green politician, was one of the first lawmakers quickly reacting in the long night following the closure of the poll stations. Last Friday morning, feeling heartbroken she declared that this vote was not necessarily against immigrants and the idea of belonging to Europe. It was also and even especially a defying message to the political establishment, which is failing the British people, converting the European project in a tool for big capitals engaged in global competition, thus forgetting the ordinary citizens[1].

Italian journalist Fubini denounced that commercial bankers and managers of speculative funds commissioned – a couple of weeks before the referendum – private surveys in order to know what to do before the referendum polling stations closed[2]. So, half an hour before that moment, they sold speculative funds in order to reduce their losses. They had the money to pay polling companies, and did it for their own sake[3]. Capitalism is faster than democracy. This is the epitome of what really counts in today’s Europe. John Pilger talks of «an insufferably patrician class for whom metropolitan London is the United Kingdom», and qualifies it of «a bourgeoisie with insatiable consumerist tastes and ancient instincts of their own superiority»[4]. UK is not only London, and this referendum has made it clear. In Britain today, 63 per cent of poor children grow up in families where one member is working. For them, the trap has closed. More than 600,000 residents of Britain’s second city, Greater Manchester, are – reports a study – experiencing the effects of extreme poverty and 1.6 million are slipping into penury[5]. The accusations against British people of having given a blow to the European dream – so that they deserve to be kicked out – are stupid and dangerous on the same time. In my country, Italy, last April, an abrogative referendum against seashore oil and gas drilling could not reach the 50% voting turnout threshold, sine qua non condition for the validation of the referendum results. The largest majority of those voting asked for cancelling drilling concessions, but the Italian government campaigned for abstention warning Italians of severe job losses and backwardness should the referendum succeeds.

The problem is not «yes or no to Europe». The problem is this EU. When you attack the EU establishment and point the finger at the involution of the European project at the expense of cohesion, solidarity, labour, human mobility and democratic accountability, then you became a dangerous nationalist, a xenophobic populist.

The reality is that the EU establishment has made more to weaken the European project than all the parties who call for throwing out all immigrants or for leaving the Monetary Union (let me make clear that I do not have any sympathy for them). In an interesting reportage on the progression of rightist populist parties in Europe[6], authors explain that the Left failed because only the Right gave voice to the little people. Populists appear as the defenders of ordinary and small citizens – die kleinen Leute, les invisibles et les oubliés as Marine Le Pen says. They appear defending them against a globalization that has impoverished and forced them to live with savings not making earnings any more, and without a certain pension, while growing masses of refugees in search of fortune, but assisted by the state surround these people. They appear defending them against a self-referential political class.

Had the Left listened to them, Brits probably would have not needed to recur to a referendum to express their anger and fears, because the Left (and I include the social democratic family in it) would have made of deeply reforming European institutions and policies its forte. Instead, the Left make do with running business as usual in Brussels, European parliament included, and in other European capitals, where they have shared the power in some forms with Conservatives.

«I’m ambivalent about the “Brexit” vote», commented my Irish friend and journalist David Cronin on his Facebook profile after hearing about the referendum results[7]. While fearing the politics of hate carried out by characters such as Nigel Farage and Boris Johnson, he denounces the fact that «what they advocate is not dramatically different to the agenda already being pursued. The decisions the EU elite has taken on the refugee crisis – the appalling deal with Turkey – involved pandering to extremists. And that was by no means the first time that the EU elite had pandered to extremists».

The voice of ordinary people must be heard, should not we wish Austrian FPÖ or French Front National or Italian Lega Nord to take the lead of Europe, getting inspiration from the illiberal reforms carried already out by the Hungarian or Polish governments. The worst scenario ever would be to keep the EU as it is, with its Turkey-like deals, its austerity receipts, its untouched capitals fleeing taxation, or its secrets TTIP negotiations, and on the same time to see the rise of xenophobia in different nations.

Again Cronin: «David Cameron has been pushing an agenda of deregulation that undermines any of the positive things the EU has done (not on its own behest but because of the struggles of ordinary people). To please the corporate lobby, Cameron has tried to destroy rules on gender equality, environmental protection and much else. If that’s the Tories’ contribution to Europe (and New Labour were not much better), then I’m inclined to say “good riddance”».

My wish is that the response to the British referendum’s results is twofold. On the one hand, the EU system, its structures, its decision-making mechanisms and its policies must be decisively challenged, showing that the free and united Europe of the fathers is not this EU. On the other hand, the Left must find back its proximity to ordinary people. We need if necessary a new leftist populism, which makes people getting mobilized hoping in Europe, and not fearing it. A populism not in the sense of demagogy, but in the sense of an attitude or political movement tending to enhance the role and the values of the working classes. A populism which looks beyond the old Left parties, and connects different political sensitivities and cultural milieus in the name of accountability, respect, solidarity and social justice: this is what today’s poor results of general elections in Spain, where Podemos had made a coalition with post-communist party Izquierda Unida, teaches us.

I remember that Lech Walesa, at the time of Wojciech Jaruzelski, when he was not what he later became, being the spaces of the political discourse suffocated by the regime, used to jump on city buses to make speeches to the working class, to the common people, as now do the nomads or illegal immigrants to collect a few coins. This is the Left, which is missing. The one that goes in the most ordinary and hidden places, which engages in endless conversation with those it meets on the street. A Left that socializes again corners of the city where no one speaks anymore, that mixes political reflection with grassroots practice, and that overcomes fear of the future and of the «other», which now too much people is suffering from, sharing their daily concerns. All of that, running the risk of being called populists. Lech Walesa, climbing on buses to stir up the people, behaved as a populist; within a few years, however, he guided his country towards democracy.

 

[1] In an interview to BBC on Friday morning, June 24, 2016, and on her Twitter account.

[2] Federico Fubini, «E la City commissionò i sondaggi segreti sul voto» [The City commissioned secret polls on the vote], in Corriere della Sera, June 13, 2016.

[3] Reports of Radio Radicale, Friday morning, June 24.

[4] John Pilger, «A Blow for Peace and Democracy: Why the British Said No to Europe», in Counterpunch, June 24, 2016.

[5] J. Pilger, idem.

[6] VV AA, «Die rechte Internationale» [The Right Wing International], in Die Zeit, n. 23, May 25, 2016.

[7] David Cronin is the author of the essay Corporate Europe, Pluto Press, 2013.

Inside Italy: «Elogio del populismo»

PopulismoL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

A Bologna si è sempre fatta politica, a Bologna si vive di politica. Bologna è fatta di centri sociali, come il Làbas Occupato, il Teatro Polivalente Occupato o il Laboratorio Crash!, e ogni volta che Matteo Salvini si presenta in città viene cacciato con ogni mezzo. Vi sono poi molti collettivi studenteschi di Sinistra che si interrogano. Il 28 aprile scorso sono stato ospite del Collettivo Handala e di Link-Studenti indipendenti, che a Scienze politiche organizzano dibattiti sul Medio oriente. La città sperimenta forme nuove di vivere e produrre per una transizione eco-solidale: ospita il Coordinamento regionale per l’Economia Solidale Emilia Romagna, che raggruppa una quindicina di soggetti, e la compagnia Cantieri Meticci sperimenta il teatro come vettore di integrazione interetnica, facendosi apprezzare in tutta Europa. Bologna è Bologna soprattutto a cavallo del 25 aprile. Per l’anniversario della Liberazione, la città diventa una festosa roccaforte della memoria antifascista.

L’associazione Venti Pietre e Possibile hanno preparato quest’anno una giornata dedicata alle nuove forme di resistenza e alla riconciliazione nel Mediterraneo. Siamo in via Marzabotto 2, sabato 23 aprile, in una struttura industriale disegnata da Pierluigi Nervi ed ora recuperata alla vita associativa. L’edificio è stupendo, una navata unica che evoca il movimento, anche se versa in brutte condizioni e necessita di lavori. Gli amici della Casa del Popolo ci mostrano una parte che è stata affidata loro, e subito riconosci la mano dell’ingegnere geniale. Ci sono molti volontari, molto spirito di impegno civile e voglia di fare, è l’anima forte della buona gente, solidale e attenta ai diritti universali. «Richiamando i valori che hanno mosso tutti coloro che hanno lottato e sono morti per lasciarci un paese più libero e degno, è importante anche oggi fare una riflessione che prenda in considerazione da un lato la ri-nascita di movimenti neonazisti e ultra-nazionalisti in molti stati europei e, dall’altro, quelle che invece sono ora le nuove forme di resistenza. Cercheremo di farlo analizzandole in relazione ad una fase storica, quella odierna, in cui la crisi dei rifugiati, la recrudescenza degli scontri di potere nei Paesi arabi vicini, la contrapposizione sicurezza/libertà alimentata appunto dalla minaccia terroristica stanno scuotendo le fondamenta del concetto stesso di cittadinanza» recita il manifesto dell’evento. Sul piazzale della struttura, apre il mercato contadino di Campi Aperti, che offre exclusivamente prodotti biologici o a Km0, mentre vengono raccolte le firme per i referendum contro l’Italicum, per abolire il voto bloccato ai capolista e le candidature plurime, così come il premio di maggioranza e il ballottaggio senza soglia. Io firmo. Ci sarà l’europarlamentare di Possibile Elly Schlein a moderare il dibattito.

 

In quei giorni, la città e i dintorni pullulano di eventi per la Liberazione, tra marce, incontri, commemorazioni e itinerari. A San Pietro in Casale si tiene la classica festa al Casone del Partigiano. In via del Pratello, alla festa popolare si tiene addirittura Vegan In Art, per ricordare che anche gli animali devono essere liberati. Bologna ci tranquillizza per quello che ci ha sempre regalato. Eppure… Alla Bolognina, Occhetto annunciò la fine del Partito comunista e l’inizio del PDS, e a Bologna, questa domenica 19 giugno la città vota tra un candidato sindaco di un partito socialdemocratico che governa il Paese con i conservatori del NCD e un candidato della Lega Nord. Come è possibile? Per chi non frequenta le sue strade, è difficile immaginarsi che Bologna non sarà più rossa. Un fatto è certo, la Sinistra quale blocco politico e sociale compatto non esiste più, e diverse anime progressiste si agitano sulla scena della contesa per il primato culturale e l’affermazione elettorale. Anzi, più un arcipelago variegato di gruppi e formazioni che si rifanno alla Sinistra si agita, più le formazioni populiste anti-immigrati e anti-Europa sembrano acquisire i caratteri di partiti di massa che furono di quella Sinistra.

In un’interessantissima indagine del giornale tedesco Die Zeit su quella che definisce la nuova Internazionale di Destra[1], pubblicata pochi giorni dopo la disfida per la Presidenza austriaca tra Norbert Hofer e Alexander Van der Bellen, si rilevano le cose seguenti:

– i populisti sono i nuovi partiti di massa, incisivi, ben organizzati, attivi sui social media;

– gli ex-partiti di massa della Socialdemocrazia e della Democrazia cristiana cercano di contenerli usando argomenti di presunta «irragionevolezza»;

– i populisti impersonano la battaglia dei giusti contro la forza oscura dell’establishment, sacrificandosi contro di esso;

– i populisti si presentano come i difensori dei semplici e piccoli cittadini, die kleinen Leute, les invisibles et les oubliés, contro una globalizzazione che li ha impoveriti e costretti a vivere con risparmi che non fruttano più e senza pensione certa, circondati da crescenti masse di rifugiati in cerca di fortuna, ma assititi dallo Stato, e contro una classe politica autoreferenziale.

 

Ho ascoltato allora su Radio Radicale una parte del comizio mattutino della candidata a sindaco di Roma Giorgia Meloni il 3 giugno, ultimo giorno di campagna elettorale prima del primo turno di voto. La Meloni faceva una lista di misure da prendere in caso di vittoria:

– per risolvere il problema del degrado e della sporcizia, raccolta differenziata porta a porta, duemila nuovi mezzi per l’Azienda municipalizzata, e una campagna di mobilitazione popolare per ripulire la città;

– per facilitare la vita a famiglie in cui papà e mamma sono costretti a lavorare in un mercato occupazionale sempre più difficile, asili – nido condominiali autogestiti e solidali, e preferenza ai romani in tutte le graduatorie dei servizi sociali;

– per le aree verdi, gestione ai cittadini e alle associazioni di Villa Pamphili con aree ludiche, orticoltura ecologica e mercati contadini, sottraendola così anche all’abbandono e al degrado sociale, e sostituzione edilizia invece di nuovo consumo del territorio;

– contro la corruzione, commissario comunale indipendente e controlli severi e serrati, e per i servizi pubblici, holding di tutte le municipalizzate non quotate in borse;

– per combattere la radicalizzazione, chiusura delle circa cento moschee aperte illegalmente in case particolari e tutela degli edifici religiosi musulmani autorizzati.

C’è molto di chiamata a rimboccarsi le maniche rivolta ai cittadini, molto di sociale ed ambientale, molto di riappropriazione cittadina degli spazi e naturalmente, per un partito di destra, preferenza agli indigeni. Un programma così, se sei contro l’establishment, i partiti abituati a gestire il Potere e a tutelare i grandi interessi corporativi, lo voti; oppure voti quello di un’altra formazione di rottura, come il Movimento 5 Stelle (M5S). Quando vivevo in Egitto, alle prime elezioni libere e democratiche successive alla caduta di Hosni Mubarak, il partito dei Fratelli Musulmani ottenne la maggioranza relativa.Tutti in Occidente ne furono scandalizzati. Chiesi a un egiziano, una persona comune, le ragioni di quel successo, e mi rispose: «Perché avremmo dovuto votare i progressisti o i liberal, come dicono in America? Il partito di Mubarak era questo, e voi lo lodavate, e invece ha rovinato il Paese». Vedete come cambiano le percezioni, se tu vivi in strada o ti cimenti solamente in elucubrazioni di scienza politica?

 

Prima di squalificare gli avversari accusandoli di populismo, facciamoci delle domande. Il populismo ha due definizioni:

– Atteggiamento o movimento politico tendente a esaltare il ruolo e i valori delle classi popolari;

– Atteggiamento demagogico volto ad assecondare le aspettative del popolo, indipendentemente da ogni valutazione del loro contenuto, della loro opportunità[2].

A Sinistra, si fa un uso immediato della seconda definizione, e si evita di indagare sulla forza di quelle formazioni determinata da un’attenzione per le classi popolari. Pensiamo a come sia stato inmediatamente squalificato alla sua apparizione il M5S dalla Sinistra italiana, concentrandosi sulle loro modalità di organizzazione e sottovalutandone i contenuti. Perché tanta ostilità, soprattutto a Sinistra? Lanfranco Caminiti scriveva: «Un punto è questo: la Sinistra italiana si identifica con lo Stato. Lo Stato è visto — sia in una lettura cinica, sia in una lettura progressiva e progressista — come il regno proprio dell’autonomia del politico e la barriera di civilizzazione contro l’immediatezza della società civile. Per contro, ogni attacco all’autonomia del politico — quindi al sistema dei partiti, identificato tout court dalla Sinistra con le radici storiche del dopoguerra, con la democrazia italiana — è barbarico, pericoloso, di Destra, populista e via così». Caminiti aggiungeva che la forza del M5S consisteva in una coscienza civica dell’impegno, nell’intersoggettività, nella scrupolosità delle regole. «Altro che antipolitica, io parlerei piuttosto di iperpolitica, di arcipolitica» riprendeva[3], segnalando che questo movimento ricorda in alcuni tratti la prima Rete di Leoluca Orlando, il movimento dei sindaci, alcune battaglie radicali, o la Lega quando amministra(va) bene.

Noi a Sinistra, invece, che facciamo? Siamo divisi in partiti piccoli, disperdiamo le migliori energie creando nuove sigle politiche e colpiamo i nostri amici in nome della titolarità del Miglior Progressista, quando la gente a mala pena sa in che secolo sia vissuto Karl Marx e che la sua opera maestra si intitolasse Das Kapital. Qualche giorno dopo Bologna, sono stato a Messina, per un incontro all’università sui movimenti sociali nel Mediterraneo, organizzato dalla prof.ssa Lidia Lo Schiavo, e parlando con alcuni amici sono venuto a sapere che il sindaco pacifista Renato Accorinti, che venne eletto a sorpresa al ballottaggio del 2013 superando di pochissimi voti il candidato del PD, liberando la città dal dominio soffocante delle famiglie storiche, è ora criticato da una parte dei movimenti sociali e degli attivisti locali, che ne chiedono le dimissioni a causa di errori amministrativi e di programma politico (stipendi ingiustificati o conflitti di interesse di assessori, scelte di tecnici contestate, pressapochismo su questioni cittadine[4]). Per uno che non era abituato al terreno scivoloso della Politica (sto parlando di Accorinti), deludere rispetto al proprio programma di riforma radicale di una città devastata dagli interessi di fazione e di clan, è stato facile. Da non messinese, la diatriba mi ha lasciato però perplesso: chiedendo le dimissioni di un governo positivamente anomalo e non allineato, non rischiamo di riconsegnare la città alle stesse fazioni e agli stessi clan del passato? Senza nulla togliere alle ragioni sostanziali della frattura messinese, non resta da rilevare che, di nuovo, la Sinistra si divide.

Non è solo, però, questa animosità che ha reso la Sinistra incapace di trasformare e convincere, ma anche il fatto di aver abbandonato la gente comune, die kleinen Leute. Ricordo che Lech Walesa, ai tempi di Wojciech Jaruzelski, quando ancora non era quello che diventò, poiché gli spazi della dialettica politica erano soffocati dal regime, saliva sugli autobus urbani per fare comizi alla classe operaia, alla gente comune, come oggi fanno i nomadi o gli immigrati illegali per raccogliere qualche monetina. Questa è la Sinistra che manca, quella che va nei posti più normali e reconditi, che ingaggia conversazioni infinite con chi incontra per strada[5], che risocializza angoli di città in cui non ci si parla più, che mescola la riflessione politica con la pratica del lavoro di quartiere, e che vince la paura del futuro e del diverso, di cui troppa gente ormai soffre, condividendo la loro quotidianità. E questo, con il rischio di essere definiti populisti. Lech Walesa, salendo sugli autobus per aizzare il popolo, si comportava da populista;  nel giro di pochi anni, però, ha traghettato il suo Paese verso la democrazia.

Firenze, 17 giugno 2016.

 

[1] AA VV, «Die rechte Internationale», Die Zeit, n. 23, 25 maggio 2016.

[2] Fonte: Dizionario online del Corriere della Sera.

[3] Lanfranco Caminiti, «La Sinistra e Grillo: Perché questa ostilità?», in Gli altri – La Sinistra quotidiana, 22 febbraio 2013.

[4] Palmira Mancuso, «Caro Antonio, ti Mazzeo… e il nuovo esperto lo sceglie De Cola», in Messina Ora, 19 gennaio 2016.

[5] A proposito dell’ingaggio, Damien Lanfrey così giustifica il successo del M5S: «Prima di tutto è, come sempre, una questione di ingaggio con la cittadinanza. Uso la parola ingaggio, e non partecipazione, perché si associa meglio all’idea di coinvolgimento prolungato, continuato, quello che è realmente efficace sulla gente, spiegherebbe qualunque studioso di azione collettiva. […] Un legame costruito fianco a fianco, sul campo, con il mondo dell‘associazionismo e tanti gruppi di attivisti che, tradizionalmente associabili ad un ecosistema di Sinistra, hanno trovato nel movimento un supporto credibile, duraturo e spesso strategico» (Damien Lanfrey, «Non c’è web senza piazza non c’è piazza senza web. Il M5S e lo schema indignados, riveduto e corretto», in Corriere della Sera, 1 marzo 2013. L’autore è ricercatore alla City University di Londra.

Fuck Humanity!

Aleppo2Fuck Humanity. [Signed] Aleppo, April 28, 2016. This is what someone wrote on a wall of Aleppo while the recent bombing campaign of al-Asad’s regime was going on without hesitations, with the backing of Russia, after having buried the ceasefire and started doing what they have always wished to do: annihilate people to win territory. Barrel bombs, one after the other, missiles on the city’s districts controlled by the revolutionary forces. Fuck Humanity. This is the only comment we deserve.

While European newspapers were denouncing the massive attack of the dictator against Aleppo, many Italian newspapers were busy reporting on local elections to be held in Rome next June, when Conservatives will converge on a unified candidate. Nice subject! In the meantime, Juventus was celebrating the conquest of the 2015-2016 National Football League on April 25, and another share of newspapers was absorbed in it. Others were busy celebrating April 25, 1944, Italian Liberation Day from the Nazi-fascist yoke. Remembering a struggle for freedom fought seventy years ago, while ignoring contemporary Nazi-fascism, is odd, stupid and dishonest. Then, attention converged on the Formula 1 Grand Prix held in Russia on May 1, and there was again little time to care about Arab victims.

Syrian activists, who do not have godfathers left, and are scattered around the world, decided to use one of the few weapons left: Facebook. They started making the social media profiles red. And people followed. When I met Mohammed Abdullah in Zagreb, on May 2 – he was wearing a red shirt as well – he explained me what most of people do not know: the red colour does not stand for blood, though the Syrian towns under al-Asad bombing or siege are spilling blood daily. The red colour stands for love, love for humanity and for Aleppo, because Aleppo is the place where Syrian couples in love used to go celebrating San Valentine or Honeymoon. Syrian activists also asked Mark Zuckerberg, the founder of Facebook, to speak out for Aleppo; they are still waiting for an answer. Mohammed is famous for being a revolutionary and a war reporter; he was the last war reporter to leave the Syrian field. Half Alawite and half Circassian, he has been injured five times, witnessed the Ghouta chemical attack of the regime in August 2013, when more than 1,500 people were killed by Sarin gas, and himself escaped intoxication by a hair’s breadth. He lives now in Belgium, since a couple of months, and wishes to return to Aleppo to defend the revolution, once he will be recovered after all those medical treatments which do not let him walking properly yet. Fuck Humanity.

Nobody cares about Syrians struggling for freedom and escaping a factory of death regime. Nobody cares unless they reach their nation borders. Then, they start caring, but to defend themselves from refugees. Syrian resistance and opposition are asking for protecting people from bombs, are asking for a no-fly zone, and nobody cares. We keep selling weapons to every repressive fellow country, including Israel, Egypt, Saudi Arabia, or Iran, but we do not have the decency to defend the imposition of a no-fly zone. The regime is bombing hospitals, and is going for a military solution. And we watch at a distance drown in our moral and political misery. We do not even talk about it, emotionally taken by our electoral disputes, absorbed by our repetitive consumption rituals, and distracted by onanistic talk shows. And despite that: while the Syrian regime shows the most brutal side of Politics and Power, practices of self-management and local democracy are emerging in opposition-held areas, and anti-government rallies have taken back the streets during the ceasefire.

And us? What about us?

We have to interfere. More than 200 parliamentarians from the UK, France, Germany, the Netherlands and the European parliament have asked their governments to set up airlifts to the Syrian towns under siege, using the air force already deployed in the region to fight the Islamic State[1]. Dropping food and medicines instead of bombs without hesitations would be a strong political signal that Europe starts caring and taking steps forward. And it would be the real strong first step to stop the dictator’s military campaigns. And to reconsider the out-of-focus anti-Daesh campaign.

I have learnt something about Daesh last week. Spyros Sofos, of the Lund University’s Center for Middle Eastern Studies, gave a lecture at Subversive Festival, Zagreb, explaining the making of Being a State by the Islamic State. There, every act is studied in details in order to convey the message that the Caliphate is taking roots. One of the most appealing delivered messages is the physical destruction of the land borders between Iraq and Syria, an entrenched line of dirt which used to separate the vast territory of the two states, and whose removal represents the end of the Sykes-Picot Middle East order. “The Islamic State is the only one who has been able to challenge the colonial order and reinvigorate the dream of unity between Muslim people”. That is the message, a powerful one, a matter of fact of historical significance[2]. An equivalent significance, this time of religious nature, conveys the public destruction of historical heritage with human features such as sculptures, and Spyros has shown how such an operation has been orchestrated at the Mosul archaeological museum.

During Sofos’ reading, a lady asks the floor and protests what she calls an aesthetic review without getting to the political arguments: who supports the Islamic State? And Spyros lists all what he knows about the beneficiaries of it. First of all, the Syrian regime, who buys cheap oil from them to distribute it in the regime-held areas and thus prevent further popular discontent. The regime keeps paying employees running energy facilities such as power stations and hydrological infrastructures in the IS-held areas, so that they serve the networks operating in both IS-held and regime-held areas. It is a full functioning cooperation! So, no surprise that the regime does not bomb IS-administered towns. No surprise that Palmyra has been retaken by the regime following an agreement with Daesh in exchange of trade benefits (oil and fertiliser)[3].

The lady calms down. Mohammed Abdullah, the day before, had explained who kills whom in Syria with an impressive and detailed infograph based on the well respected Syrian Network for Human Rights’ data:

– In nine days, from April 20 to April 29, 2016, 147 civilians killed by the al-Asad-Russian offensive on Aleppo,

– 2011-2016: Who is killing civilians in Syria[4]? 94,7% is the Syrian regime, followed by the rebels (1,5%), and the Islamic State (1,1%),

– 2011-2016: Who is killing women in Syria? Regime: 90,9%; rebels: 3,5%; followed by other players,

– 2011-2016: Who is torturing civilians to death in Syria? Regime: 99,5%; Islamic State: 0,2; rebels: 0,1%,

– 2011-2016: Who is killing media activists in Syria? Regime: 89,4%; Islamic State: 4,9%, rebels: 2,2%,

– 2011-2016: Who is killing physicians in Syria? Regime: 90,8%; rebels: 3,1%; Islamic State: 3,1%.

At Subversive Festival, I have met also a Russian female professor, Nina Belyaeva, teaching at the Moscow Higher School of Economics. I was too much interested to talk to her, and grasped the breakfast opportunity to seat besides her. Then, I asked her whether there are people in her country opposing Russian aggression in Syria. “Of course there are!” she replied. “As much as there is opposition against Russian military campaigns in Georgia, or Ukraine”. “The matter is very simple: reclaiming colonial grandeur through military campaigns to keep the hold on power”. Professor Nina talks about Putin, Russia’s president: “Why do you look for complicated analyses? The man is basic, primitive. He uses old methods to keep power. He is a short man, and he is scared of being less than others!”.

We are in the hand of obsessed people, and the world turns the back to people condemned to death, or gets lost in preserving material privileges. Fuck Humanity. Poor lost humanity, miserable fucked humanity.

 

[1] “European politicians call for urgent airdrops to Syrian towns under siege”, paxforpeace.nl, April 29, 2016. The open letter is an initiative of The Syria Campaign, Heinrich Boell Foundation, Crisis Action and Pax. German weekly newspaper Die Zeit covered the news on the first page of its May 4, 2016 edition.

[2] The 1916 Sykes–Picot Agreement was a secret agreement between the United Kingdom of Great Britain and Ireland and the French Third Republic, with the assent of the Russian Empire, defining their proposed spheres of influence and control in Southwestern Asia, should the Triple Entente succeed in defeating the Ottoman Empire during World War I. It defined the borders of Iraq and Syria, prepared the ground to the current conflict between Israel and the Palestinians, and denied the accomplishment of the Arab aspiration to a national homeland.

[3] Stuart Ramsay, “IS Files Reveal Assad’s Deals With Militants”, Sky News, 3 May 2016.

[4] Numbers documented from 15 March 2011 to 1 March 2016.

Inside Italy: «Tra Sassari e Olbia: i nemici, non sono i forestieri»

BerchiddaL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Avevo appena lasciato la Sardegna, dove mi ero spostato sulla direttrice Sassari-Olbia per ben quattro volte in tre giorni, tre volte percorrendola in treno, e una volta in auto. Sto parlando della Statale 597 Sassari-Olbia, la cui lunghezza è di circa ottanta km, e che è destinata a diventare una superstrada a quattro corsie, la cui costruzione è stata affidata a otto società diverse per otto rispettivi tronchi: quasi a calmare gli appetiti di diverse cordate, pensavo mentre Andrea Demuru ed io stavamo percorrendo la Statale da Olbia verso Berchidda. La strada è un colabrodo di lavori, entri ed esci tra nuove e vecchie corsie, e devi fare attenzione alle repentine riduzioni di velocità. Quando Andrea si lamentava delle condizioni di viaggio, conseguenza della gestione rocambolesca dei lavori di allargamento dell’arteria, non davo più di tanto peso alle sue invettive.

Sarà una notizia che apparirà sui giornali due giorni dopo il mio rientro dal nord della Sardegna che darà ragione di quelle valutazioni. Diciassette persone agli arresti per corruzione nell’assegnazione di lavori pubblici: al centro degli interessi, la Sassari-Olbia, finanziata con i fondi per il G8 previsto nel 2009 a La Maddalena e poi dirottato a L’Aquila. Almeno due dei lotti della Sassari-Olbia, aggiudicati rispettivamente per un importo di circa 71 milioni € e di 57 milioni €, ricadevano in un sistema di gestione clientelare delle gare pubbliche; le imprese aggiudicatarie hanno confessato di aver versato 300 mila € cadauna in tangenti. Nel rapporto degli investigatori è scritto che era prevista una ulteriore tangente di 800 mila € per politici e funzionari pubblici corrotti, mascherata con un contratto fittizio per prestazioni professionali di vario genere[1]. Arrestato anche il vicepresidente del Consiglio regionale sardo, Antonello Peru, di Forza Italia, che era uno degli uomini di punta della cupola. L’inchiesta «Sindacopoli» era partita l’anno scorso, e gli inquisiti sono circa un centinaio. Dicevo, avevo appena lasciato la Sardegna quando ho letto questa notizia. Non so cosa pensiate voi, ma io mi fido più delle indagini della magistratura che dei pronunciamenti della classe politica.

Naturalmente, i tempi dei cantieri si sono allungati, e così Andrea ed io siamo arrivati a Berchidda passando a singhiozzo dai 30 ai 90 km/h, e viceversa. Berchidda è un piccolo gioiello, posto ai piedi della catena del Limbara, a 300 metri s.l.m., con vigneti e pascoli nella valle sottostante, e querceti e sugherete alle spalle. Le rocce granitiche del Limbara formano sculture addentellate sulla cresta della montagna, che mi fanno pensare alle immagini storiche del Resegone, descritto nei Promessi Sposi: «…dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega» scriveva Alessandro Manzoni. Uno dei denti del Limbara sta su alcuni terreni della famiglia del mio amico Andrea. Rendiamo visita a un contadino e alla sua vigna, poi andiamo a filtrare il vino novello in un altro appezzamento. La sera, visiteremo il Muvisardegna, il museo del vino ovvero l’enoteca regionale, che sta posto sopra il paese, abbarbicato alle pendici della montagna, dove proprio quel pomeriggio si erano sfidati i piccoli produttori locali in un concorso per il vino il migliore. La strada a quattro corsie non ha ancora raggiunto Berchidda, il rumore del traffico dalla valle è contenuto. I berchiddesi invocano la strada, io spero però che non avvolgerà questa valle con il suo ronzio incessante come l’Autobrennero ha fatto in Valdadige.

Anche la stazione dei treni di Berchidda è nella piana, e ormai non ci lavora più nessun ferroviere. Neppure una macchinetta per i biglietti ci sta. Anni fa, raccontano quelli del posto, era frequentatissima, ed ora non più. Se ti dimentichi di fare il biglietto nel bar del paese, come è capitato a me, è meglio che ritorni su a farlo perché in carrozza ti multano con una soprattassa. Alle littorine vecchio stile si alternano dalla fine del 2015 anche dei treni veloci, modello Pendolino, ma le linee sono sempre le stesse, e la riduzione dei tempi di percorrenza è ancora poco rilevante. «Si fermano per guasti così spesso» racconta un berchiddese «che in tanti (sindacati compresi), chiedono di rimettere in esercizio le vecchie littorine!» Berchidda si è fatta conoscere al mondo per il jazz grazie a Paolo Fresu, il noto musicista originario di qui che lanciò nel 1988 il festival Time in Jazz, che ogni estate richiama migliaia di spettatori. La musica invade luoghi diversi: la grande arena allestita nella piazza centrale di Berchidda, teatro dei concerti serali, ma anche i boschi del monte Limbara, le chiese rupestri nelle campagne del paese e degli altri centri in cui il festival fa tappa, siti di particolare significato storico o naturalistico, o rappresentativi del tessuto socio-culturale locale.

La sera prima, ero stato a Uri, un paesino non lontano da Sassari, dove l’associazione Mine Vaganti NGO teneva Green Power, un progetto Erasmus Plus di scambio di giovani europei sui temi di ambiente e sviluppo. Posto sulla strada per Alghero, Uri si è fatta conoscere meno di Berchidda, ma è circondato da molti nuraghi, e si difende promuovendo la sua produzione tipica, il carciofo: la sua sagra del carciofo tenuta in marzo accoglie visitatori da tutto il contado, e quest’anno, grazie al progetto «Rural Eu», ha coinvolto partner da Lettonia, Ungheria, Romania e Malta, in nome della valorizzazione dei prodotti locali. Anche Mine Vaganti NGO, portando quarantotto giovani per due settimane, fa girare l’economia locale. L’organizzazione, promossa da Roberto Solinas, Maria Grazia Pirina e Carlo Massei, mi aveva portato a Sassari a presentare il libro nel Centro giovani di piazza Santa Caterina, che hanno in gestione da circa un anno, nel cuore della vecchia città. Il Centro accoglie quotidianamente giovani di età compresa tra i 13 e i 29 anni che utilizzano la struttura per effettuare ricerche scolastiche, attività di studio e svago, corsi di lingua. Hanno aperto anche una sala musica per prove e registrazioni, ma l’insonorizzazione non è completa a causa di un portone in legno massiccio che lascia passare i suoni, e il vicinato si è lamentato. Per la musica si dovrà ancora aspettare un poco, ma intanto i nostri si danno da fare tra progetti europei e gioventù locale, e cercano di aggregare giovanissimi che non avrebbero altrimenti uno spazio che non sia commerciale in cui incontrarsi. Quando parliamo di Mediterraneo, oltre a studenti e professori dell’università, come il prof. Piero Sanna, vi sono anche degli alunni di media con i loro super-telefonini…

A cena a Uri, mentre i giovani Erasmus Plus stanno cenando a parte nel salone del ristorante La ciurma, parliamo della Sardegna. Maria Grazia, che ha studiato storia dell’arte, descrive la ricchezza di manufatti archeologici ereditati dalla civiltà degli antichi sardi:  i nuraghi, costruiti in particolare nell’ultima parte del II millennio a.C. nell’Età del Bronzo, un vero e proprio sistema di difesa che interessava tutta l’isola, poi i villaggi costituiti da capanne di forma circolare, le tombe dei giganti, i dolmen e i pozzi sacri. «La Sardegna è una terra ricca di storia, dove gli antichi custodivano le ricchezze dell’isola» racconta Maria Grazia. «La nostra è una comunità di piatti di terra, non di mare» aggiunge Roberto «una terra che ha diffidato del mondo esterno e dell’autorità, che era sinonimo di oppressione» aggiunge. Parliamo della storia di quella ragazza di Orgosolo che si era innamorata di un carabiniere, e che per poter stare con lui, dovette lasciare il paese.I giovani di Mine Vaganti NGO fanno esattamente l’opposto, e portano stranieri nella loro isola per dare alla propria gioventù una possibilità di aprirsi.

A Berchidda, intanto, Andrea Demuru apre con la primavera una nuova attività di affittacamere, ristrutturando due vecchie proprietà nel borgo storico, a pochi metri dalla piazza principale, e scommette anche lui sull’apertura al mondo della sua bella terra. Quando saliamo sul terrazzo sopra il tetto dell’edificio, la vista è mozzafiato: la valle pianeggiante ai piedi di Berchidda è verdissima, così lo sono le montagne che la circondano. Andrea vorrebbe crearvi uno spazio semiaperto per i visitatori. «Non farlo» faccio io «ai visitatori stranieri piacciono gli spazi aperti». Aprirsi ai visitatori perché apprezzino i tesori di questa terra, e chiudere le porte a una classe dirigente clientelare e corrotta, è questa la doppia sfida da vincere.

Non ci sono solo gli appetiti attorno alla Statale 597 da circoscrivere; anche Olbia ha le sue razioni di cemento, come quello che servirà per governare il rischio idrogeologico, dopo le alluvioni del novembre del 2013 e dell’ottobre 2015. Vogliono allargare i canali e fare vasche di laminazione all’interno della cinta urbana: tanto cemento su un’estensione di aree irrigue di oltre 45 ettari. Per lenire il pericolo è stata stimata una spesa di 125 milioni € [2], ma molti sono convinti che le opere non costeranno meno di 300 milioni €[3]. «Basterebbero invece due tratti di canali esterni, uno a nord, l’altro a sud, capaci di portare le acque eccedenti di piena in due rii (Padrongianus e SantEliseo); circa la metà delle acque che oggi si riversano nell’abitato non entrerebbero più ad Olbia, e si eviterebbe l’interramento dell’importantissimo porto di Olbia», spiega Andrea. Pare che una seria valutazione degli impatti ambientali dei lavori previsti non sia stata fatta. Una consultazione pubblica si è tenuta ai primi di aprile di quest’anno sul Piano comunale di gestione del rischio alluvioni ad Olbia, ma i giochi sono già stati fatti, e il Comitato per la salvaguardia idraulica di Olbia si è rivolto al Gruppo di intervento giuridico degli Amici della Terra di Cagliari e alla Facoltà di Pianificazione urbanistica, territoriale e ambientale di Venezia per cercare consiglio. La logica, purtroppo, non cambia: più le commesse affidate costano, e più cemento si utilizza nel cantiere, più fanno strada.

Queste sono alcune delle cose c he ho imparato da dei tenaci custodi della propria Sardegna, che rovesciano l’idea del sardo ottuso e sulla difensiva: i nemici non sono più i forestieri, ma un ceto locale corrotto e senza scrupoli. Aprendo ad altre culture, cercano di arginare questo ceto, e di far rinascere l’attaccamento amoroso per la propria terra di cui hanno lasciato splendida traccia anche gli antichi sardi.

Zagabria, 4 maggio 2016.

 

[1] «Sardegna, arresti per appalti truccati: coinvolti esponenti politici, funzionari pubblici e imprenditori», in Repubblica.it, 5 aprile 2016.

[2] Fonte: Elena Mascia, 17 febbraio 2016, Sardegna Reporter.it.

[3] Vedasi ad es. M. Orrù, «Progetto Mancini. Pili a Olbia: “Giovannelli fermati!” », in Olbianova.it, 18 settembre 2015.

Inside Italy: «Di ritorno da Napoli, aspettando il referendum!»

Trivelle napoliL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Vi racconto di una giornata passata a Napoli, la città più imprevedibile e generosa d’Italia. Al Complesso Universitario di Monte Sant’Angelo, con il prof. Renato Briganti, docente di diritto costituzionale, parliamo di democrazia e Medioriente. Oggi, 21 marzo 2016, l’Università Federico II ha sospeso le attività didattiche e indetto un’assemblea generale in nome dell’iniziativa «Per una nuova Primavera dell’Università», promossa dalla Conferenza dei rettori delle università italiane per parlare di come farle rinascere nonostante i progressivi e lineari tagli delle risorse. Appellandosi all’articolo 33 della Costituzione italiana («L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento»), il prof. Briganti trova però il modo di avere un’aula ed un microfono di prima mattina, e gli studenti sono tutti presenti.

Informa il custode della lezione che tiene nell’aula A4 e chiede un microfono.

«Juventino!» dice ad alta voce il custode a un giovane collega «Trovami un microfono per il professore».

«Prendere un microfono da uno Juventino!?» scherza il professore «Mi vuole fare iniziare male la giornata?»

«Cosa vuole mai, Professò…» risponde il custode «È un bravo ragazzo, ma ha preso una brutta piega» (nota: lo dice in napoletano, ma io non lo so scrivere).

Così, il giorno in cui non si dovrebbe fare lezione, abbiamo centocinquanta studenti in aula e un microfono «sospetto»`per parlare di lotta per la democrazia e diritto all’autodeterminazione dei popoli.

Quando inizia l’assemblea dell’ateneo, alcuni studenti e ricercatori di veterinaria tengono una manifestazione davanti all’ingresso principale dell’edificio vestiti con un camice bianco, in segno di protesta contro l’inagibilità della loro sede. Qualcuno mi dice che vi sono anche quelli di fisica che denunciano i tagli alla ricerca. Nell’assemblea, introdotta dal rettore della Federico II dott. Gaetano Manfredi, in presenza di uno sparuto manipolo di studenti e davanti invece a numerosi docenti, ci si lamenta della carenza di fondi e investimenti, e si sottolineano le responsabilità altrui. Gli studenti sotto, i professori sopra, tutti denunciano, ma ciascuno mantiene le proprie posizioni, tranne quando ci si incontra al bar per il caffè di fine mattinata. Forse, fa parte del gioco.

Quando l’assemblea finalmente si conclude, ci infiliamo in macchina diretti alla pizzeria 110 & Lode e quindi alla sede di Mani Tese, in piazza Cavour, che si raggiungono penetrando i rioni storici della città. Non andremo in una pizzeria qualsiasi, ma in quella che ospita Salvatore Staiano, secondo classificato al Campionato mondiale della pizza 2015[1]. Fossimo in un’altra città, ci sarebbe una targa gigantesca all’ingresso, qui sembra un fatto scontato: un giorno vinci tu, un giorno vinco io. Dalle prossimità dei Campi Flegrei ,dobbiamo dunque prendere la Tangenziale di Napoli e, all’altezza di Capodimonte, scendere al rione Sanità. All’uscita dalla Tangenziale, paghi 95 centesimi di euro, anche se ci sei rimasto meno di cinque minuti. Consultando il sito della Tangenziale, scopro che il presidente è il signor Paolo Cirino Pomicino. Ve lo ricordate? Iniziò la sua carriera nella Democrazia Cristiana negli anni ’70, e si fece apprezzare per i metodi clientelari, al punto da subire quarantadue processi (lo dichiara nel suo blog), da cui è uscito indenne tranne che per due condanne penali[2]. Ora, presiede appunto la Tangenziale di Napoli.

Qualche giorno prima di partire per Napoli, avevo ascoltato l’intervento di Luigi De Magistris al lancio della sua campagna elettorale per la riconferma a sindaco, nel quale aveva dichiarato: «Abbiamo riaperto immobili chiusi da tempo grazie alla lotta dei giovani dei collettivi cittadini e dei centri sociali, abbiamo creato un’assessorato per i beni comuni, abbiamo lottato contro le privatizzazioni. Napoli è una città libertaria e solidale!» Com’è possibile che questa città abbia due anime così profondamente diverse, una clientelare e l’altra libertaria? Eppure le ha.

Attraversando il rione Sanità, Renato ed io parliamo di Camorra e guerre di successione. Un quartiere simbolo dell’emarginazione, dove non passi mai, ci entri per andarci; se però ci vai, non puoi fare a meno di passare a fianco della casa di Totò, Via Santa Maria Antesaecula.

Vi ricordate quel film, in cui un politicante dice a Totò:

«In Parlamento, tre voti possono essere determinanti per salvare un governo. Ora, noi applichiamo il do ut des».

«Ma no!? Perbacco, e chi l’avrebbe mai pensato!?» fa Totò.

«Io ti dò tre voti a te, e tu mi dai tre appalti a me!» risponde il politicante.

«Ma io so che il deputato deve fare gli interessi dell’elettore, di colui che gli ha dato la fiducia e il voto!» aggiunge ingenuamente Antonio La Trippa, alias Totò.

«Cose d’altri tempi, queste!» risponde il politicante sorridendo maliziosamente.

Esattamente: il film, Gli onorevoli, è del 1963. Cose di cinquantatre anni fa.

Alla sede di Mani Tese, parliamo di migranti, di beni comuni, di diritti negati, e ognuno dei soggetti presenti ha una cosa da raccontare: le ACLI, rappresentate da Gianvincenzo Nicodemo, con la sua battaglia giuridica e sociale per l’accoglienza senza discriminazioni, il Centro europeo di informazione, cultura e cittadinanza con il suo laboratorio esperienziale meticcio, la Notte d’Arte con la sua missione di coniugare recupero del patrimonio storico e culturale con le avanguardie artistiche di strada, e promuovere una cultura di pace. Modera Alfonso Gentile, del Movimento di volontariato italiano, e co-promotore dell’appello «Vogliamo una (ri)GENERAZIONE urbana e politica per la Città di Napoli», che mira a generare politiche nuove e a cambiare le pratiche e gli strumenti di decisione riguardanti il presente e il futuro di Napoli. Viene additato il decreto legge sulla casa Lupi (dal nome dell’ex-ministro di Infrastrutture e Trasporti) del 28 marzo 2015, n. 47[3], che a parte promuovere la svendita del patrimonio immobiliare pubblico (e fin qui siamo nella continuità), introduce una misura anomala, ovvero: «Chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge», mettendo de facto nell’illegalità e privando di molti diritti di cittadinanza decine di migliaia di famiglie impoverite costrette a vivere in immobili occupati abusivamente, pratica diffusa nel Napoletano. Tutti noi sappiamo che se non hai la residenza, non hai diritto ai servizi sanitari, né puoi iscrivere a scuola i tuoi figli, né puoi esercitare i tuoi diritti politici; e se sei straniero, non puoi accedere alla cittadinanza italiana. Questo provvedimento, sottolineano in molti quella sera a piazza Cavour, rappresenta un tradimento del principio di accesso ai diritti voluto dai padri costituzionali, che seppero saggiamente distinguere l’accesso ai diritti dalla residenza, che è una funzione economica. Questo stravolgimento repentino, denunciano i presenti, avviene in nome del primato della proprietà privata e della necessità di difenderla ad ogni costo, anche se ciò dovesse andare contro la lettera della Costituzione. Il secondo comma dell’art. 42 dice infatti: «I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti». È napoletano anche un altro noto costituzionalista che si batte per difendere il principio costituzionale della funzione sociale della proprietà, il prof. Paolo Maddalena[4].

Qualche giorno più tardi, il 6 aprile, in occasione della visita del presidente del Consiglio Matteo Renzi a Napoli per un vertice su bonifica e rilancio dell’ex-area Italsider di Bagnoli, commissariata dal Governo nazionale, una manifestazione di protesta degenera in lacrimogeni e sanpietrini. Al concentramento c’erano i licenziati Fiat travestiti da Pulcinella, i comitati di cittadini di Bagnoli, i collettivi studenteschi e i centri sociali[5]. Chi fossero quelli col viso coperto che passarono alle maniere pesanti non `è dato sapere. Renzi risponderà al telegiornale dicendo: «Possono tirare sassi, lanciare lacrimogeni, ma noi andiamo avanti!» Si era dimenticato che i lacrimogeni li lanciano le forze dell’ordine. Il collettivo Bagnoli Libera, che da diversi mesi stava organizzando assemblee e iniziative perché il futuro dell’area sia deciso dagli abitanti del quartiere, ha dichiarato: «Diciamo no alla cabina di regia su Bagnoli che per noi è illegittima»[6]. Il presidente del Consiglio nega che vi sarà cementificazione, e assicura che elimineranno il più grande scandalo ambientale del Paese, ma perché dunque non si confronta con quei collettivi? Perché il Comune di Napoli è stato esautorato delle sue funzioni? Perché, durante la sua giornata, Renzi ha visitato il quotidiano Il Mattino, di proprietà del costruttore Franco Caltagirone?

Ho ancora queste immagini napoletane in testa, a pochi giorni dall’appuntamento con il referendum contro le trivelle di esplorazione e estrazione di idrocarburi off-shore che si tiene domenica 17 aprile. Ho in mente che le persone che ho incontrato a Napoli andranno tutte a votare, mentre il presidente del Consiglio ha invitato a astenersi dal farlo. Ed ho pensato a Totò e ai cinquantatre anni passati invano, all’idea che lo Stato difenda la proprietà privata e gli interessi dell’impresa privata anche a costo di rinnovare sodalizi sospetti, di depauperare l’ambiente e di acuire le tensioni sociali. Ho queste immagini, e mi sento di dire: anche se le ragioni del petrolio ci appaiono invincibili, andiamo a votare e pratichiamo il nostro diritto all’autodeterminazione, imparando dai napoletani!

Luciano de Crescenzo, napoletano verace, aveva un giorno spiegato com’è nato l’amore citando Socrate: Zeus aveva organizzato un grande banchetto sull’Olimpo, a cui erano stati invitati tutti gli dei tranne Penía, la divinità della povertà, che rimase seduta sulle gradinate esterne del palazzo del padre degli dei nella speranza di rimediare qualcosa. Al banchetto, Poro, il dio degli espedienti, ovvero dell’arte di arrangiarsi, esagerò nel bere e preso da un attacco di nausea uscì d’improvviso all’esterno per prendere una boccata d’aria, e cadde sulle gradinate. Penía lo assistette e si prese cura di lui, e lo fece così bene che naque una figlia: Afrodite, la divinità dell’amore[7]. In nome di questa meravigliosa congiunzione tra necessità e scaltrezza, in nome del diritto all’autodeterminazione, in nome del rispetto della nostra Costituzione e dei suoi strumenti di partecipazione politica, in nome di Totò, in nome della bellezza dei nostri paesaggi e per un mondo che non dipenda dal petrolio e dai suoi clienti, domenica 17 aprile andiamo tutte e tutti a votare.

Firenze, 15 aprile 2016.

 

[1] Competizione vinta da un cinese: ci insegnarono l’arte degli spaghetti, si prendono giustamente, dopo qualche secolo, meriti nell’arte della pizza!

[2] Un anno e otto mesi di reclusione per finanziamento illecito ai partiti nel Processo ENIMONT; due mesi di reclusione per corruzione patteggiate nel 2002 nell’ambito dell’inchiesta sui fondi neri ENI. Fonte: Wikipedia.

[3] Convertito in legge il 20 maggio 2014.

[4] Leggete di Paolo Maddalena Il territorio bene comune degli Italiani. Proprietà collettiva, proprietà privata e interesse pubblico, Donzelli editore, 2014.

[5] «Renzi arriva a Napoli, scontri e lacrimogeni sul lungomare, paura tra la gente», in Il Mattino, 6 aprile 2016.

[6] Guido Ruotolo, «Bagnoli, Renzi a Napoli: corteo di protesta contro il governo», in Il Secolo XIX, 6 aprile 2016.

[7] Aneddoto raccontato in L. De Crescenzo, Storia della filosofia greca – Da Socrate in poi, Mondadori, 2010.

Inside Italy: «I bergamaschi piantano tende»

IMG_20160215_070729L’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Don Emanuele Personeni mi riceve nella sua casa parrocchiale di Ambivere, a una decina di km da Bergamo. Vi vive con altri tre preti che tengono le parrocchie della zona: don Andrea Testa e don Alessandro Nava a Mapello, e don Gianluca De Ciantis a Valtrighe; la sera, però, dormirò da solo, perché si metteranno tutti in una tenda sul sagrato della chiesa. È la loro maniera di vivere il tempo della Quaresima. Coscienti che il prezzo del nostro benessere è la riduzione in miseria di altri esseri umani, lasciando durante quel tempo del calendario religioso la loro casa, i quattro preti vogliono mettere in luce le nostre responsabilità di fronte alla miseria del mondo, per non abituarsi a questo stato di cose.

Ricorda le modalità di battaglia politica dei rivoluzionari arabi e, evidentemente, i mezzi utilizzati dai rifugiati siriani per passare la notte durante il loro migrare. E su questo, i preti di Ambivere sono molto determinati, e per spiegare il loro gesto hanno scritto una lunga lettera ai parrocchiani, in cui in un passaggio si legge:

«L’Europa delle istituzioni scarica sulla buona volontà di molti volonterosi cittadini europei il compito di salvare le apparenze, riservando un pò di umanità a chi raggiunge sfinito le sue coste. Evita però di fare ciò che le spetta: rivedere le politiche economiche e la politica estera a partire dai diritti dell’uomo e dei popoli. Sicché, i poveri vengono assistiti per un pò, dopodichè vengono abbandonati al loro destino. O rispediti indietro o abbandonati nella giungla europea del traffico di esseri umani, dello sfruttamento lavorativo, della clandestinità. I poveri speravano che l’Europa fosse un luogo dove l’umanità venisse prima della cittadinanza, prima del benessere, prima delle differenze religiose, prima di ogni altra cosa. Si sbagliavano. Il pensiero diffuso è che la loro situazione non dipenda da noi – che abbiamo già i nostri grattacapi – e che in fondo i poveri siano la causa del proprio male. Al pari dei singoli Paesi europei, anche i diversi settori della nostra amministrazione statale scaricano sugli altri la responsabilità, adducendo confusione normativa, paventando rischi di terrorismo e brandendo contro i poveri la croniche insufficienze dell’assistenza ai cittadini italiani. […] Noi sacerdoti non possiamo rovesciare le sorti dei poveri. Però possiamo stare dalla loro parte».

Siamo nelle Prealpi bergamasche. Il Corriere della Sera riporta le reazioni disarmanti di alcuni parrocchiani:

«Buffonate» borbotta un pensionato «Che senso ha mettersi a fare i beduini?»

«È una ripicca, perché hanno girato per il paese a cercare chi volesse affittare le case sfitte ai profughi e nessuno ha accettato» commenta una signora.

«Se la pensano così perché non vanno a fare i missionari?» si chiede un terzo.

«Qui si fa troppa politica. Alla messa al Santuario si è parlato più di Israele e Palestina che della Madonna» protesta un quarto. «Mia moglie» racconta un suo amico «è tornata da messa e ha detto: se avessi voluto sentire un’ora di politica stavo a casa a guardare Ballarò.»[1]

Dicevamo, siamo nelle Prealpi bergamasche. È mai possibile che ben quattro preti siano diventati matti e abbiano scambiato la chiesa per un parlamento? Torniamo a quanto diceva quella signora. I preti, effettivamente, dopo che alla fine dell’anno scorso solo ventidue Comuni del Bergamasco su duecento e quarantadue avevano accettato di accogliere i profughi con programmi pubblici[2], avevano bussato a tante porte per proporre, su iniziativa della Caritas, l’accoglienza diffusa dei rifugiati, ma non hanno trovato nessuno disponibile ad accoglierli. Purtroppo, una delle risposte che registrarono suonò così: «Fate i soldi con i clandestini, travestiti da profughi». Fare il prete è un mestiere duro, se il prete rimette in discussione la propria comunità. E allora, hanno alzato la voce, facendosi però umili, perché si usano i poveri di casa nostra contro i poveri alla nostra porta. «A cominciare dalle Regioni fino ad arrivare a moltissime amministrazioni comunali la risposta è sempre la stessa: per loro non c’è posto. Le parrocchie e i cristiani bergamaschi non si stanno comportando meglio. Ci pensi la Caritas, dicono. Neppure l’invito dell’amatissimo Papa Francesco riesce a scuoterli» hanno denunciato. Dall’inizio dell’anno, infatti, la Caritas nazionale ha lanciato l’iniziativa Rifugiato a casa mia, ma su ventiseimila parrocchie in Italia solo 181 hanno aderito, mettendo a disposizione 1060 posti: «Il progetto prevede l’accoglienza di singoli o di nuclei familiari per sei mesi, attivando in famiglie, comunità e territori tutto quanto può fare integrazione»[3]. Mentre don Emanuele e gli altri dormivano nella tenda, io mi godevo la casa parrocchiale in solitudine. Nella dispensa, il cibo era o nostrano, o politicamente corretto, ovvero proveniente dal commercio equo. Mi sentivo un privilegiato.

Le difficoltà della missione dei nostri preti si riflettono nei numeri della politica. Sebbene la lista civica «Per Ambivere» vinse le Amministrative nel 2014 con il 62% dei voti espressi, mentre la Lega Nord si fermò al 37%, il radicamento nel Bergamasco di una formazione esplicitamente ostile agli immigrati è forte. Le tendenze di voto sono in crescita verso i grandi risultati della prima Lega[4]. I preti, però, sono fatti di stoffa antica, e alzano la voce in nome dell’umanità cristiana. Quando scrivo per email a don Emanuele un mese più tardi la mia visita, mi risponde da Idomeni, alla frontiera greca con la Macedonia: «Mi trovo in Grecia per capire la situazione dei profughi». Certo, un parrocchiano potrebbe controbattere: «Cosa va a fare un parroco in Grecia con tutte le necessità che ha la gente qui?». Dietro la chiesa parrocchiale di san Zenone, sale la passeggiata verso il santuario della Beata Vergine Maria del Castello. La mattina presto, lasciando le case di questo benestante paesino e superando il santuario, mi sono inerpicato sulle pendici prealpine tra boschi e vigneti e reso conto della geografia degli insediamenti della piana a occidente di Bergamo; un pullulare di lucine accoglie l’alba, è la Lombardia industriosa. Incrocio dei conigli selvatici lungo il sentiero, e a seconda del lato di costa di montagna che prendo sento o sfuggo all’olezzo che risale da una fabbrica di plastiche. In una viuzza storica di Ambivere, poco lontano dalla signora che tiene una drogheria vecchio stile, dove trovi dalla scopa alla passata di pomodoro, sta una pizzeria tenuta da degli egiziani. Sembra di stare in un luogo in cerca di identità, sospeso tra passato rurale e futuro post-moderno, e la tenda dei nostri preti pare l’Arca di un’alleanza frantumata in mille pezzi, che su una zona di frontiera temporale, forse spirituale, essi cercano di ricucire mettendosi nelle condizioni di un viaggiatore che non fa soste. «D’altronde, se il Papa va a vivere a Santa Marta, perché i preti non dovrebbero stare in una tenda?» si chiede don Emanuele.

Che alla santa messa si parli più di Palestina che di Maria, come diceva quella signora, in realtà, fa onore al santo a cui è dedicata la chiesa parrocchiale. La storia di San Zenone ha inizio nel II secolo dopo Cristo, a circa quaranta chilometri a nord del mar Morto, e più precisamente a Filadelfia d’Arabia (l’attuale Amman), dal nome di Tolomeo II Filadelfo, il re egiziano che l’aveva conquistata cinque secoli prima. Zenone faceva il soldato e combatteva per l’impero, guidato in quell’epoca da Diocleziano. Zenone si rifiutò di adorare gli dei pagani di Roma; perse le insegne militari e venne torturato e decapitato insieme a Zena, suo servo fedele. Siamo nel 304 d.C. I nostri preti, in onore della pace e della giustizia, hanno deciso da tempo di venerare il santo denunciando gli abusi che vengono perpetrati oggi in quella terra. Dopo l’operazione militare israeliana «Margine protettivo», che nell’estate del 2014 provocò la morte di circa duemila persone a Gaza e una settantina tra gli israeliani, soprattutto militari, i sacerdoti Emanuele, Andrea, Gianluca e Alessandro decisero di scrivere sul sagrato della chiesa i nomi delle vittime del conflitto, che avevano ottenuto dall’ospedale di Gaza, proprio a fianco del monumento ai Caduti di tutte le guerre di Ambivere.

Di certo, ben pochi di voi hanno sentito parlare prima di località come Ambivere, Mapello o Valtrighe. Della ragazzina Yara Gambirasio, però, avete sentito parlare. Yara era di queste parti; venne uccisa il 26 novembre 2010 di ritorno dalla palestra, ma il suo corpo senza vita venne ritrovato solo tre mesi dopo. Yara era di Brembate di Sopra, un Comune al lato. Il primo ad essere fermato fu guarda caso uno straniero, Mohammed Fikri, ma non era stato lui. Poi si pensò ad un rapimento camorristico legato alla ditta del padre, ed anche questa pista sfumò. Le cose cambiarono per caso, raccogliendo dati sul dna della gente del posto. Fu un indagine a tappeto, che inizialmente sembrò non portare a nulla, ma poi rivelò figli illegittimi e omertà sociale[5]. Con la storia di Yara, l’idea stessa dell’onore, il mito della buona famiglia, dell’onestà e della laboriosità sono stati messi in dubbio da una miscela esplosiva di tradimento coniugale e omicidio a sfondo sessuale. I Guerinoni, coinvolti nella vicenda, sono dell’Alta Val Seriana, simbolo fino ad allora di buoni costumi e lavoro duro per sfuggire alla miseria, che ha portato frutto con le industrie spuntate lungo il fiume Serio a partire dagli anni ’60. Ci vollero quasi quattro anni per rompere il muro del silenzio sull’omicidio di Yara, e nonostante questo, il caso non è ancora chiuso[6].

«Cos’ha rappresentato il delitto Yara per questa terra?» chiedo ai sacerdoti. «La morte della ragazza ha solo prodotto paura, irrazionalità, nessuna riflessione» dice don Alessandro con il senno di poi. «Siamo in un mondo consumato dal principio dell’Io, dal primato del piacere. Hai letto Christopher Lasch?[7]» mi chiede a sua volta. Don Emanuele, che ha a che fare con molti giovani,  mentre mi accompagna all’incontro con gli studenti del liceo Federici di Trescore Balneario racconta: «In terza media, non sanno ancora prendere in mano una scopa. Gli adulti non li responsabilizzano. SI concede ai ragazzi molta libertà senza richiedere una proporzionata responsabilità. Una libertà senza costi. Ma una libertà senza costi è una libertà senza valore. Il fatto è che gli adulti hanno paura di entrare in conflitto con i minori: il senso del paterno come introduzione alle leggi del mondo e ai suoi compiti è scomparso».

«Non è meglio così?» ribatto «Abbiamo sempre vissuto in una società dominata dalla cultura maschile».

«Attenzione: parlo del paterno, non di maschilismo» fa lui, alla guida della sua auto. E racconta di TH3Lab, uno spazio di coworking creato un anno fa da giovani di Trescore, dove offrono ripetizioni scolastiche, introducono alle professionalità nell’educazione e animano i quartieri. Tutto è nato da un gruppo di giovani, ma il paese non li segue. «Che tu faccia o non faccia, la società pare percepirti allo stesso modo!» commenta il prete, che aggiunge: «Dobbiamo dare pezzi di realtà ai giovani».

«Come fare per cambiare le cose radicalmente?» mi aveva chiesto un’allieva durante la conferenza al Federici, alzandosi dai gradoni dell’emiciclo. Si parla di lavoro, corruzione, Siria e rifugiati. Fanno domande. Possibile che siano semplicemente bollabili come pazienti affetti da compiacimento narcisistico? Se è vero che siamo figli dei nostri padri, gli adulti sono più che parte del problema. Da questo punto di vista, i nostri preti si devono sentire piuttosto soli. Hanno peccato di aver scavato in un vuoto crescente di senso, dove accanto all’egoismo individuale, di cui i pulpiti delle nostre chiese parlano con frequenza, hanno raccontato di relazione tra crisi finanziaria, lavoro in contrazione e precarietà diffusa, ingiustizia sociale crescente, cultura dell’odio verso l’immigrato e colonialismo occidentale verso i paesi vicini. Troppo per chi era abituato a che la laboriosità avrebbe tenuto insieme tutto e le cose sarebbero andate avanti per il verso giusto, grazie a Dio. Non è più il tempo. I preti si stanno già preparando a fronteggiare una stagione di cambiamenti repentini. La tenda è pronta per essere montata di nuovo.

Firenze, 9 aprile 2016.

 

[1] Fabio Paravisi, «Ambivere, Quaresima in tenda per 4 sacerdoti: “Come i profughi”», in Corriere della Sera, 16 febbraio 2016.

[2] Fonte: Associazione Nazionale Comuni Italiani, 18 novembre 2015.

[3] Alex Corlazzoli, «Bergamo, Quaresima in tenda per quattro preti: “Fare di più per i profughi”», in Il Fatto Quotidiano, 13 febbraio 2016. Il giornalista riporta che, secondo la Commissione nazionale per il diritto di asilo, nel 2015 79.000 persone hanno fatto domanda di asilo in Italia. Di questi, 23.000 sono stati accolti nelle diocesi italiane: uno su quattro dei richiedenti asilo ha trovato casa in una struttura ecclesiale, arrivando addirittura a uno su due in regioni come la Lombardia e la Basilicata, o uno su tre in Piemonte. Le grandi diocesi hanno reagito in modi diversi. Nell’arcidiocesi di Milano, con mille e quattro parrocchie, sono a disposizione 400 posti letto. Nella diocesi di Roma, che dispone di 334 parrocchie, sono stati accolti circa 170 migranti, neanche uno per campanile, e in quella di Bologna, con 416 parrocchie, si arriva a soli 30 posti letto.

[4] Vedasi: YouTrend.it, che registra un ritorno della Lega alle prestazioni del 2001 e 2006 («La nuova geografia elettorale del Nord», 5 marzo 2013). Alle Europee del 2014, la Lega Nord ottenne nella provincia di Bergamo il 20,5%, figurando essere il secondo partito dopo il PD.

[5] Solamente a metà giugno 2011 isolarono tracce di dna maschile sulle mutandine della ragazzina. Per trovare tracce di un dna compatibile, si dovette aspettare fino a settembre, quando il dna ricercato venne estratto dalla marca da bollo della patente di Giuseppe Guerinoni, autista, il quale era però deceduto nel 1999. Ci arrivano perché quel dna maschile rintracciato sugli indumenti di Yara porta a Damiano Guerinoni, frequentatore della discoteca Sabbie Mobili – situata vicino al campo dove rinvennero il corpo di Yara, ed i cui clienti erano pure stati sottoposti al test dna. Damiano è innocente, ma condivide con l’ignoto assassino il ceppo famigliare per via paterna. Le indagini sul dna della famiglia di Giuseppe non portano però a nulla, quindi si pensa a un figlio illegittimo. E il figlio illegittimo viene individuato in Massimo Giuseppe Bossetti, 43 anni allora, il quale non sa nulla della sua vera paternità. La madre, sposata felicemente, nega e poi nega di aver avuto una relazione extraconiugale, consumata ventenne quando era operaia in una manifattura di Valle d’Ogna, e frequentava un bar dove gli autisti si attardavano in attesa delle operaie. Massimo Giuseppe Bossetti viene incarcerato nel giugno del 2014, due giorni dopo aver identificato la madre tra tutte le donne con cui il Guerinoni era entrato in contatto a qualunque titolo nella sua vita. Fu un altro autista, amico del Guerinoni, a fare quel nome. Anche Ester, questo il nome della madre, due anni prima era stata sottoposta al controllo del dna, ma per qualche ragione, non era stato utilizzato. La ricostruzione è tratta da: Antonio Giangrande, Yara Gambirasio, il delitto di Brembate: Massimo Bossetti colpevole per antonomasia, 2016.

[6] Il processo è ancora in corso, il presunto colpevole non ha confessato. La scienza ha forse sbagliato? E se avesse sbagliato, chi diavolo sarebbe l’assassino?

[7] Christopher Lasch è sociologo, ed autore di La cultura del narcisismo, 1979.

Inside Italy: «Chi vincerà e chi perderà?»

SanSalvoL’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Pensavo che San Salvo fosse sul mare, ne ero convinto mentre scendevo dal treno alla stazione di Vasto-San Salvo, ed invece non lo è, ma lo è la sua appendice di San Salvo Marina. La stessa stazione è piantata in mezzo alla campagna. Ero stato l’anno precedente a Vasto, che pure raggiunge il mare attraverso la sua Marina, e non avevo realizzato che tutte le cittadine storiche dell’Abruzzo che scivola verso il Molise sono arretrate rispetto alla costa e profondamente radicate alla loro terra.

«Ora, però, la cittadina si sta sviluppando lungo la strada che porta verso il mare, e presto sarà una sola cosa, senza soluzione di continuità» dice Oreste Ciavatta. Oreste raggiunge la spiaggia con il cane ogni mattina in cui se lo possa permettere, e questa è una di quelle. San Salvo è l’ultimo comune abruzzese prima del Molise, la frontiera corre lungo il fiume Trigno. A pochi forse questa località dice qualcosa, eppure è una di quelle località italiane che, invece di perdere popolazione, la sta guadagnando, e se negli anni sessanta contava quattromila abitanti, e nel 2001 poco più di diciassettemila, ora ne conta già più di ventimila[1]. Ma cosa ha reso questo insediamento attraente finora? No, non è l’industria estiva del mare, ma l’industria tout court, o meglio l’indotto dell’industria automobilistica.

Vi è la Denso Manufacturing (ex-Magneti Marelli Manufacturing), la Robotec che produce accessori per auto, la Nippon Sheet Glass ex-Pilkington Automotive ex Società Italiana Vetro che fa i vetri delle auto, la Ilmet Vetro che fa componenti per vetri delle auto, la Girsud che fa parti di ricambio per carrozzeria di autoveicoli. È questa la fortuna metalmeccanica di un’industria del Mezzogiorno che ancora non è morta, e che è legata in parte anche alle commesse della Fiat di Melfi. Oggi il Comprensorio di Vasto-San Salvo – nonostante la riduzione dell’occupazione – appare come uno dei modelli più riusciti di industrializzazione. La crescita economica ha raggiunto un buon livello e l’occupazione nell’automotive tiene, seppur facendo ricorso a meccanismi di solidarietà[2]. Turismo, agricoltura e servizi hanno beneficiato del «volano» dell’industria.

I tempi, però, stanno cambiando, e la cittadina guarda un poco più al mare e meno a agricoltura e industria legate alla trasformazione del territorio e alle macchine. E questo guardare al mare non è solo in relazione con il turismo, per quello che può dare un tratto di costa adriatica come altre, bensì all’immigrazione. O meglio, all’accoglienza di chi arriva per fuggire miseria e oppressione. Di questo parliamo mangiando in una trattoria Oreste, Sergio ed io, dopo la presentazione del libro. Oreste si occupa anche di sociale ed ha cominciato a lavorare in questo settore grazie a Vincenzo Castelli e alla Comunità di Capodarco, rete senza fini di lucro nata a Fermo, nelle Marche, esattamente cinquant’anni fa, e che iniziando ad occuparsi di disabili, ha ampliato lo sguardo verso i poveri e gli emarginati in senso lato, lottando per una liberazione integrale di questi soggetti. Oreste ha creato la Akon Services / Sociale, si occupa di progettazione e di gestione di interventi sperimentali nel settore sociale. In questa veste, collabora con organizzazioni profit e non profit, con pubbliche amministrazioni, istituti di ricerca, scuole e università in ambito regionale e nazionale.

«Con l’accoglienza, cambia pelle una parte del tessuto ricettivo locale» mi spiega Oreste, che guarda con attenzione e prudenza l’esplosione del settore connesso all’emergenza sbarchi. È un consorzio, chiamato Matrix, il soggetto più importante che qui gestisce l’emergenza dell’accoglienza. Dal Napoletano, ha allargato la sua area di azione verso l’Abruzzo, riconvertendo strutture ricettive della costa e dell’interno per fare accoglienza temporanea. Ha rilevato un B&B nel centro di San Salvo, l’hotel Vittoria di Carunchio, un’ex-collegio religioso nella valle del fiume Trigno e l’agriturismo Il Bosco degli Olivi a Fonte Puteo per dedicarli all’accoglienza temporanea. Gestisce anche altri ex-alberghi, come a Torino di Sangro e Schiavi di Abruzzo[3], o nei pressi del casello autostradale di Vasto Nord[4]. In queste strutture, alloggiano gli immigrati dell’ultima ondata di arrivi in attesa di conclusione della procedura di riconoscimento del diritto di asilo. Se tutte le strutture ricettive non gettonate sparse sul territorio venissero riciclate nell’accoglienza, sarebbe un affare più che interessante, ma da monitorare costantemente[5].

Felicia Zulli mi introdurrà in occasione della presentazione del libro, la sera del 10 febbraio. Inizia quella sera un rassegna intitolata Have a Nice Book, a cui parteciperanno in serate successive altri autori.  Siamo al Centro culturale «Aldo Moro», un edificio enorme, con sala-teatro, sala-conferenze, biblioteca, spazio espositivo ed altre infrastrutture. È un complesso forse spropositato per la vita culturale di San Salvo. Bello, prezioso di questi tempi, ardito architettonicamente, una struttura in parte circolare, incassata sotto il piano strada. Un oggetto di quando i denari comunali erano abbondanti. Per tanti anni, la sua gestione è stata comunale, ma le potenzialità della struttura negli ultimi anni, con la riduzione degli organici comunali, non erano state utilizzate pienamente. Oreste, Felicia e gli amici di Akon ne hanno ottenuto la gestione alla fine del 2014 per cercare di ridargli vita. E da allora stanno cercando di far ripartire una nuova stagione socio-culturale. «Per noi, però, è ancora difficile, perché gli abitanti di San Salvo si erano allontanati da questo centro, per molto tempo trascurato nella sua vocazione di fabbrica di cultura» spiega Felicia. «Stiamo cercando di ridare al Centro la connotazione di spazio di cultura e partecipazione attiva per i giovani e le famiglie sansalvesi e del comprensorio». Ora il Centro ospita concerti, rassegne cinematografiche d’essai, eventi letterari, e laboratori teatrali e musicali. Quando proietto «Une histoire syrienne» di Samer Beyhum, mi si avvicina Pino, che stava alla cinepresa, e mi dice: «Dobbiamo far vedere questi film a più gente possibile. Dobbiamo sollevare le coscienze». Lui, è uno dei collaboratori del Centro.

Lo stesso film lo proietterò l’indomani al liceo Guglielmo Marconi di Pescara, di cui sarò ospite per iniziativa del regista teatrale Domenico Galasso; alla fine della proiezione, il preside del liceo, il prof. Florideo Matricciano, si metterà a piangere e dirà qualcosa di forte ai suoi studenti sul senso della vita, sulla necessità di uscire e liberarsi dai gioghi. «Lo vedi questo preside?» commenta Domenico «È  un preside illuminato! Anzi… Un illuminato che fa il preside!».  Siamo tutti della stessa generazione, e ci ricordiamo dell’occupazione studentesca degli inizi degli anni ’90, che andò sotto il nome di Pantera nera. A Domenico, viene in mente una poesia di Rainer Maria Rilke sulla pantera rinchiusa nella gabbia del giardino zoologico di Parigi, i cui sogni si spengono dietro lo scorrere continuo delle sbarre[6].

Soltanto a tratti si alza, muto, il velo delle pupille.
Allora un’ immagine vi entra, si muove
Attraverso le membra silenziose e tese
E va a spegnersi nel cuore.

dice la poesia a proposito della pantera. Avrei voluto incontrare uno degli operai del comparto metalmeccanico sansalvese per sapere cosa pensa del mondo che cambia, della sua industria che sopravvive, degli immigrati, del futuro dell’economia, delle idee che muoiono dietro le sbarre, ma non ne ho avuto l’occasione. Per me, è stata un’occasione perduta, e la colpa è mia. A San Salvo, mi sono reso conto con più chiarezza che vi sono mondi paralleli in movimento in molte delle nostre città e cittadine, e questi mondi non si incontrano, tranne che su un punto: non sanno chi vincerà e chi perderà nel futuro prossimo. Così, c’è chi punta sul risveglio culturale, e vive bene anche senza arricchirsi, chi è convinto che andremo sempre in automobile, e chi punta sul guadagno anche in nome dell’accoglienza. Non siamo tutti uguali in questa vita.

Pisa, 5 aprile 2016.

 

[1] Fonte: Dati ISTAT, ottobre 2015.

[2] Il Comune di San Salvo ha creato alla fine di febbraio 2016 un osservatorio sull’occupazione.

[3] Fonte: http://www.consorziomatrix.it .

[4] «Vasto, una cinquantina di profughi ospitati nell’hotel Continental», Il Nuovo Online, 30 giugno 2015.

[5] Faccio allora due conti pensando alla questione. La legge concede 35€ / giorno per ospite, ammontare che va alla struttura di gestione. Prendiamo un mese, immaginando che la struttura ricettiva funzioni a pieno regime con cinquanta posti-letto:

– due mediatori fanno 3.000€,

– due cuochi diciamo 3.600€,

– 3.000€ per le pulizie,

– i pasti non costano più di 3€ a testa, diciamo pure 8€/giorno/ospite, e dunque 12.000€ al mese,

– il resto è pocket money per gli ospiti, 2,5€/giorno/ospite, più una carta telefonica di 15€ una tantum, e dunque 3.750€ più 750€ al mese, ovvero 4.500€.

Il gestore riceve mensilmente 52.500€ (1.750€/giorno), ma ha una spesa di 26.100€. Ovvero, le spese incidono per circa il 50% sulle risorse disponibili. Facciamo pure che le spese mensili si aggirino sui 35.000-40.000€ per considerare il costo del lavoro della società di gestione, l’affitto della struttura, la fornitura di biancheria e abbigliamento adeguato alla stagione, i prodotti per l’igiene personale. Il margine di guadagno mensile sarebbe comunque tra il 35% e il 25%. Ci sono trecento e quattro comuni in Abruzzo, alcuni veramente infimi come quello di Fallo, con 133 abitanti. Le strutture ricettive sottoutilizzate sono molte e diffuse: insomma, un buon terreno di investimento. Per una stima sulla ripartizione media dei costi in una struttura, vedasi: «Presenze, costi, strutture. I numeri dell’accoglienza dei migranti in Italia», in Redattore Sociale, 27 novembre 2015.

[6] R.M. Rilke, Der Panther, 1903, traduzione di Gina Sfera.

Brussels, The Day After

BruxellesYesterday, once I heard about the terror attacks in Brussels, the first thing I did was to call a couple of very close friends to make sure that they were all right. In Europe, even someone who is not familiar with that city must know someone else there. One of my friends, passed by Maalbeek Metro Station 5 minutes before the deflagration took place… Sadness, a lot of sadness I had and still have with me.

Today, I have decided not to buy any newspapers. I feel uneasy with this second wave of bombings which has started with the obsessive media coverage of the attacks, continued with the pornography of pain, and ended in disturbing political declarations. «Europe is under attack. We are at war. It is a Muslim aggression. We have to counterattack against the Islamic threat». Deep throats are uttering messages of hate: fuck Islam, they must be expelled, and so on. Chaimaa Fatihi, one of my Muslim friends holding Italian citizenship, a prominent character in the Italian association of young Muslims, wrote yesterday on facebook:  «The media pillory has begun again. TV chains and newspapers begin to call us again, as if the terrorist act had already been claimed, but even if it were, why doing it now and not before? A few days ago there were attacks in Istanbul, Ankara and Bamako: why no one has he asked us about it? Why no television station wanted to know our opinion? And why talk shows have not been held on these as well dramatic and painful events?»

I hope Europe will react with wisdom and intelligence. Many thoughts cross my mind right now. I have the feeling that things are simpler than the way they are fabricated or narrated, if you go beyond the mechanics of terror attacks. The following ones come to my mind:

1) Intelligence at European level does not work, coordination does not work, it seems that national intelligence services are too jealous of their own information; we therefore need a European coordination strengthening the cooperation and inter-operability of national intelligence services. Belgium in particular needs it, being inexperienced in anti-terrorism and having a fragmented geography of police forces corresponding to the number of governments the country has due to its federal system. It won’t be easy to build up such a European cooperation framework, if we look at the way many countries are trying to remove the global refugees challenge by simply raising new physical and impassable barriers at their borders.

2) To those who claim that we are now at war, I would like to remind them that European countries have been at war for years, just think of Afghanistan, Iraq, Libya: indeed, right now we need instead a serious reflection on these conflicts, and wonder if the famous «war on terror» launched by the Americans after the Al Qaeda attacks of September 11, 2001, has not made ​​us more fragile and less safe. «War on terror» has been a remake of those colonial wars fought last century on Muslim soil, where people’s aspirations to self-determination have been squeezed by the intention of preserving Western economic interests.

3) The mother of contemporary Islamic terror, Al Qaeda, has largely made use of the Arab sentiment of frustration and resentment for the unsolved Palestinian cause. This serious wound will always fuel the feeling of revenge against the West for having bowed its head before the occupying Israeli powers.  Without change of European attitude against Israeli colonialism, Jihadism will benefit of moral legitimacy in many Arab eyes.

4) European friendship with counter-revolutionary regimes emerged in post – Arab Spring countries is indirectly facilitating the work of terror recruitment networks. If it has proved to be profitable for trade development and energy exploitation interests, European proximity to those regimes shows to be catastrophic for other purposes. Repression and illegalization of political Islam in those countries have exacerbated the readiness of many young people to go along a violent path of resistance. Only in Egypt, there are more than 40,000 political prisoners, the State has banned many Islamic movements, and it is using terror practices to eliminate dissent and opposition, while Europe closes its eyes in front of it.

5) The largest majority of Muslims are against violence and reject militant armed Jihadism in the name of Allah, but there is a social layer offering silence and connivance to terror networks in Europe. Muslim communities must share responsibility in exposing those networks, and non-violent resistance against radicalization in these communities must be supported, in order to isolate those who join terror organizations, and make them losing the respect of their own social environment. Moreover, such a development must go hand in hand with a consistent reversal of ghettoization, which has affected the districts of many Northern European cities: integration means offering the same services and opportunities to poor and rich neighbourhoods, if we do not want to have dozens of Molenbeek[1]-like districts, where Jihadist proselytism takes roots side-by-side with economic precariousness and social marginalization.

6) Returning foreign fighters are certainly a clear and material danger because they embody the paper of Islamic heroes and can connect the frustration of European Muslim youth with the weapons supply networks. They are thousands having combated in the field. Only from Belgium, more than 500 left to fight in Syria or Irak[2]. The response should be to set up programmes of reinsertion of those former fighters in society, not putting all of them in jail (should you catch them). You have to give them an opportunity to escape hell. After the 2011 Libyan revolution, a full programme of reinsertion with economic, social and psychological support measures was developed to absorb the militants who had taken up arms; its only partial application is one of the factors – by the way – behind the current instability affecting that country.

7) We have to practice the principles of French republicanism: « Liberté, Égalité, Fraternité». Not isolating and condemning all Muslims, not undermining our civil freedoms and our freedom of mobility, but practicing empathy so that our Muslim compatriots do not become the scapegoat of a new wave of hate, nor that a repressive distortment of our democratic societies takes place in the name of security. I am sure that the Belgian society, as open and plural and multicultural and dynamic it is, will find new reasons for rediscovering solidarity among its own citizens, mutual understanding and a sense of belonging to a common destiny.

8) And last but not least, we need a political solution to the Syrian civil war, but not at any price. Syria has so far paid the tribute of more than 400,000 casualties[3], and regime’s barrel-bombs still fall on Syrian cities, with or without Russian backup. The largest majority of those who lost their life have been killed because of the al-Assad regime’s policy of scorched earth[4]. The regime militarized on purpose the pacific uprising of 2011, the regime made what was in its hands to «islamize» the revolution in order to regain international legitimacy. An imposed peace with such a brutal and authoritarian government will never last. Refugees and Islamic terrorism have represented the two best secret weapons to sabotage the call of Syrian people for democracy and freedom. Nedal al-Najjar, a Syrian militant for human rights who escaped to Canada, says: «The West has turned the back to our call for dignity, and left us in the hands of our repressive dictatorship. Then the Islamists came and filled the vacuum»[5].  «Today we have to defend the human rights of all, tourists and innocent citizens as the populations that suffer indiscriminate bombing» declared the Italian Non-Violent Movement in a statement yesterday. I agree.

If Europe wants to go on war, it should start from within its borders, without giving up with its principles of pluralism, understanding and solidarity. The same principles that inspired the European integration process. And the war Europe must conduct outside its borders is to serve the right to self-determination of Arab and Muslim people, who are inspired by the same principles they believe Europe is built upon.

 

[1]  The Brussels’ neighbourhood where the organizers of the last French attack were hiding.

[2] N. Robins-Early, «Brussels Attacks Underscore Belgium’s Foreign Fighter Problem», The Huffington Post, 23 March 2016.

[3] Source: Syrian Centre for Policy Research, February 2016.

[4] The regime of President Bashar al-Assad has been responsible for 75 percent of the casualties in 2015, according to the Syrian Network for Human Rights.

[5] See the documentary movie Une histoire syrienne, by Samer Beyhum, 2014.

Inside Italy: «Partire, rientrare, e quell’aria dell’Outremeuse»

LIEGE2L’Italia che incontro attorno alle presentazioni di «Riscatto mediterraneo».

Liegi è una città attraversata dalle maestose acque della Mosa. Al centro, il fiume forma un’isola, su cui si trova il vivace quartiere dell’Outremeuse, l’Oltre Mosa. È in una delle vecchie case del quartiere che ha la sua sede L’aquilone, un’associazione creata dagli immigrati italiani, soprattutto provenienti dalla Sicilia. Mentre i volontari preparano il salone per adibirlo a trattoria, come è d’uso ogni fine-settimana, è già possibile visitare la mostra fotografica sugli abitanti dell’Outremeuse, che si sviluppa lungo le pareti del salone. Un panorama di razze, colori e mestieri differenti si offre davanti al visitatore. Di questa commistione che facilita il sentirsi isolani, sebbene nel centro di una grande città, L’aquilone è il figlio legittimo, e non potevano che essere delle persone originarie di un’isola molto più grande a concepirlo come il luogo dove coltivare un’identità plurale. All’ingresso del cortile interno che ospita l’associazione, il palestinese Mājid sta aiutando a sistemare il locale facendo lavori di falegnameria. Ha sentito che presenterò un libro sul Mediterraneo e mi ferma per interrogarmi. È originario di Gifnā, un villaggio prevalentemente cristiano situato nella valle sottostante Bīrzeit, a nord di Ramallah. Quando studiavo all’università di Bīrzeit, andavo a ristorarmi in una piccola piscina di Gifnā. Mājid mi dice che è di suo cugino, e così Outremeuse chiude un altro cerchio.

L’anima dell’Aquilone è Nicola Briale, trapanese. È in Belgio da più di trent’anni, e la sua storia merita di essere ricordata. Ama la sua terra, e voleva difenderne la cultura, aprendo un centro di attività artistiche e culturali. Così fece a Xitta, dove viveva, una frazione di Trapani nei pressi delle saline, forse l’unica località italiana che inizia con la lettera x, a tradirne i legami con la Magna Grecia. Comune autonomo fino al 1868, fu accorpato a Trapani a causa delle gravi difficoltà di cassa. Xitta salì alle cronache della ribalta nel 2012, quando il parroco don Vito annunciò durante un’omelia: «Mi sono innamorato, e aspetto un figlio».

Ebbene, Nicola era un militante del Partito comunista, un coraggioso precursore del contrasto alla Mafia. Quel centro che aprì nel 1975 rompeva l’omertà che avvolgeva il paese in una cappa di sudditanza e di paura, parlando di cultura, d’arte, di musica, politica e partecipazione sociale, del ruolo delle donne, ancora rinchiuse a casa. Lui, aveva sudato sette camicie per portarlo avanti, ma il centro faceva paura ai politici locali e ai loro padrini, che lo costrinsero a chiudere qualche anno più tardi. Quando venne ucciso Peppino Impastato, Nicola si ribellò alla tesi difesa da alcuni quadri del PCI locale, secondo cui si fosse trattato di un delitto di gelosia. Non poteva sopportare la menzogna, e ancor meno la condiscendenza alla criminalità organizzata all’interno del suo partito. In quel periodo, apparve una Giulietta bianca, che sovente si faceva trovare sotto casa sua. Era un segnale di avvertimento, a lui decidere se insistere nella sua rettitudine e fare la fine di altri, oppure se andarsene. Se ne andò, a tentare la sorte, come i siciliani di due generazioni precedenti, quelli che fecero la fortuna delle miniere belga. E quel centro culturale che gli fecero chiudere a Xitta riprese vita a Outremeuse.

Poi è apparsa l’ultima generazione di siciliani coraggiosi, quella di Domenico Simone e Marzia Finocchiaro. Sono arrivati quasi sei anni fa, e si sono inventati una nuova vita. Marzia cogliendo un’opportunità del Ministero degli Esteri, riservata a docenti di ruolo, per andare ad insegnare lingua e cultura italiana proprio nei paesi di maggiore immigrazione italiana, al fine di coltivare il legame con la lingua della terra d’origine di molti di loro. Domenico, come suo sposo, per seguire la donna amata e immaginare una nuova carriera. Domenico fu per anni una delle anime dell’ARCI di Catania, appassionato amatore e promotore del cinema italiano attraverso UCCA, l’Unione dei circoli cinematografici ARCI, con cui collabora ancora. Marzia è stata invece una delle fondatrici de La Rete, insieme a Claudio Fava e Leoluca Orlando. Ricorda ancora delle riunioni carbonare che tenevano a casa sua, in quegli anni fertili di effervescenza civile, e non scarta l’idea di riprendere, una volta ritornata, l’intrapresa politica da nuove basi. Attorno all’Aquilone, vi sono evidentemente anche i vecchi, quelli che scapparono la miseria nel Dopoguerra, come il presidente dell’Associazione dei Siciliani di Liegi, il dott. Giuseppe Chiodo. A fine serata, mi si avvicina e mi propone: “Facciamo un evento sul Mediterraneo a Marcinelle!”. A Marcinelle?

La tragedia di Marcinelle fu esempio di come una nuova popolazione di lavoratori migranti potesse alimentare la consapevolezza sindacale, il senso di unità e lo spirito di solidarietà. Il disastro di Marcinelle avvenne la mattina dell’8 agosto 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier. Per un’incomprensione tra minatori, un’ascensore tranciò dei cavi elettrici. Una scintilla scatenò un incendio, causato dalla combustione di olio ad alta pressione. Il fumo si infilò nella conduttura d’aria principale, riempiendo gli spazi aerati della miniera e uccidendo 262 su 275 minatori presenti in quel momento, per lo più di origine italiana. L’immigrazione italiana in Belgio fu il risultato di un accordo governativo bilaterale firmato nel 1946, al fine di portare 50.000 lavoratori italiani nelle miniere del Regno, in cambio di un prezzo vantaggioso sul carbone belga esportato in Italia. Gli obiettivi di questo accordo erano diversi: prima di tutto, la necessità per il Belgio di ricostruire la sua economia del carbone, di fronte alla non-disponibilità della forza lavoro belga a infilarsi nei cunicoli delle miniere; in secondo luogo, la necessità di pilotare strategicamente l’emigrazione italiana che sembrava proseguire spontaneamente, soprattutto dopo la fine della guerra, in modo da servire gli interessi nazionali; in terzo luogo, un simile accordo sarebbe servito a ridurre il malessere sociale in Italia e placare i movimenti per i diritti dei lavoratori, portando un numero consistente di forza lavoro maschile non occupata al di fuori del Paese (cosa che avrebbe indebolito in questo modo anche le forze socialiste italiane).

Nominato come “braccia contro carbone”, l’accordo faceva sì che i lavoratori italiani potessero raggiungere la Vallonia e le Fiandre in treno, dopo aver superato gli esami medici in Italia prima di salire a bordo. «Il viaggio dall’Italia al Belgio dura in ferrovia solo 18 ore» dichiarava il bando pubblicato in italiano dalla Federazione carbonifera belga. Le condizioni stabilite nei contratti di lavoro erano estremamente precise, i lavoratori erano costretti a lavorare almeno cinque anni nel settore minerario prima di essere autorizzati a cercare «qualcosa d’altro», e in caso di violazione del contratto erano costretti a tornare in Italia, dove potevano rischiare anche la detenzione. Ma quel manifesto della Federazione carbonifera belga non lo diceva, ed elencava solamente i vantaggi sociali e la remunerazione offerta, senza menzionare gli obblighi vincolanti. «Operai italiani! Condizioni particolarmente vantaggiose vi sono offerte per il lavoro sotterraneo nelle miniere belghe» acclamava il manifesto. Il disastro cambiò lo scenario. I sindacati alzarono la voce, generando una nuova ondata di solidarietà della classe operaia belga nei confronti dei lavoratori italiani. Un vivace dibattito scoppiò attorno alle responsabilità della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, esponendo la debolezza e l’inefficacia di diversi sindacati nell’ambito del processo di integrazione europea e del contesto socio-economico proprio della Guerra fredda[1]. A causa della reazione scandalizzata della popolazione italiana dopo la tragedia, dei comunicati sempre più frequenti delle organizzazioni sindacali di fronte alla elevata frequenza con cui gli incidenti accadevano nelle miniere del Belgio, il governo italiano fu costretto dopo Marcinelle a interrompere l’enorme esodo di operai italiani verso il Belgio. E la ruota riprese a girare. La sindacalizzazione dei lavoratori italiani e il ritorno di molti di loro in patria portò il Belgio a cercare forza lavoro altrove. Fu l’inizio delle migrazioni nordafricane e mediterranee: toccava ai marocchini, agli spagnoli o ai turchi fare la gavetta dell’immigrato e subire ritorsioni e pregiudizi[2].

Nonostante le condizioni deplorevoli in cui i minatori lavoravano, solo dopo la terribile tragedia di Marcinelle fu finalmente introdotta nelle miniere del Belgio la maschera antigas, così come più severe norme di sicurezza sul lavoro. Il sacrificio italiano non solamente portò ricchezza e diritti ai belgi, ma anche un diverso gusto per la vita, anzi un vero e proprio nuovo stile di vita. «Quando i belgi della stessa classe sociale portavano ancora gli zoccoli, i migranti introducevano l’uso delle scarpe di pelle e cuoio. Si organizzavano partite di calcio tra i minatori, e i cantanti italiani contribuivano a rinnovare la musica leggera locale e a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vita dei migranti, come ad esempio nel caso di Rocco Granata, il figlio di un minatore, noto per la canzone Marina» spiega Domenico. Non parliamo poi del caffè – «Ormai, qui a Bruxelles i belgi bevono solo espresso, non più il triste caffè di una volta» mi racconta Wim Embrechts, direttore del centro culturale e imprenditoriale Platform Kanal. E non parliamo infine del penultimo primo ministro belga Elio di Rupo. O dei Diables Rouges, la nazionale di calcio multietnica, considerata una delle più forti attualmente.

Il giorno dopo la presentazione del libro con L’Aquilone, andiamo a parlare di migrazione in una scuola superiore, il collegio Saint-Hadelin di Visé, dove anche la direttrice è di origine italiana. Per raggiungerlo, siamo nei pressi del confine con i Paesi bassi, percorriamo una strada a scorrimento veloce che segue per un tratto la generosa Mosa nella sua lenta corsa verso il mare del Nord. Ad un certo punto, notiamo una gigantesca statua di re Albert, che segnala il punto di partenza del canale che collega il porto fluviale di Liegi con quello marittimo di Anversa, un’opera inaugurata nel 1939. La figura imponente di Albert I è un’opera di Louis Dupont ,che ricorda le architetture del socialismo reale, poderose, essenziali e portatrici di un’idea di progresso e di progetto sociale attraverso il lavoro. È pure durante la reggenza di Albert I che si inaugurano nel 1910 l’esposizione universale di Bruxelles e il museo del Congo belga nel parco di Tervuren, lustro dell’affermazione economica e coloniale del Regno.  Marzia e Elsa, l’insegnante della scuola con cui Marzia collabora in seno ad un corso di «Scienze sociali», hanno distribuito agli allievi un istruttivo fascicolo con i numeri della crisi dei rifugiati attuale. Quando il dibattito con gli studenti si sposta sull’interrogativo: «Perché vengono qui?», mi viene un’idea – ricordare un passaggio dello scrittore e viaggiatore inglese Bruce Chatwin. Nel suo straordinario racconto sugli aborigeni The Songlines, Chatwin spiega perché i bambini si tranquillizzano quando sono coccolati con un movimento cadenzato[3]: è il ritmo che viene dalle origini del genere umano, quando gli esseri umani erano nomadi, e le donne pecorrevano lunghi tragitti a piedi anche durante la gravidanza, oppure portavano le loro creature afferrate al petto durante la migrazione, che era un fattore essenziale per la sopravvivenza e il senso profondo dell’esistenza delle donne e degli uomini di quell’epoca. Il movimento, quindi, come fattore di sviluppo dell’umanità, e come fonte di vita e di progresso. Questa immagine della migrazione che riporta alla storia biologica del genere umano ci ha aiutato a cambiare approccio durante la lezione, così come a rendere lo scambio più intimo di fronte ad una domanda così insidiosa quale: «Perché vengono qui?»

Quella domanda se la fecero anche nel Dopoguerra, all’arrivo della manodopera italiana diretta alle miniere. È la stessa domanda che ci poniamo in Italia oggi, quando veniamo sollecitati dal fenomeno degli sbarchi clandestini. La risposta è semplice. Alcuni fuggono dalla guerra e dall’oppressione, altri tentano la fortuna, alcuni sono attratti dallo standard di vita europeo, altri sono colpiti da severe calamità climatiche. Tutte queste ragioni sono le stesse che hanno mosso gli esseri umani nella storia alla ricerca di speranza, cibo, lavoro o sicurezza. Tuttavia, ogni volta che una nuova ondata di migranti ci riguarda da vicino, un dibattito virulento su accoglienza o rigetto si scatena. In Belgio, solo ora i suoi abitanti si rendono conto di quanto il loro Paese sia diventato dinamico, moderno e plurale grazie a quegli esseri umani in spostamento. A Liegi, la risposta a quella domanda sta nella vitalità di un quartiere come Outremeuse, che anche oggi continua ad accogliere nuovi arrivati, siciliani inclusi. «La mia vita ormai è qui» dice Nicola «e la mia missione è di raccontare le culture in esilio e la loro forza ed energia, che – dove si incontrano – trasformano la realtà». Quando pensa alla sua terra trapanese, ricorda le piccolezze e le cattiverie che lo allontanarono, e che ancora in una certa misura resistono ai tempi moderni.

Domenico e Marzia, invece, sanno che torneranno. Non servono più 18 ore per raggiungere l’Italia, basta un volo low-cost della Ryanair; il senso delle distanze è cambiato. Avevano lasciato l’Italia del terzo millennio per un nuovo percorso professionale e umano, hanno dovuto praticare nel quotidiano un’altra lingua, abituarsi ad un altro clima e costruire nuove relazioni sociali. Chissà cosa pensano del loro ritorno in Italia, chissà se questa idea li spaventa. È la domanda di molti italiani espatriati di recente per fuggire lacci e lacciuoli che li avevano immobilizzati nel loro Paese. Nel 2014, gli espatri sono stati 101.297, con una crescita del 7,6% rispetto al 2013[4]. Pare anzi che la maggioranza dei giovani italiani sotto i 32 anni, oltre il 61%, sia pronta a emigrare all’estero per cercare lavoro. E nove su dieci sono convinti che ormai lasciare la Penisola sia una necessità[5]. Ci vorrebbero mille Outremeuse per fare degli italiani che volessero tornare un esercito pacifico, ma deteminato a trasformare il Paese lasciato, così come è stato trasformato il Belgio.

Firenze, 18 marzo 2016.

 

[1]See Jean-Marie Pernot, “Une université européenne du syndicalisme? L’Europe des syndicats”, in Politix, vol. 11, no. 43, 1998.

[2]Queste le date degli accordi carboniferi del Regno del Belgio successivi al disastro di Marcinelle: Spagna 1956, Grecia 1957, Marocco e Turchia 1964, Tunisia 1969, Algeria e Yugoslavia 1970.

[3]Bruce Chatwin, The songlines, Penguin, Londra, 1987, pag. 234.

[4]Fonte: Fondazione Migrantes, 2015.

[5]Fonte: Istituto Giuseppe Toniolo, 2015.

The factory away from Kabul

DSCN1234My first time in a fertilizers factory. Built by the Soviet Union in 1967 and commissioned in 1974, located nearby Mazar Sherif, not far from the borders with Uzbekistan. Large, rationally designed, antiquated in its appearance, surrounded by scattered trees and high grass, in the middle of the countryside, accessible via an old paved road, but still working. Tremendously well working. A real hiring hall, since it employs two thousand people. It is the Kud Bergh factory. Kud Bergh produces urea out of ammonia and gaseous carbon dioxide, at high pressure and relatively high temperature, which is obtained burning natural gas. A worker opens a tiny and squared window showing the inside of a combustion furnace, and it is a terrific Dante’s inferno scene. The factory takes water from the King River and energy from the combustion of Afghan gas, being a process which requires large energy consumption. It is a miracle that it still works regularly: a cluster of solid iron and heavy cement. On the facade of the ammonia section, two giant images of a chemical molecule and wheat sheaves overlooking the other factory sections. Pure socialist essential arts.

The facility’s yearly capacity of 105,000 tonne is not being utilized, as only a third of this amount of urea is being produced – far less urea required to supply the nation’s farmers. This is due to a lack of spare parts, shortage of gas, and other needed infrastructure upgrades. The Kud Bergh facility is outdated, has high operating costs, poor technical management and is not viable to be rehabilitated, but it still works defying age and technological developments. When you get into the huge storage hall, you do not have the impression that the factory is not running at its full capacity, because white bags of urea are everywhere, they form large and high stacks of bags separated by narrow corridors, where only shadow reigns. Many bags have been stockpiled for a long time because a grey dust covers them.

When you enter the energy power station serving the factory, you feel in the spaceship of Star Trek: obsolete technology for a 1970s science fiction production, with instructions on machinery written in Russian and English. A cold war living fossile, the idol of industrial revolution, producing fertilizers for the all country and beyond. In the factory compound carrying urea powder on a mobile tape to the bag filling machine, the air is so dusty that if you take a picture with the flash, it looks as if it were raining. Unlike ammonia, urea is internationally classified as a non-toxic compound, bot looking at how it envelops you with its white mantel, you can barely imagine how deep this mantel has penetrated workers’ flesh. We are accompanied by Haroun, “the man” of the security service. He wears an helmet, but he is the only one, none of us will be equipped with it! At the time of Russians, the rule applied that a chemical worker could not work more than 10 years in the sector. Haroun has been working for 33 years, and he is still alive. Does he represent the exception confirming the rule? Well, the rule is that workers die for cancer or other diseases related to exposure to chemical agents; eight cases in 2015. Najeb is a factory employee serving as well as unionist, and trying to do is best for workers’ sake and rights.

“Earlier, extra-money was offered for overtime; this is not the case anymore” he regrets.

“And what do you do to improve environmental and health standards here?” I ask him.

“They die, yes… We go to see the Government’s guys, but they do not do anything. Where can I go else?” he replies.

Ammonia can be highly toxic to a wide range of organisms. In humans, the greatest risk is from inhalation of ammonia vapour, with effects including irritation and corrosive damage to skin, eyes and respiratory tracts. At very high levels, inhalation of ammonia vapour can be fatal[1].

When we meet workers, they display their genuine pride for their task. They explain how machinery works. They have a job, it is important, and they earn a salary, 11,000 Afghani per month in the chemical department, the most dangerous. 142 € per month. The factory is their all life.

Kud Bergh water cooling system is like a piece of art, with water falling along methalic grids, creating vertical water curtains, reflecting rainbow flashes when the sun comes out of the clouds. Inside the production areas, the noise, an intense noise which started more than forty years ago, and never ended. When you enter in several factory sections, a puzzle of pipelines confuses your brain and makes you losing yourself’s bearings. In the large water reservoir, where sky-blue freshwater flowing from the river is stored, small fishes are growing. They came together with the river water. When the reservoir is emptied for cleaning operations, that happens every two years, the notables of the district come and take back home the sweet fishes. “We, the workers, are not even entitled to touch that fish” suggests to me one of them.

Small family-run corruption, nothing to do with the Big Money, not the kind of corruption you would find around US funds. “US Forces used to contract American companies to build civil infrastructures in my country” tells me Rami, an activist who previously worked for a long time in an American military camp, here in Afghanistan. “Once, I got to know the case of a road subcontracted 25 times, where at each step a part of the subvention disappeared in someone’s hands, until the final subcontractor built the road with the left funds… And the road got severely damaged within one year only since its inauguration” he discloses “Or the case of the one-hundred schools built by Americans, but in fact never built because the Ministry of Education stole the money”.

“At least Russians built something for the people, like the mills”, I often heard those days.

Is this exploitation? Is this industrial archeology? How is that: workers are dying exposed to industrial contamination, and things go on? Between present and past, they have to choose. They have to choose between a job and clean air. Between stability and precariousness. The miracle of a production going on still after forty years, and of workers still alive enough to serve the factory and produce the manna for the whole agriculture of the country is already the answer. Kud Bergh, a fertilizers factory, the perfect scenario for realist filmmaking. Russians do it better. Until the factory breaks down, Russians do it better.

[1] Source: Brigden, K. & Stringer, R., Ammonia and urea production: Incidents of ammonia release from the Profertil urea and ammonia facility, Bahia Blanca, Argentina, Greenpeace Research Laboratories, University of Exeter, Exeter, UK, December 2000.

Inserisci il tuo indirizzo email per ricevere notifiche di nuovi post via email

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: